Pentagono e Ufo: La Nuova era dell’Ufologia

Sono passati solo pochi giorni, dall’annuncio del Pentagono, ma attraverso tutti i canali, dai social, al web, TV, e carta stampata la notizia è rimbalzata in tutti i continenti raggiungendo milioni di persone, se non miliardi. Notizia incredibile per la massa, ordinaria per gli addetti ai lavori, che però la vedono come una piccola vittoria, da prendere con le pinze invece per gli scettici, che restano però interdetti e ammutoliti, finalmente la verità per i complottisti. Diverse reazioni in diversi ambienti, ma quale è il reale valore di questa notizia? Quale è la reazione più appropriata? Quale è il significato di questa apertura?

Questo evento possiamo dire storico mi ha spinto ad alcune riflessioni un pò diverse da quelle che leggo in giro. Per quanto riguarda noi generazione X Files, ma anche per chi era vicino al tema negli anni 80 e 90, per tutti quelli quindi da sempre con il naso all’insù piuttosto che su uno smartphone, è una luce in fondo ad un tunnel zeppo di depistaggi e menzogne perpetrate per anni. Sia chiaro non è stato detto che a breve faremo parte di Star Wars, ma il lento e graduale rilascio di informazioni non è altro che un acclimatamento ad una situazione prossima all’essere nota. Per capire però il reale valore dell’affermazione bisogna inserirla in un contesto più ampio e più lungo inteso come tempo. Quello che è evidente è che si è passati dalla totale negazione e addirittura avversione in alcuni casi, ad una conferma seppur soft di quello che in molti sostengono da anni. La verità passa per tre gradini: prima viene derisa e ridicolizzata, poi viene ferocemente contrastata, infine viene accettata come palese ovvietà”. Così affermava tempo fa Arthur Schopenhauer. E questo tema ne è la prova provata.

Chi tra gli addetti ai lavori non è stato almeno una volta deriso a riguardo? Battute del tipo a ecco l’ufo abbinato alla propria presenza. Pazienza, purtroppo l’ufologia per molti è solo la lucina in cielo e allora forse si la cosa fa sorridere, ma se si approfondisce e se si “studia” ci si accorge di molte altre cose, che alla fine rendono le lucine  l’ultimo step. Quindi per dovere di cronaca, un budget di 22 milioni di dollari dal 2007 al 2012 da parte del Dipartimento della Difesa, per studiare il fenomeno UFO e prima del 2007? E oggi? Possibile che dal giorno dopo Roswell fino al 2007 a nessuno è importato degli “alieni”? Eppure di programmi a tal proposito ne sono stati fatti molti in questi anni (Project Blu Book, Majestic 12) per citarne alcuni, quindi cosa è successo nel 2007 per avviare questo programma? In realtà nulla, è tutto parte di una partita a scacchi tra il pastore e le sue pecore dove di tanto in tanto viene impartita una nuova regola del gioco cosicchè  arriverà il giorno che la pecora saprà come giocare, ma non necessariamente saprà vincere. Non è un caso che anche la NASA ha iniziato un cambio di rotta, ufficialmente grazie a nuovi strumenti tecnologici, con i quali si è arrivati alla scoperta dapprima di Trappist1 

adesso Kepler 90 un sistema solare simile al nostro, 

e grazie all’intelligenza artificiale di Google si è riusciti a monitorare circa 35000 pianeti inserendoli in diverse fasce che ci consentono di verificare eventuali analogie con il nostro e quindi con esse la possibilità che vi siano forme di vita intelligente. Tutto questo per rendere meno traumatica e meno inaspettata possibile una eventuale notizia di scoperta di forme di vita, che state certi saranno prima sotto forma di microbi, per poi nel tempo arrivare a forme di vita intelligente. La scoperta di una “Ragnatela Cosmica” composta da gas, che collega fra loro le galassie  è stata osservata per la prima volta, grazie alla luce diffusa da un quasar distante che ha illuminato i filamenti, sta spingendo anche grazie a nuovi orizzonti della fisica a interpretare diversamente quello che ci circonda e di conseguenza a “vedere” con occhio nuovo tutto quello che prima era considerato fantascienza o leggende vedi i Nativi Americani e la loro ragnatela cosmica e l’unione con il tutto, che ultimamente sembra essere tornato di moda e studiato con maggiore attenzione. Questo unito a diverse teorie sul suono e su alcune teorie sulle ottave e ad alcuni messaggi che in esse potrebbero essere nascosti, può portare anche a nuove intuizioni sugli spostamenti e sui viaggi interstellari. Parliamo ad esempio della scoperta tutta Italiana di cunicoli che permettono di viaggiare nello spazio e nel tempo, i cosiddetti wormhole, adesso possono essere costruiti in laboratorio: sebbene su una scala piccolissima, dimostrano per la prima volta che attraversare il tempo è possibile e, in attesa di futuri viaggi intergalattici, promettono di rendere più potenti gli attuali dispositivi basati sulle nanotecnologie. Il prototipo, descritto online sul sito ArXiv e in via di pubblicazione sull’International Journal of Modern Physics D, darà luogo ad un esperimento condotto in Italia, presso l’università di Napoli Federico II. “Abbiamo realizzato il prototipo”, ha detto il coordinatore del gruppo internazionale autore della ricerca, il fisico Salvatore Capozziello, dell’Università Federico II di Napoli, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e presidente delle Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav). E’ stato ottenuto collegando due foglietti del materiale più sottile del mondo, il grafene, con legami molecolari e un nanotubo. La struttura ottenuta è neutra e stabile, nel senso che al suo interno non entra nulla e nulla fuoriesce, ma quando si introducono dei difetti vengono generate correnti in entrata e in uscita. “Spostandoci su dimensioni cosmiche, potremmo considerare un osservatore che con la sua navetta si avvicina a un wormhole come un elemento capace di perturbare la struttura: in questo caso  sarebbe possibile passare da una parte all’altra del cunicolo spaziotemporale, così come trasmettere segnali da una parte all’altra”.

 

Sembrerebbero apparentemente notizie una lontana dall’altra, invece a parer mio sono puntate diverse di una sola notizia.

Facciamo un gioco quale era uno dei principali problemi che gli Ufologi dovevano affrontare quando si interfacciavano ai cosiddetti detrattori? La difficoltà tecnologica. SI è partiti nella migliore delle ipotesi dall’asserire che sicuramente c’è vita nell’universo altrimenti sarebbe solo uno spreco di spazio, ma considerate le distanze è impossibile che eventuali civiltà evolute possano raggiungerci dato che per farlo servirebbe una tecnologia al momento inesistente.  La somma di queste scoperte anche se non sono un fisico mi rende consapevole del messaggio che in realtà si vuole lanciare, esistono miliardi di pianeti che potrebbero essere simili al nostro e potrebbero ospitare la vita, prima non lo sapevamo adesso abbiamo la tecnologia per scovarli e miglioreremo sempre più fino a quando non troveremo quello che stiamo cercando. Si ma sono così distanti come raggiungerli sappiamo tutti che i viaggi del tempo sono solo teoria, ma guarda caso forse esiste una scappatoia che certamente và migliorata sperimentata, ma chi ci dice che non sia già stato fatto? D’altronde gli UFO non esistevano giusto?  Poi esistono oggetti strani nella galassia vedi l’asteroide che sembrerebbe una navicella, e dopo aver provato a contattarlo non abbiamo avuto risposta. Si tratta di una semplice pietra, ma prima o poi non lo sarà più.  Da profano una domanda che mi porrei al cospetto di tutto ciò sarebbe ma perchè spendere milioni di dollari vedi il SETI, o il Pentagono, inviare sonde sfruttare nuova tecnologia per cercare qualcosa che non esiste? Perchè sostenere proiezioni cinematografiche orientate se tutto fosse pura fantasia? La risposta in realtà la sappiamo tutti o almeno la sapevamo in pochi, forse ora inizia ad arrivare anche laddove non batte mai il sole. Il meccanismo innescato di disclosure a rilascio graduale ha subito una notevole accelerata, il perchè non è chiaro, certamente non cadremo nella tentazione (per dirla alla Bergoglio) di intravedere in tutto ciò apocalittici tempi o invasioni alla H. Wells. Più semplicemente forse, è giunto il momento di evolversi allo step successivo e magari con dei tempi più maturi alla conoscenza di qualcosa di straordinario. Che sia giunta l’era dello spirito profetizzata da Gioacchino da Fiore, e che l’umanità si stia evolvendo in altro e quindi sia più pronta a interagire con menti superiori? Stando a ciò che mi circonda avrei dei grossi dubbi a riguardo, anzi credo che a tal proposito ci si stia regredendo all’era dell’ignoranza, ma la speranza in qualcosa di nuovo è sempre l’ultima a morire. Che si aspetti il Messia, o il Nirvana, o forme di vita che possano regalarci la conoscenza per risolvere i nostri problemi cambia poco, siamo sempre con le braccia al cielo in cerca di qualcuno che ci dia una mano e risolva i nostri problemi. Ritengo invece che se si vorrà guardare negli occhi questi probabili “nuovi pastori” sarà necessario evolversi dallo status di pecore, altrimenti cambieranno i nomi ma non il risultato, e resteranno sempre in pochi a conoscere la verità. Personalmente non ci vedo nulla di negativo in tutto ciò e da sempre non ho mai capito il motivo di tanta segretezza per il bene della massa. Siamo ormai abituati a vedere giornalmente barconi con bambini che affondano, persone uccise per strada ad ascoltare le notizie più allucinanti, stando seduti a tavola mentre mangiamo un piatto di pasta, alla fine non credo che la famosa frase “non siamo soli” porterebbe tanta devastazione così come in molti temono, semmai saranno altri a doverla temere non certo la massa. Credo per concludere, che sia giunto il momento di guardare con attenzione all’evolversi dei tempi e prepararsi per capire le possibilità che si prospetteranno davanti nuovi mondi, nessuno verrà gratuitamente a fare miracoli, ma se sapremo riconoscere il loro linguaggio non saremo stranieri in una terra sconosciuta come è per noi attualmente l’universo, ma abitanti di quartieri diversi, ma sempre parte di una stessa città.  Se invece resteremo chiusi ancora dietro l’indifferenza, l’emarginazione culturale e mentale, nascosti da drappi di ignoranza e poco propensi al futuro, la verità resterà nelle mani di pochi esattamente come è sempre stato. Ragion per cui prendiamo questa notizia per quella che realmente dovrebbe essere un’apertura dell’elitè. Il pastore ha aperto seppur non completamente il recinto tu che farai?

 

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

 

 

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La Madre Geometrica : Vesica Piscis.

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La geometria sacra è un insieme di rapporti e formule che permettono all’uomo di rimanere in contatto con tutte le emanazioni energetiche che giungono costantemente dal cosmo. La geometria sacra è la struttura morfogenica che sta dietro la realtà stessa, è l’immagine della struttura del cosmo e può essere utilizzata come lettura simbolica rappresentativa dell’universo. E’ presente in ogni cosa e nell’armonia geometrica di ogni struttura si ritrova la proporzione evolutiva di ogni elemento dell’universo, di cui rappresenta la verità trascendentale. Con la geometria, l’architettura sacra esprime i concetti più complessi per trasmetterli. Molti scienziati sono convinti che la matematica sia il mezzo con cui spiegare la realtà, ma il vero salto sarà fatto quando sposteranno la loro attenzione sulla forma, unica generatrice delle leggi fisiche.

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La geometria sacra a volte viene chiamata linguaggio della luce o linguaggio del silenzio, questo è molto significativo, in quanto è a tutti gli effetti un linguaggio, è l’idioma attraverso il quale viene creata ogni cosa. E’ recente la scoperta scientifica, che ha dimostrato che il nostro cervello trasforma tutte le informazioni in entrata in immagini, prima di trasformarle in pensieri, parole e concetti e lo stesso avviene in uscita. E’ pertanto dimostrato che il cervello umano funziona per archetipi. Gli archetipi e le icone della geometria sono realtà assolutamente perfette, immutabili, senza tempo e scaturite direttamente dalla “Mente di Dio”. Un’immagine, quasi sempre geometrica, nasconde un significato a volte anche molto complesso.

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Nel simbolo sono spesso racchiusi diversi concetti contemporaneamente, può considerarsi praticamente un codice contenente una mola enorme di informazioni che si trasferiscono nel cervello in maniera subliminale. L’universo è vibrazione, e i principi della Geometria Sacra sono direttamente corrispondenti a tutti i fenomeni di forma d’onda. Tutte le vibrazioni. La Scienza è d’accordo, l’Universo è vibrazione, e la geometria è vibrazione manifesta a livello visivo sul piano del tempo e dello spazio. La Geometria Sacra è l’architettura dell’universo.

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Dall’ archetipo più semplice rappresentato dal punto, l’idea più semplice possibile, l’unità, la prima dimensione, l’onnipresente-onnipotente centro, la radice di tutto il pensiero olistico “IL TUTTO È UNO”,

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si passa all’universo bi-dimensionale con la divisione del punto singolo in due punti, la dualità, formando la prima relazione architettonica dell’Universo e allo stesso tempo creando la prima unità di misura astratta: lo spazio. Improvvisamente, il punto A è qui e il punto B è lì.

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Le potentissima energia contenuta nella prima relazione bi-dimensionale dell’universo (I Due Punti) si manifesta come un moto duale: il moto diritto (dal punto A al punto B) e il moto circolare (il punto B intorno al punto A). Questo movimento duale è chiamato Il Raggio/Arco. E’ il moto radice, il Big Bang concettuale. Tutte le varie energie dell’universo sono ricondotte al gioco tra il Raggio e l’Arco. Il Raggio/Arco è lo Yin e Yang, Luce e Ombra,Sinistra e Destra, Su e Giu, Madre e Padre… e così via. Tutte le manifestazioni di dualità vengono ricondotte al Raggio/Arco.

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Il rapporto senza tempo, sempre tenuto all’interno del Raggio/Arco, espresso scientificamente come Pi-greco (è un numero trascendente o cosiddetto irrazionale avente un valore di 3.14159265. Ai fini pratici, il valore è approssimato a 3,1416), è la formula matematica principale e si sviluppa visivamente per diventare la prima forma chiusa della Geometria Sacra, il Cerchio. Il Cerchio è l’unione e unità, è la manifestazione bi-dimensionale del Singolo Punto. Esso è anche l’essenza del Mandala, poichè contiene TUTTO in sé.

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La prima forma (Il Cerchio) viene creata ruotando il punto B attorno al punto A. Ma I Due Punti sono gemelli perfetti con eguale potenziale, e il punto A può anch’esso ruotare attorno al punto B usando il medesimo raggio. Questa naturale polarità, questo scambio di ruoli, produce un altro cerchio che interseca quello precedente creando la prima forma sovrapposta della Geometria Sacra, chiamata “I Due Cerchi Di Raggio Comune”.
Questi due cerchi sovrapposti con un raggio comune, creano la seconda forma chiusa della Geometria Sacra. Gli antichi chiamavano questo archetipo la Vesica Piscis. Il nome latino, che letteralmente significa “vescica di pesce”, deriva dall’osservazione che la forma di questa figura ricorda quella della vescica natatoria dei pesci. OGNI forma dimensionale di questo cosmo evolve da questa struttura. Questa figura può essere considerata “il grembo materno dell’universo”, infatti da essa, a ingrandimento continuo, si formano le altre strutture.

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Come prima figura si forma il petalo, creato ruotando i primi due punti (A & B) intorno ai nuovi punti di intersezione C & D (i primi figli dell’universo, i gemelli), formato da quattro cerchi di raggio comune e cinque Vesica Piscis, e che rappresenta l’essenza della famiglia rivelata nella Geometria Sacra: i genitori (cerchi 1 e 2) e i figli (cerchi 3 e 4), il cuore della famiglia. Chiamato la “forma-seme” dato che tutte le forme necessarie sono ora presenti.

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Le altre figure sono create tracciando nuovi cerchi attorno ai nuovi punti E,F,G,H e poi così via, dando vita ad un’infinità di Punti, Cerchi, Vesica Piscis e Petali per formare quella che viene chiamato “Il Primo Motivo della Natura” o “Motivo della Creazione” di cui fanno parte il “Germe della vita”, il “Seme della vita”, il “Fiore della Vita” e inscritte in esso altre figure come l’”Albero della Vita” o il “Cubo di Metatron”. Esso è il motivo bi-dimensionale perennemente in espansione che, a livello concettuale, percorre l’intero universo. In altre parole la Matrix, la Griglia Sacra attraverso la quale la Vita si manifesta. Per comprendere ancora meglio il Primo Motivo della Natura è però necessario capire che nella realtà, questa griglia si sviluppa in tre dimensioni, e dove vediamo dei cerchi dovremmo invece immaginare delle sfere che si intersecano, non su un piano, ma in una rete infinita che si espande in tutte le direzioni.

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Da uno dei suoi centri infiniti, il Primo Modello della Natura si divide naturalmente in dodici parti uguali. Questi 12 fette uguali sono di 30 gradi ciascuna e sono alla base dell’antico Sistema delle 12 Case Astrologiche. Questa divisione naturale è anche la responsabile per il nostro orologio di 12 ore e quindi del nostro metodo di divisione del tempo.

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Ritornando alla “Struttura Madre”, cioè la Vesica Piscis o Mandorla Mistica, di per sé è un simbolo arcaico semplice ma dalla grande forza evocativa e simbolica che accompagna la spiritualità umana da millenni.

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Questa figura ha differenti proprietà geometriche che l’hanno resa oggetto di numerose speculazioni filosofiche ed esoteriche nel corso dei secoli. Si può innanzitutto osservare che tracciando il tratto orizzontale mediano e unendo i suoi estremi con i due vertici, si vengono a formare al suo interno due triangoli equilateri uguali e contrapposti. In pratica, essi simbolicamente rappresentano il “Doppio Ternario”, attivo e passivo, maschile e femminile, che portati l’uno sull’altro formano un altro ben noto simbolo della Tradizione: l’Esagramma, o Stella di Davide.

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La particolare costruzione della Vesica Piscis fa sì che il rapporto tra la sua altezza e la sua larghezza sia pari alla radice quadrata di 3, ovvero 1.7320508…, un numero irrazionale, illimitato ed aperiodico, un numero sacro ai pitagorici chiamato “la misura del pesce”. Già Archimede di Siracusa dimostrò, quando si occupò della misurazione del cerchio, che questo rapporto era compreso tra due ben determinati valori razionali. La divisione tra 265 e 153 è quella più bassa per arrivare a questo risultato.

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Si può dimostrare che non esistono altre frazioni ottenibili con numeri minori di questi che diano un’approssimazione migliore per questo valore. Ebbene, il più piccolo di questi numeri, il 153, viene citato da Giovanni nel suo Vangelo (21:11) come numero di pesci miracolosamente catturati nella rete a seguito di un miracolo operato da Gesù dopo la sua resurrezione.

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Molti studi e speculazioni sono stati fatti su questo numero e sui suoi significati esoterici, e sul perché sia stato citato nel passo del Vangelo. Tutti sono concordi, infatti, che nel contesto del racconto del miracolo citare il numero esatto di pesci catturati non ha senso (coincidenza o riferimento esoterico al credo pitagorico?). Giovanni, tuttavia, non sta redigendo un libro contabile, ma sta scrivendo un Vangelo, ossia un libro di fede e di insegnamenti mistici.

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Sant’Agostino spiega che Dio aveva fatto all’umanità due grandi doni: il Decalogo, ossia un gruppo di 10 comandamenti, e i doni dello Spirito Santo, che sono 7. Questi due valori combinati insieme danno il numero 17. Ora, è noto che 153 è un multiplo di 17 tramite il fattore 9 (153 = 9 x 17), ma è anche la somma dei primi 17 numeri, ossia:

153 = 1 + 2 + 3 + 4 + … + 16 + 17

Questo numero è uno di quelli che in matematica vengono definiti “numeri triangolari”. Ma il numero 153 ha molte altre proprietà matematiche. Ad esempio è la somma dei primi cinque fattoriali:

153 = 1! + 2! + 3! + 4! + 5! = 1 + 2 + 6 + 24 + 120

Il 153 è anche un numero “narcisistico”, cioè uno di quegli strani numeri che si possono ottenere da particolari combinazioni delle loro cifre componenti. In particolare, il numero 153 può essere ottenuto sommando i cubi delle sue cifre componenti:

153 = 1³ + 5³ + 3³ = 1 + 125 + 27

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Secondo l’esoterista indiano Drunvalo Melkisedek (nel suo libro “The Ancient Secret of The Flower of Life”) la proporzione della Vesica Piscis indicherebbe la frequenza dello spettro elettromagnetico della luce. La stessa Luce del primo verso della Bibbia, quella stessa di cui Iside si fa portatrice in alcune opere dell’antichità, come il Faro di Alessandria (luce della conoscenza e della consapevolezza). Si tratta di un concetto comune anche ai pitagorici e raffigurato in diverse opere, come la statua della Legge Nuova sul Duomo di Milano e la Statua della Libertà di New York.

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Inoltre considerandone l’impiego misterico e l’utilizzo dei suoi rapporti geometrici nei progetti di alcune notissime opere architettoniche, si giunge ad intuire l’importanza del tutto particolare del soggetto che stiamo trattando. Tutte le costruzioni, qualunque esse fossero, tenevano conto della geometria sacra diventando casse di risonanza delle vibrazioni della terra. Dall’anno Mille in poi, sull’onda dei grandi pellegrinaggi, si cominciarono a costruire chiese studiate e calcolate in funzione di parametri sacri della geometria che condussero gli uomini, dal periodo oscurantista che aveva appena attraversato, a un momento di grande spiritualità.

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Le armonie che derivavano dalla musica erano ritenute l’espressione terrena dell’Armonia divina che Dio aveva emesso nell’atto della creazione e, secondo le leggi di questa armonia, il tempio veniva interpretato simbolicamente come corpo dell’uomo e corpo dell’universo. Per questo la musica usata nelle cattedrali risuonava a tal punto (come quella Gregoriana) che tutta la costruzione portava l’uomo a elevare il proprio stato di coscienza. Unendo la perfezione delle forme geometriche con la scelta oculata del posizionamento sul terreno, con l’orientamento in funzione delle stelle o dei momenti cosmici, con l’attuazione delle regole della geometria sacra, con le proporzioni e con il simbolismo, i costruttori di tutti i tempi tentarono di riunire l’uomo a dio. In architettura, ed in particolare in quella gotica, la forma della “vesica piscis” viene usata come sistema geometrico per il proporzionamento. Questo sistema è stato descritto nel “Vitruvius” di Cesare Cesariano (1521), con il nome di “regola degli architetti germanici”.

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Questo simbolo si rinviene in moltissimi contesti: su megaliti e grotte preistoriche, fu conosciuto nelle prime civilizzazioni della Mesopotamia, in Egitto, in Cina, in India, tra i popoli celti ed in Africa; per gli Ebrei era il simbolo della Creazione dell’Universo, per i Cristiani era il simbolo del pesce, l’Ichthys, acronimo di Iesus Christos Theus Soter, cioè Gesù Cristo figlio di Dio e nella successiva elaborazione dell’iconografia cristiana, la Vesica Piscis viene associata alla figura del Cristo o della Madonna in Maestà e rappresentata in molti codici miniati, sculture e affreschi del Medioevo. Nel Talmud il Messia viene chiamato Dag che vuol dire appunto pesce.

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Questo simbolo, legato alla Dea Madre, secondo René Guénon nel suo libro “Simboli della scienza sacra”, ha una radice Iperborea infatti lui afferma che: “la presenza della Vesica Piscis è stata segnalata nella Germania settentrionale e in Scandinavia e in tali regioni essa è verosimilmente più vicina al suo punto di partenza che non nell’Asia centrale, ove fu senza dubbio portata dalla grande corrente che, derivata direttamente dalla Tradizione primordiale, doveva poi dar origine alle dottrine dell’India e della Persia”.

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Si tratta della vulva della Madre Terra: la mandorla infatti è un chiarissimo richiamo al Femminino Sacro e alle proporzioni della Geometria Sacra di unione degli opposti, analogamente al concetto di Yin e Yang. Le polarità intersecantisi generano il divino figlio della Madre Terra, ossia l’Uomo: un essere superiore in grado di sviluppare dentro di sé l’illuminazione spirituale.

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Ora, essendo essa una figura geometrica formata da sole due linee curve, e dunque un disegno di massima semplicità ed essenzialità, ha fornito nel corso degli anni la base e la struttura di moltissime creazioni artistiche per le civiltà del mondo intero, e non solo: costituisce uno di quei tracciati di base su cui si fondano le complesse architetture realizzate dall’uomo, ma anche dell’universo e l’anatomia degli esseri viventi. Nel corpo umano, gli occhi, la bocca, e quasi tutti gli orifizi attraverso i quali l’interno dell’organismo comunica con l’esterno, sono strutturati geometricamente sulla base della Vescica Piscis.

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Ma perché questa apparentemente semplice figura geometrica ha avuto una così grande importanza nella raffigurazione dell’intelaiatura dell’Universo e dell’iconografia religiosa ed esoterica? La risposta è insita proprio nella sua origine geometrica: essa segna e rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere. Essa è il nucleo unitario preesistente alla separazione degli opposti, o la loro riunificazione. Rappresenta perciò una sintesi, e l’abbandono o il superamento di ogni dualismo. Così se abbinata al Cristo o ad altre figure messianiche dei culti religiosi fondati sul mistero, la Mandorla Mistica ne svela la duplice natura (divina e umana) riunita.

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Se associata alla vulva ne rappresenta la funzione di ponte fra il celato e il manifesto, fra ciò che ancora deve nascere e quel che è già venuto alla luce. La Mandorla Mistica è anche simbolo delle fasi dinamiche che intercorrono fra l’inizio e la conclusione di un’eclissi solare, matrimonio per eccellenza delle sfere celesti, nel quale l’unificazione degli opposti risulta esemplificata, almeno visivamente, al suo massimo grado. È quindi metafora dell’opera, cosmica ma anche umana ed interiore, di creazione del paradosso costituito dall’unione di ciò che sembra inconciliabile: luce ed ombra, bene e male, maschile e femminile, alto e basso, spirito e materia, movimento e quiete.

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Ma importantissimo è anche il significato della Vesica Piscis legato al culto della fertilità. Infatti l’ovale è un simbolo universale del Femminino Sacro, e la forma della vescica richiama anche quella della vulva femminile, il ‘passaggio della nascita’ e l’origine della vita. In Irlanda e in Inghilterra alcune figure di Sheela-Na-Gig, che possono essere viste in alcune chiese di origini molto antiche e che sono chiari simboli di fertilità, vengono rappresentate nude e con le gambe allargate, apertamente mostrando i loro genitali simbolicamente molto sproporzionati rispetto alla figura, come si nota ad esempio nella scultura trovata sulla chiesa di St. Mary e St. David a Kilpeck, nello Herefordshire, Regno Unito.

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Non sfugge a questa simbologia nemmeno Maria Maddalena, vista come origine della Stirpe Reale, portando in grembo la discendenza avuta da Gesù, la stirpe merovingia e il santo Graal: se il Cristo-Pesce è simboleggiato dalla ‘vesica piscis’ in posizione orizzontale, la mandorla-grembo-vulva-coppa-Graal è la stessa ‘vesica’ in posizione verticale. Maddalena è iconograficamente identificabile da un vaso che reca in mano: il vaso, o coppa, o Santo Graal, è una metafora del grembo materno, ricettacolo della vita. Nella tradizione provenzale è Maria Maddalena che, fuggendo da Gerusalemme su di una barca dopo la crocifissione di Gesù, approda in Francia portando con sé il Santo Graal. La dinastia dei Merovingi, re e taumaturghi dotati di poteri di guarigione, è il frutto di questa discendenza divina: Meroveo, il capostipite, si dice sia nato metà uomo e metà pesce (il nome stesso significa, letteralmente, “uomo del mare”), come l’Oannes, figura mitologica dal torso umano e la coda di pesce.

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Un notevole esemplare di vesica piscis è stato posto sul coperchio decorativo del pozzo del Graal a Glastonbury, all’interno del Giardino del Calice. Secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea, prozio di Gesù, avrebbe portato ad Avalon il Calice dell’Ultima Cena (il famoso Santo Graal), e lo avrebbe depositato sotto la collina sacra, da dove è scaturita la sorgente sanguinante, detta così per il colore rosso dato dalla presenza massiccia di ferro nell’acqua. Quindi, secondo la tradizione, il Calice è il recipiente che contiene l’essenza consacrata e Chalice Well e i suoi giardini sono essi stessi un recipiente per l’elisir vivificante della terra madre, Gaia, sotto forma delle acque che sgorgano qui. . Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell’Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

 

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Numerose teorie sulla storicità di Gesù affermano che la cristianità ha adottato certe credenze e pratiche come sincretismo di religioni misteriche come il Mitraismo, dalle quali avrebbe ereditato l’Ichthys. A sostegno di queste teorie è il fatto che sia il simbolo che la denominazione non sono una invenzione cristiana. Ichthys era, infatti il figlio della antica dea babilonese del mare, Atargatis ed era noto in vari sistemi mitici come Tirgata, Aphrodite, Pelagia o Delfina. La parola significava anche ventre e delfino in alcune lingue, e rappresentazioni di questo apparivano nella raffigurazione delle sirene. Il pesce si ritrorva poi in altre storie, fra le quali quella della dea di Efeso (che porta un amuleto a forma di pesce nella regione dei genitali), la Dea Madre cinese Kwan-Yin è una dea-pesce, e così anche la dea Afrodite che, dice la leggenda, nacque dalla spuma del mare. La dea indiana Kali, dopo aver inghiottito il pene di Shiva, diventa Minaksi, la “dea dagli occhi di pesce”, in analogia alla dea egizia Iside, che dopo aver divorato il pene di Osiride diventa Abtu, il Grande Pesce degli Abissi.

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La mandorla, come frutto o come seme, è da sempre un simbolo di fertilità, e come tale è stato associato, per esempio, alla dea frigia Cibele. Anche la ninfa greca Phyllis è stata trasformata dagli dei in un albero di mandorle. A Delfi, dove c’era l’oracolo di Apollo, la Pitonessa (o Pizia) profetizzava vaticini a chi lo consultava, ed il luogo era marcato da un omphalos di forma ovoidale. Inoltre nell’antica Grecia, “pesce” e “grembo materno” si esprimeva con la stessa parola: delphos.

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Troviamo la Vesica Piscis nei pressi dell’Antro della Sibilla di Cuma dove è chiaramente connessa con la Luna e la fertilità. Le ventotto tacche nelle pareti tufacee lo collegano al calendario mensile lunare, associato al ciclo femminile e alle mestruazioni, simbolo a loro volta della fertilità femminile. La Dea Lunare è qui colei che genera la vita sulla Terra, nel pieno rispetto del concetto della Triplice Dea.

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Caratteristiche sono anche molte sepolture nel cimitero vichingo di Lindholm Høje in Danimarca.

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Molti sigilli di ordini religiosi, come ad es. quello dei Cavalieri Gaudenti, e sigilli di Gran Maestri sono stati racchiusi all’interno di forme a mandorla invece di forme rotonde, più usuali. Modernamente, la troviamo parimenti rappresentata nella forma dei collari indossati dagli officianti dei rituali massonici, ma è anche considerata la forma più appropriata per inserirvi le figure dei sigilli delle logge, esempio lampante è il simbolo dell’ Ordo Templi Orientis di cui fece parte anche l’esoterista e scrittore Aleister Crowley.

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Nei tarocchi la ventunesima carta chiamata “Il Mondo” raffigura proprio una donna in una Vesica Piscis. La carta numero XXI dei tarocchi è l’ultima della serie che, iniziata con il Matto, la carta non numerata, via via si sviluppa fino ad arrivare a compimento della ricerca della propria identità. Dal Mondo, il compimento, si può sempre iniziare un’altra fase della vita vestendo di nuovo le vesti del mendicante, di quello che abbandona tutto e inizia da capo mettendosi in strada, in discussione, ed affrontando le difficoltà che ne conseguono. Una corona d’alloro, segno del vincitore nell’antichità, che circonda una fanciulla ignuda, dal viso estremamente rilassato. Intorno quattro Icone, l’angelo, il bue, l’aquila e il leone. Queste rappresentazioni circondano la donna nella ghirlanda, come se fossero quattro diversi tipi di energia base, in sinergia tra loro. Sono per l’ennesima volta riferimento a simboli che vengono dall’antichità. Per la tradizione cristiana rappresentano i quattro evangelisti. Per gli astrologi erano i quattro segni cardinali dello Zodiaco, rispettivamente Acquario, Toro, Scorpione, Leone. Ma sono anche a memoria dei quattro elementi, Acqua, Terra, Aria e Fuoco.

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La Dea Madre di ogni umanità ha partorito i suoi templi consacrando, con la sua presenza silenziosa, diversi luoghi sulla faccia del pianeta. Colei che non possiede altro Genere che il Principio si è adattata a far da cornice al Cristo di Chartre, si è infusa nella globalità dell’impianto del grande santuario di Karnak e nella sostanza progettuale del tempio di Tell el-Amarna.

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In merito a queste osservazioni indichiamo due tra le opere architettoniche più note del passato: Castel del Monte e la piramide di Cheope. Entrambe le costruzioni sono state realizzate attraverso l’applicazione e lo sviluppo dei rapporti geometrici della vescica e questa cosa sott’intende un legame tra i due edifici che si pone oltre il semplice confronto formale.

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Nel tempio di Osiride ad Abydos è intagliato nella pietra,o meglio, è scavato talmente in profondità che anche raschiando per diversi centimetri la pietra, rimane sempre visibile, un fiore della vita. E’ stata usata una tecnica ancora oggi sconosciuta, che nessuno è stato ancora in grado di spiegare e replicare.

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Particolare è la sfera che si trova sotto la zampa dei “Leoni di Fu” nella città proibita a Pechino dove sulla sua superficie troviamo proprio una seria di Vesica Piscis formanti una rete.

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Molto famosi sono anche i Crop Circles o cerchi nel grano che compaiono in tutto il mondo e solitamente sono costruiti basandosi appunto sulla geometria sacra e soprattutto sulla figura della Vesica Piscis. La teoria più diffusa è che queste formazioni siano fatte da popoli extreterrestri che usano proprio questo codice universale per comunicare con noi lasciandoci dei messaggi impressi nei campi.

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Questo simbolo a causa della sua chiara associazione con la sessualità è utilizzato nella società moderna in diversi loghi di marchi famosi come Gucci, Chanel, DC Shoes, Mastercard e sigarette Kool solo per citare alcuni esempi.

Una nota curiosa.

In una visita della nostra Associazione presso l’Insediamento rupestre di Zungri, in provincia di Vibo Valentia, abbiamo notato sul muro interno di uno dei silos presenti nello splendido villaggio, una grande Vesica Piscis, scolpita in maniera diligente e rispettando le proporzioni, un motivo in più per visitare questo magico sito sul Monte Poro fatto di grotte scavate nell’arenaria e di sorgenti naturali che sgorgano dal nulla.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

fonti: amoredivino.it, simbolisignificato.it, ginocacinodiangelo.blogspot.it, orizzontemagazine.it, angolohermes.com

L’Ordine del Drago in Calabria?

 

Sono anni ormai che grazie alla caparbietà e alla collaborazione della Prof.ssa Ines Ferrante dell’Associazione Culturale Mystica Calabria, abbiamo costantemente sotto la nostra lente di ingrandimento una città indagando su i suoi  misteri. Leggende e storie tramandate oralmente, ma anche documenti storici, simboli e prove concrete, toponimi che descrivono antichi territori percorsi da leggendarie gesta.  Parliamo di Castrovillari. Città antichissima al Nord della Calabria. Qui abbiamo riscontrato la presenza Templare in maniera distinta ed evidente, qui il video del nostro primo documentario:

sembra però che più passa il tempo, più le cose da verificare e da studiare aumentino. Avevamo iniziato questa ricerca già da un po, ma senza la possibilità di mostrare delle vere e proprie prove. Prove che invece sono adesso tangibili, vi raccontiamo quindi questa incredibile storia, in attesa di poter realizzare la continuazione del documentario su questa affascinante città, ricca di misteri e di intrighi. Che sempre più mostra incredibili collegamenti con personaggi e storie, mai nemmeno per scherzo accostate alla Calabria. 

Durante lavori di ristrutturazione di un’antica stalla, probabilmente l’unica che si può ancora vedere all’interno di in un palazzo nobiliare a Castrovillari, precisamente palazzo Baratta, è stata messa in luce, forse facente parte di una scala o di un muro realizzato con materiali di risulta, una pietra calcarea di tipo locale che mostrava alcuni strani segni incisi. Gli operai addetti ai lavori l’hanno sottoposta all’attenzione del proprietario, N.H.Paolo Baratta il quale ha notato che quei segni erano in effetti un chiaro disegno riproducente una sorta di serpente con la coda attorno al collo. Si tratta in realtà di un simbolo molto noto, utilizzato dall’Ordine del Drago o del Dragone, un ordine cavalleresco – militare fondato nel XV secolo e che tra i suo membri vantava il fior fiore della nobiltà europea ed alcune teste coronate, tra cui Re Alfonso V d’Aragona e suo figlio Ferrante, Giorgio Castriota Skanderbeg e Vlad II Basarab, voivoda di Valacchia e padre del ben più celebre Vlad III, Tepes cioè l’Impalatore, giunto sino a noi con il nomignolo di Dracula che in romeno significa “figlio del drago”. Il simbolo si trova inciso in una porzione della pietra che in qualche modo sembrerebbe essersi preservata poiché protetta dalla stessa muratura in cui si trovava. Potrebbe trattarsi di un gradino in pietra ricavato e scolpito da una lastra più grande, lisciato dall’utilizzo nel corso dei secoli e poi reimpiegato insieme ad altro materiale durante lavori di risistemazione della stessa stalla, forse per obliterare un vano di accesso. Non essendo possibile fornire una datazione precisa usando il metodo al radiocarbonio che si applica soltanto alla materia organica,  le analisi non ci possono dire molto sull’epoca in cui è stata realizzata l’ incisione che tuttavia, ad una prima analisi,  non sembra opera recente.  L’ enigma lapideo si infittisce quando si apprende che la storia stessa dell’ordine del Drago è ancora avvolta nel mistero.  L’atto di fondazione recitava: «Per segno ossia effigie scegliamo e accettiamo quella del Drago ricurvo a modo di circolo, girante su se stesso, con la coda attorcigliata al collo, diviso nel dorso in due parti, dalla sommità del capo e dal naso fino all’estremità della coda da un flusso di sangue uscente dalla spaccatura profonda di una ferita, bianca e priva di sangue, e sul davanti porteremo pubblicamente una croce rossa allo stesso modo di coloro che, militando sotto il vessillo del glorioso martire Giorgio, usano portare una croce rossa in campo bianco». Il drago agonizzante rovesciato su se stesso con una croce al centro indicava vittoria dell’Ortodossia Cattolica sull’Eresia e sul Male e la sconfitta di infedeli ed eretici. I suoi membri portavano al collo l’emblema a guisa di pendaglio e indossavano sull’ armatura una lunga tunica scarlatta e un mantello verde (a simboleggiare la pelle del drago ed il suo ventre insanguinato) fermato da una fibbia. Le insegne autentiche dell’Ordine oggi sono esposte all’Ehemals Staatliches Museum di Berlino e al Bayerisches National Museum di Monaco di Baviera. La fraternitas dei  “Draghi”  non fu un ordine cavalleresco come gli altri e il titolo di cavaliere non figurava tra i requisiti per l’ammissione nell’ordine. L’ordine del Dragone non aveva santi patroni né un quartier generale o assemblee periodiche. La vita dell’Ordine fu comunque breve e dei condottieri che ne hanno fatto parte si narra che abbiano sempre vinto le proprie battaglie,  salvo essere colti da morte improvvisa per malattia o essere stati traditi da altri membri dell’Ordine. Per quanto riguarda la storia locale ci si chiede cosa ci facesse un simbolo del genere a Castrovillari? A parte il legame con i “proprietari” del  castello aragonese, Alfonso d’Aragona e il figlio Ferrante (Re Alfonso V di Aragona creò un ramo parallelo dell’Ordine per combattere i pirati saraceni e Ferrante I per celebrare la vittoria del 1485 sui baroni del Regno fece coniare il famoso “coronato” con il drago dal volto umano, oggi moneta rarissima e di grandissimo fascino), non si conoscono altri personaggi del territorio che appartenessero all’ordine. Plausibile, invece, potrebbe essere che qualche nobiluomo della famiglia Baratta conoscesse le antiche vicende dell’Ordine e ne volesse reiterare la simbologia presente anche nel nome del casato, Dragone-Baratta. 

L’antica e nobile famiglia Baratta, protagonista indiscussa delle vicende sociali, economiche e culturali della città di Castrovillari, vantava tra i suoi appartenenti intellettuali, scrittori, politici, patrioti, medici (alchimisti?) e soprattutto massoni. Imparentati con gli Angioini e con i principi Sanseverino, la famiglia Baratta Dragone giunse a Castrovillari al seguito dei Normanni già nel XI secolo. Membri della prima loggia massonica e della prima setta liberale di stampo carbonaro  chiamata “Chiesa del Lagano” o “Chiesa di Lagaria”.  Inoltre, essendo in famiglia quel Dionisio Baratta senior, nato nella prima metà del XVIII secolo,  dottissimo medico, esoterico, fautore dell’alchimia operativa, massone, molto esperto anche in astrologia, «conoscitore di tutti i sistemi di medicina antichi e moderni», è probabile ch’egli stesso abbia fatto incidere quel simbolo molto significativo anche nel linguaggio alchemico ed esoterico: il drago è il «guardiano della soglia», custode del tesoro spirituale iniziatico che il neofita deve affrontare e vincere per compiere il proprio percorso iniziatico.  Tante le congetture e tante le ipotesi ancora tutte da verificare, resta il fatto che di questo simbolo  se ne possono ammirare soltanto pochissimi esempi in tutta l’Europa.

 

Ines Ferrante Mystica Calabria – Team Mistery Hunters

 

Il Calendario di Adamo: E’ ora di riscrivere la storia.

 

13L’Africa è sempre stata considerata la culla della civiltà. Oggi, questo fatto viene avvalorato da una scoperta che ha dell’incredibile.
A circa 280 km ad ovest del porto di Maputo, la capitale del Mozambico, sono stati rinvenuti i resti di una grande metropoli che misurava, secondo stime prudenti, circa 5.000 km quadrati. Faceva parte di una comunità ancora più ampia, di circa 35.000 chilometri quadrati, risalente ad un periodo che va dal 75000 al 160.000 a.C. Le migliaia di miniere d’oro scoperte nel corso degli ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto scavando l’oro in questa parte del mondo per migliaia d’anni. E se questa regione è in realtà la culla del genere umano, è probabile che stiamo analizzando le attività della più antica civiltà sulla Terra.

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Sono sempre stati lì. Qualcuno li aveva già notati prima, ma nessuno riusciva a ricordare chi li avesse fatti o perché? Fino a poco tempo fa, nessuno sapeva nemmeno quanti fossero. Ora sono dappertutto, a migliaia, anzi no, centinaia di migliaia! E la storia che raccontano è la storia più importante dell’umanità. Ma c’è chi potrebbe non essere pronto ad ascoltare. Quando i primi esploratori incontrarono queste rovine, davano per scontato che fossero recinti per il bestiame realizzati da tribù nomadi, come il popolo Bantu, che si spostò verso sud e si stabilì in questa terra intorno al sec. XIII. Non si conoscevano le testimonianze storiche di nessuna civiltà precedente, più antica, in grado di costituire una comunità così densamente popolata. Poco sforzo fu stato fatto per indagare il sito perché la collocazione storica delle rovine non era per nulla nota.

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La situazione è cambiata quando se ne è occupato il ricercatore Michael Tellinger, in collaborazione con Johan Heine, un vigile del fuoco locale e pilota che aveva osservato queste rovine negli anni, sorvolando la regione. Heine aveva il vantaggio unico di vedere il numero e la portata di queste strane fondazioni di pietra e sapeva che il loro significato non era apprezzato. Negli ultimi anni, queste enigmatiche formazioni di pietre sono state promosse, insieme alle piramidi bosniache, come le più antiche strutture umane del pianeta. Possono solo essere veramente apprezzate dal cielo o attraverso immagini satellitari. Molte di loro sono quasi completamente erose o sono state coperte dai movimenti del suolo fatti per l’agricoltura lungo il tempo. Alcune sono sopravvissute abbastanza bene da rivelare le loro grandi dimensioni, con alcuni muri originali in piedi, sino a quasi 2 metri d’altezza e oltre un metro di larghezza, in alcuni luoghi.

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Guardando la metropoli intera, diventa evidente che si trattava d’una comunità ben progettata, sviluppata da una civiltà evoluta. Il numero di antiche miniere d’oro suggerisce la ragione per cui la comunità si trovava in questa posizione. Alcune strade si estendono per circa 500 chilometri  e collegavano le varie comunità basate sull’agricoltura a terrazzamenti molto simili a quelli trovati negli insediamenti Inca in Perù. Un calcolo approssimativo indica che le strade originali avrebbero richiesto l’utilizzo di più di 500 milioni di pietre tra i 10 e i 50 chilogrammi ciascuna.

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Il fiore all’occhiello della zona è senza dubbio il cosiddetto “Calendario di Adamo”.

L’area in questione è visibile nel quadrato formato dalle seguenti coordinate di Google Earth:

Carolina – 25 55′53,28″S / 30 16′ 13,13″ E
Badplaas – 25 47′33,45″S / 30 40′ 38,76″ E
Waterval – 25 38′07,82″S / 30 21′ 18,79″ E
Machadodorp – 25 39′22,42″S / 30 17′ 03.25″ E

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Il Calendario di Adamo, chiamato anche il Calendario di Enki, è conosciuto come il più antico sistema di menhir al mondo, è di forma circolare, simile al più celebre Stonehenge, ma più antica di molte migliaia di anni, e si trova nei pressi di Mpumalanga (significa “il luogo dove sorge il Sole” in lingua Zulu), situato sulla cima di una scogliera in pendenza verso sud, nota come la scarpata di Transvaal, una zona ricca di quarzite e di giacimenti d’oro. La ragione per cui questa struttura è stata chiamata calendario, è dovuta al fatto che è disposta in modo da seguire l’evoluzione del sole lungo tutto il corso dell’anno: così come il sole si muove durante le stagioni, anche l’ombra che proietta sulle rocce si sposta allo stesso modo.

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Il Calendario di Adamo è costituito da un gran numero di rocce apparentemente sparse a caso, di cui una piccola percentuale è stata posizionata per creare un cerchio, in tutto ci sono una dozzina di pietre che sembrano essere state collocate in posizione verticale, tra cui due alte circa 2 metri e mezzo che si distinguono in mezzo. La forma originale è ancora chiaramente visibile dalle immagini satellitari. Tra le rovine sono presenti le prime forme a piramide e alcuni dettagli scolpiti nelle rocce raffigurano il simbolo Ankh, utilizzato dagli egizi migliaia di anni dopo, come anche alcuni simboli Dogon, una tribù del Mali, dotata di inspiegabili conoscenze astronomiche. Il sito è stato eretto lungo il medesimo meridiano della Grande Piramide di Giza.

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Dalla posizione dei monoliti e dalle misurazioni fatte da Heine la struttura circolare è stata volutamente progettata per allinearsi ai punti cardinali della Terra, e con gli equinozi e i solstizi. Heine ritiene di aver individuato vari allineamenti solari, tra cui uno particolarmente interessante che riguarda tre pietre reclinate che, a suo parere, una volta erano orientate verticalmente verso le 3 stelle della cintura di Orione.

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Fin qui la cosa non susciterebbe sorpresa visto che molti siti preistorici sembrano contenere questo tipo di allineamento. La cosa che fa pensare è che l’allineamento delle pietre riguarderebbe la posizione della cintura di Orione come appariva circa 75 mila anni fa, anche se recenti studi portano la lancetta indietro nel tempo sino a 160000 A.C. . Gli indizi sembrano mostrare che ci troviamo di fronte a quella che forse è stata la più grande e misteriosa civiltà esistita sulla Terra.

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Il ritrovamento di Heine ha aperto un vero e proprio ‘vaso di pandora’ sull’Africa del Sud, permettendo la scoperta di numerosi insediamenti in pietra che rappresentano un nuovo affascinante ed enigmatico capitolo per l’archeologia contemporanea. Si stima la presenza di oltre 20 mila antiche rovine in pietra sparse sulle montagne del Sud Africa. Gli archeologi e gli antropologi speculano sull’origine delle misteriose rovine, spesso etichettandole come ‘materiale di poca importanza’ e boicottandole. Mentre la parte della comunità scientifica più attenta e possibilista intravede un quadro completamente nuovo e sorprendente sulla storia antica delle rovine africane e sulla storia dell’uomo più in generale. Questo ritrovamento è in netta contraddizione con la storiografia tradizionale che si ostina inspiegabilmente ad insegnare che le civiltà più importanti ed imponenti sono apparse in Sumer e in Egitto, e che prima di esse non v’era nulla.

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La verità è che si sa davvero molto poco su questi spettacolari rovine antiche e che purtroppo molte di esse sono andate distrutte per pura ignoranza dalla silvicoltura, dagli agricoltori e dallo sviluppo urbano. E’ chiaro che ciò pone immediatamente un problema enorme per archeologi, antropologi e storici, dato che l’inizio della storia della civiltà umana è comunemente collocata non oltre i 12 mila anni fa, con la nascita dell’agricoltura. E diventa ancora più complessa quando ci si rende conto che non si tratta di semplici strutture isolate lasciate dalla migrazione di orde di cacciatori-raccoglitori ma veri e propri osservatori astronomici e templi di un’antica civiltà perduta che risale a molte migliaia di anni fa.

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Il ricercatore sudafricano Michael Tellinger si spinge decisamente oltre, fino a suggerire che il Calendario di Adamo possa essere stato realizzato addirittura 160.000 anni fa e così esprime la sua emozione nel scoprire questo luogo: “Quando Johan per primo mi ha fatto conoscere le antiche rovine di pietra dell’Africa australe, non avevo idea delle incredibili scoperte che ne sarebbero seguite, in breve tempo. Le fotografie, i manufatti e le prove che abbiamo accumulato puntano senza dubbio ad una civiltà perduta e sconosciuta, visto che precede tutte le altre – non di poche centinaia d’anni, o di qualche migliaio d’anni… ma di molte migliaia d’anni. Queste scoperte sono così impressionanti che non saranno facilmente digerite dall’opinione ufficiale, dagli storici e dagli archeologi, come abbiamo già sperimentato. E’ necessario un completo mutamento di paradigmi nel nostro modo di vedere la nostra storia umana”.

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E riferendosi all’oro continua: “Le migliaia di antiche miniere d’oro scoperte nel corso degli ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto e scavato per l’oro in questa parte del mondo per migliaia d’anni. E se questa è in realtà la culla del genere umano, possiamo star guardando le attività della più antica civiltà sulla Terra. Mi vedo come una persona di mente aperta, ma devo ammettere che mi ci è voluto oltre un anno per digerire la scoperta e per capire che abbiamo realmente a che fare con le strutture più antiche mai costruite dall’uomo. Il motivo principale di ciò è che ci hanno insegnato che nulla di significativo è mai venuto dal Sud Africa. Che le civiltà più potenti sono apparse in Sumer e in Egitto e in altri luoghi”.

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Tellinger rispondendo alle domande incalzanti del giornalista Adriano Forgione, in una intervista per la rivista Fenix, ci fa capire il perché del suo interesse per questo misterioso luogo: “Mi occupo di ricerche sulle origini del genere umano e sulla vera storia del  pianeta. Ho iniziato a mostrare interesse per questo tipo di argomenti nel 1979, durante il mio primo anno di università. Il Calendario di Adamo è il luogo principale dove si esplica il mio studio. Fu progettato per essere allineato ai quattro punti cardinali, N-S-E-O, ma presenta anche una pietra scolpita in forma di falco. Sono dell’idea che sia relazionabile alla divinità egizia Horus. Questa scultura segna il sorgere del sole durante l’equinozio di primavera nell’emisfero sud del pianeta. Sembra che questa sia la più antica scultura in pietra di Horus mai trovata sino ad oggi. È noto che Horus rappresenti sempre il sorgere del sole, quindi questo potrebbe significare che siamo davanti al luogo del sorgere dell’Horus primigenio.”

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“C’è un problema: l’allineamento N-S-E-O è fuori allineamento di 3.1/- 4 gradi in senso antiorario in direzione nord-sud. Questo può significare solo una cosa: il Calendario di Adamo è stato costruito in un momento storico in cui nord e sud  presentavano un diverso angolo. Sto parlando del vero asse nord-sud, non di quello magnetico. Questo supporta la teoria di Charles Hapgood dello scorrimento della crosta terrestre. La pietra “Horus” è in relazione con altri tre megaliti che sono allineati con il sorgere di Orione. Questo allineamento specifico è stato datato ad almeno 160 mila anni fa. So che può sembrare assurdo ma è così. All’interno del cerchio del Calendario di Adamo abbiamo anche misurato un’incredibile quantità di campi elettromagnetici, sia nel vettore verticale che orizzontale del campo stesso. Inoltre, tracce di elevato calore sono riscontrabili sotto la superficie, fatto che suggerisce la presenza di un vulcano sotterraneo. Le frequenze sonore rilevate nel cerchio sono superiori a ogni altra misurazione effettuata in qualunque luogo della Terra, ben oltre i 375 gigaHertz. Tutto ciò è un supporto scientifico incredibile alla presenza in questi luoghi di una civiltà avanzata.  Il Calendario di Adamo è una struttura megalitica ben nota tra i custodi della conoscenza in Africa, sciamani, sangoma e uomini/donne di medicina. È considerato come uno dei due luoghi più sacri della terra, connesso alla creazione della razza umana. Nella cultura Africana di questi luoghi è conosciuto come “La Casa natale del Sole”. ”

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E continua: ” Ci sono oltre 1° milioni di costruzioni di forma circolare, simili ai nuraghi sardi in tutta l’Africa meridionale. Una cosa pazzesca. Essa copriva la maggior parte del sud Africa, tutto lo Zimbabwe, parti del Botswana e  Mozambico. Un’area grande quanto Francia,Germania e Italia messe insieme. Sono convinto che si tratti di generatori di energia per la lavorazione dei metalli e dei minerali, principalmente oro, per mezzo del suono come fonte di energia. Queste strutture sono tutte collegate da migliaia di chilometri di canali di pietra che regolavano e assicuravano la conduzione di energia tra tutti i cerchi. Ci sono anche terrazzamenti agricoli che usavano questo flusso di energia per migliorare la produzione del grano. Ho trovato pietre di forma allungata che suonano come campane. Credo che servissero come “starter” per avviare il sistema di frequenza sonora, in quanto tali pietre emettono un solo tono. Le migliaia di pietre nelle pareti dei cerchi risuonano a diverse frequenze e ciò indica che possono risuonare con molte pietre “starter”, creando una forte e permanente ondata di energia sonora. Ci sono anche delle pietre coniche, come coni gelati, che sembrano essere le punte che concentravano il suono in fasci di energia sonora. Oggi questi strumenti sono chiamati SASER (Sound Amplification by Stimulated Emission of Radiation), potentissimi dispositivi di energia impiegati in applicazioni belliche. Funzionano come la punta di cristallo in un normale laser, che focalizza la luce in un fascio.”

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Poi afferma ancora: “Vi sono pietre circolari forate al centro, perfettamente lisce e convesse, come se fossero state modellate dall’acqua nel corso dei millenni. Questi sono gli strumenti dei primi minatori e costruttori. Sono dei convertitori che generavano il passaggio da una frequenza a un’altra. Le misurazioni dell’energia, ha stabilito che i cerchi generano ancora enormi quantità di energia, lo abbiamo misurato. Onde elettromagnetiche, onde sonore e firme di calore. Abbiamo misurato il suono più in alto, 103 dB (decibel) proveniente dalle mura di alcuni cerchi. Una firma di calore di oltre 80°C (176° Fahrenheit) e 1800 Mega Hz nel Calendario di Adamo. Questi sono luoghi ancora molto attivi ed energetici. Quando le onde sonore raggiungono la superficie interna al cerchio formato dalle rocce, si rilevano dei motivi simili a fiori di ‘geometria sacra’. Inoltre, all’interno del cerchio, i segnali Gps si perdono. Se fate un passo là dentro, il segnale sparisce, se si fa un passo indietro, il Gps funziona di nuovo e tutto questo è dovuto al forte campo elettromagnetico. Chi ha creato quindi questo sistema di pietre? Non importa chi fossero quelle persone: avevano un alto grado di conoscenze di acustica e di astronomia.”

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E conclude: “Molte ricerche restano ancora da fare. Questi cerchi ci fanno tornare al primo popolo della Terra che estraeva oro in Sudafrica quasi 200000 anni fa. Le tavolette sumere lo chiamano Lulu Amelu, ed è il primo uomo Adamu. Ci sono collegamenti diretti con le tavolette sumere degli Annunaki e con la descrizione delle loro attività di estrazione aurifera sulla Terra. Siamo a conoscenza di oltre 75000 miniere d’oro e molte altre sono ancora coperte dal terreno. Questa civiltà è stata distrutta dal diluvio biblico circa 12- 13000 anni fa”.

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Le idee di Tellinger si ispirano agli scritti di Zecharia Sitchin, filologo e studioso della mitologia sumera, il quale in diverse opere ha scritto che gli Anunnaki scavarono buona parte delle miniere d’oro in Sud Africa. Costoro sarebbero giunti dal loro pianeta natale Nibiru in cerca di giacimenti d’oro. Una volta giunti sul nostro pianeta, gli Anunnaki crearono l’Homo Sapiens, modificando geneticamente un ominide (secondo alcuni l’Homo Erectus, secondo altri l’Homo di Neanderthal) e creare un lavoratore che estraesse l’oro per conto loro. La creazione dell’uomo sembra essere descritta come una specie di clonazione o di quella che noi oggi chiamiamo fecondazione in vitro. Questo intervento degli Anunnaki avrebbe dato un colpo di acceleratore all’evoluzione umana, mettendo il turbo ad un processo che naturalmente sarebbe durato migliaia di anni. Le fonti di Sitchin per le sue conclusioni partono da una serie di testi sumeri ed ebraici, tradotti in maniera non convenzionale rispetto all’interpretazione tradizionale. Ci viene detto dalle tavolette che la spedizione è venuta per l’oro, e che grandi quantità sono state estratte e spedite fuori del pianeta. La comunità in Sud Africa era chiamata “Abzu” ed era la posizione privilegiata delle operazioni minerarie.

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Poiché questi eventi sembrano coincidere con la regione delle più ricche miniere d’oro del pianeta (Abzu) e dove gli Homo Sapiens sono “nati”, alcuni ricercatori pensano che le leggende sumere possano, infatti, essere basate su avvenimenti storici. Secondo gli stessi testi, una volta conclusa la spedizione mineraria, fu deciso che la popolazione umana dovrebbe essere lasciata perire in un diluvio che era stato previsto dagli astronomi degli “dèi”. A quanto pare, il passaggio ciclico del pianeta natale degli dèi, Nibiru, stava per portarlo abbastanza vicino all’orbita della Terra e la sua gravità avrebbe provocato una risalita (marea) degli oceani a inondare la terra, mettendo fine alla specie ibrida, Homo sapiens. Secondo la storia, uno degli “dèi” aveva simpatia per un essere umano particolare, Ziusudra, e lo avvertì di costruire una barca per cavalcare l’onda del diluvio. Questo divenne la base per la storia di Noè nel libro della Genesi. Fu un fatto veramente accaduto? L’unica altra spiegazione è immaginare che le leggende sumere, che parlano della vita su altri pianeti e della clonazione umana, fossero straordinarie creazioni di fantascienza. Questo sarebbe di per sé sorprendente. Ma ora abbiamo la prova che la città mineraria, Abzu, è reale e che esisteva nella stessa epoca dell’improvvisa evoluzione degli ominidi a Homo sapiens.

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Ancora Forgione ci illustra come il Sudafrica potrebbe essere la culla dell’umanità: “Le teorie di Tellinger sull’origine sudafricana dell’uomo moderno hanno trovato inaspettata conferma qualche anno fa. L’ 8 marzo 2011, l’Università di Stanford in California, ha diramato i risultati di uno studio genetico sulle popolazioni africane. Attraverso la più grande analisi sulla diversità genetica delle popolazioni del Continente Nero mai svolta sinora, si è appurato che gli esseri umani moderni probabilmente ebbero origine in Africa meridionale più che in Africa orientale, come generalmente si supponeva. Lo studio pubblicato su “Proceeding of the National Academy of Sciences” è stato realizzato dai genetisti Brenna Henn e Marcus Feldman. Brenna Henn ha detto che lo studio ha raggiunto due conclusioni principali:  ”Una è che c’è una enorme diversità nelle popolazioni africane di cacciatori-raccoglitori. Questi gruppi di cacciatori-raccoglitori sono altamente strutturati e sono piuttosto isolati gli una dagli altri e, quindi, conservano una grande quantità di variazioni genetiche”. Henn ha aggiunto: “La seconda importante conclusione è che abbiamo preso in considerazione i modelli di diversità genetica tra le 27 diverse popolazioni africane, e abbiamo visto un calo di diversità che inizia proprio in Africa meridionale e progredisce man mano che ci si sposta verso il nord Africa. Le popolazioni dell’Africa meridionale, i Khomani Boscimani, presentano la più alta diversità genetica di qualsiasi altra popolazione. Questo suggerisce che l’Africa meridionale potrebbe essere il luogo migliore per individuare l’origine degli esseri umani moderni”. Gli scienziati non riescono ancora a capire perché questo nuovo tipo umano denominato Homo Sapiens apparve improvvisamente, o come avvenne il cambiamento, ma sono in grado di rintracciare i nostri geni sino ad una sola donna, che è nota come “Eva mitocondriale”.

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Eva mitocondriale (mt-MRCA) è il nome dato dai ricercatori alla donna che è definita come l’antenato comune matrilineare più recente (MRCA) per tutti gli esseri umani attualmente viventi. Tramandato da madre a figlio, tutto il DNA mitocondriale (mtDNA) in ogni persona vivente è derivato da questo individuo di sesso femminile. Eva mitocondriale è la controparte femminile di Adamo Y-cromosomico, l’antenato comune patrilineare più recente, pur vivendo in tempi diversi.
Si crede che Eva mitocondriale sia vissuta tra 150.000 a 250.000 anni a.C., probabilmente in Africa orientale, nella regione della Tanzania e delle zone immediatamente a sud e ad ovest (ma il ritrovamento in Sud Africa, sovverte tale certezza). Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di forse 4.000-5.000 femmine, in grado di produrre prole. Se altre femmine avessero avuto prole con cambiamenti evolutivi del loro DNA, non se ne registra ad oggi alcun dato sulla loro sopravvivenza. Sembra quindi che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.

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Eva mitocondriale sarebbe stata pressoché contemporanea di esseri umani i cui fossili sono stati rinvenuti in Etiopia, nei pressi del fiume Omo e di Hertho. Eva mitocondriale visse molto prima dell’emigrazione dall’Africa, che potrebbe essersi verificata tra 60.000 e 95.000 anni fa. La regione dove si può trovare il massimo livello di diversità mitocondriale è quella segnata in arancione, mentre la regione in cui gli antropologi ipotizzano che la divisione più antica della popolazione umana abbia iniziato a verificarsi è quella in rosso scuro.

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L’antica metropoli si trova in quest’ultima regione, che corrisponde anche al periodo stimato in cui le mutazioni genetiche improvvisamente accaddero. Strana coincidenza. Abbastanza da darci da pensare per un po’.  Mentre l’umanità continua a riscoprirsi, e nuove conoscenze emergono, riflettiamo sul fatto che anche i libri di Storia dovranno essere riscritti.

 

 

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Fonti: it.scribd.com , ilnavigatorecurioso.it , liutprand.it , hystoria.info, epochtimes.it

Vuoto Quantico: Un Ritorno al Futuro

 

Il concetto di vuoto, sia se inteso come Nulla o come Tutto, si ritrova,  al centro delle più importanti questioni scientifiche e filosofiche di tutti i tempi. Rappresenta oggi il fondamento della fisica e della cosmologia moderna e la sua effettiva comprensione la chiave ultima per l’interpretazione della realtà. “La natura aborrisce il vuoto”  (natura abhorret a vacuo): questa affermazione, risalente ai filosofi greci oltre 2500 anni fa,(Aristotele) dimostra che il problema del vuoto, nelle pur diverse e spesso contraddittorie accezioni che lo hanno caratterizzato nella storia del pensiero umano, ha costituito e costituisce ancora uno degli argomenti centrali di discussione e di dibattito scientifico e filosofico.
Lungi dal potere essere considerata come una questione puramente accademica, la reale natura del vuoto fisico è oggi alla base della cosmologia moderna e costituisce la chiave per la comprensione dei fondamenti della Fisica stessa.


Il concetto di un vuoto assoluto in cui nulla esiste, oltre a indurre una sensazione di disagio, appare artificioso se non addirittura privo di senso.
Ad esempio, come farebbero due corpi materiali a rimanere separati dal vuoto assoluto? Quale significato avrebbe lo spazio? Se è vero che il nostro Universo si sta espandendo in cosa si espande lo spazio? Queste sono solo alcune delle innumerevoli domande alle quali l’idea di vuoto conduce.
Il concetto di vuoto ha subito diverse modificazioni e interpretazioni nel corso dei secoli.
Già nell’antica Grecia, l’interpretazione del concetto di vuoto divideva profondamente i pensatori: da un lato la corrente di pensiero facente capo a Parmenide, successivamente fatta propria da Aristotele, secondo la quale lo spazio vuoto tra gli oggetti materiali risultava in realtà riempito da un mezzo invisibile, dall’altro quella “atomistica” che faceva capo a Democrito e Leucippo secondo la quale la realtà ultima era costituita da particelle materiali invisibili e indivisibili (agli atomi appunto) che esistono nel vuoto assoluto e le cui diverse combinazioni davano origine alla materia.
Tale dibattito, all’epoca ancora sostanzialmente di natura metafisica, vide sostanzialmente il contrapporsi di tali posizioni antitetiche (la negazione del vuoto da un lato e la sua esistenza quale “contenitore” della materia dell’altro) per tutto il Medioevo.

Horror vacui è una locuzione latina che significa letteralmente terrore del vuoto, concetto conosciuto in psicologia come cenofobia. Nell’arte definisce l’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. Analogo uso conosce nella decorazione, nell’ornamentazione e nell’arredamento. Dall’Arte Bizantina all’Arte Gotica basti pensare alla Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona, in particolare nella facciata della Natività, fu così ossessivamente piena: perché dal Gotico, oltre al verticalismo, Gaudì ha colto tutta l’esuberanza decorativa! Fino a  Jackson Pollock (1912-1956) con le sue tele ottenute schizzando il colore fino a saturarne la superficie…

L’intreccio   di   linee,  tracciate  da  Pollock   sulla   tela, rifletteva  la  caratteristica  fondamentale  del  frattale, osservò Richard Taylor,  la “autosomiglianza”: in un oggetto frattale, ogni più piccola parte è simile, ma non necessariamente identica, alle forme più grandi della stessa struttura.  Questa   autosomiglianza, a   livelli   diversi,   è   una   delle caratteristiche  fondamentali  dei frattali.I  frattali  sono forme che sono diventate efficaci  modelli  per indagini  di ogni tipo, fondamentali per lo studio  della  teoria del  caos, strumenti indispensabili per il fisico, l’economista, il medico o il sociologo. Ma ai frattali anche gli artisti, non con l’analisi del matematico ma con l’intuizione, dimostrando ancora  una volta quale profondo legame esista tra matematica, arte e natura.

Nikola Tesla nella prima metà del XX secolo aveva individuando una misteriosa sostanza nell’“etere”.  Il “caso”  ha voluto che quando questo aspetto del cosmo è emerso alla percezione di Tesla, il famoso esperimento di Michelson Morley sulla velocità della luce, relativa al presunto “vento d’etere”, e la prestigiosa teoria della relatività di Einstein finissero per monopolizzare l’attenzione generale degli studiosi dell’epoca, tutti d’accordo nel negare l’esistenza di questo “elemento”, mettendo così fuori causa questa scoperta. E la ragione è semplice. La Scienza dell’Uno è la stessa che si ripete quando in ambito religioso si tirano in campo le vecchie e insindacabili scritture.

 


I contemporanei fondano i loro studi e le loro analisi su quanto è stato già scritto sui libri di testo o sugli aspetti tecnici o sacri dei loro predecessori, temendo il giudizio collegiale dei colleghi del loro tempo.  L’obiettivo primario che si pongono è di cercarne il consenso nel quadro del paradigma dominante che per logica – non si sa bene perché – deve ispirarsi al modello di un continuum evolutivo della tradizione scientifica classica.  Il vuoto quantico di Nikola Tesla invece, rompendo con la tradizione classica e con l’orientamento generale del meanstream accademico del suo tempo, e soprattutto con gli scienziati canonici del nostro tempo, ritenne che questa sostanza, appena individuata, dovesse consistere di un’oceano di energia intelligente che denominò con l’espressione “energia radiante”.

Naturalmente, in assenza del solito modello matematico, fu  facile per i benpensanti della fisica tradizionalista confutare e giudicare altamente opinabili le affermazioni in merito ai suoi più concreti esperimenti che avevano il pregio di precedere il formalismo matematico, anticipando i risultati e le soluzioni emergenti da tutta quanta la materia scaturita dalle sue osservazioni pratiche.  Senza contare poi che tra Tesla e i suoi detrattori,  esisteva anche un profondo equivoco scientifico.  Per “etere” i fisici del tempo intendevano quel mezzo, attraverso il quale avrebbero dovuto trovarsi a vibrare le onde di un campo elettromagnetico. Ma questa concezione di etere era cosa ben diversa da quella che intendeva Tesla, per il quale l’etere non aveva nulla a che fare con il campo elettromagnetico e con le sue equazioni di Maxwell, bensì con un campo completamente diverso, formato dal “vuoto quantistico”, un vacuo, un velo impalpabile, un flusso evanescente di energie sottilissime.

In questo modo era inevitabile che nel pensiero fisico-matematico,  nel corso della storia della ricerca scientifica si abbattesse uno tzunami che spazzasse via quel binario obbligato, dettato dalla scienza ufficiale, al di fuori del quale qualunque altro percorso, dichiarato insensato, non poteva consentire vie praticabili. L’imbarazzo della scienza moderna oggi sta tutto qui.  È estremamente difficile per un fisico attuale, e ancor di più per una comunità di fisici tenuta insieme da un ferreo consenso, dover ammettere di aver sbagliato tutto e di aver costruito un edificio potente, imponente e solido sul terreno sbagliato. Ne consegue che esso finisce per essere un edificio “artefatto”, non un edificio realistico.

Fritjof Capra, disse: “La scienza attuale si preoccupa più di costruire mappe che non di fotografare il territorio”.  Ma la realtà empirica è il territorio, mentre la mappa è spesso una realtà di comodo, come troppo spesso lo sono certi dati o parametri utili per far tornare i conti delle equazioni, come architettura di base dell’attuale edificio della fisica.  Oggi la fisica si trova  ad una svolta e a fare i conti con un vuoto senza massa, ma dotato continuamente di “energia virtuale intelligente”.  La scoperta della natura di questo tipo di vuoto, se da un lato affascina le menti dei fisici più all’avanguardia, da un altro lato li preoccupa, perché essi temono che l’individuazione delle proprietà del vuoto possano far crollare completamente l’attuale edificio della fisica, non per il modo in cui esso è costruito in sé, ma per il fatto che esso potrebbe presentarsi come “un castello in aria”, completamente avulso dalla realtà più autentica del cosmo. n poche parole, ciò che avviene in natura non è ciò che è realmente, essendo la base di tutto situata in un regno; un info-regno che si trova fuori dal nostro normale dominio spazio-temporale e lontano dalle nostre normali percezioni sensoriali. Insensibilmente, quasi inevitabilmente la scienza del mondo occidentale non sembra accorgersi, forse perché volutamente preferisce ignorarlo,  ma il suo concetto di realtà sta lentamente scivolando verso il concetto di Maya, già millenni fa contemplato dalle religioni e filosofie orientali.  Lo stesso vuoto, la matrice da cui emerge la realtà della materia e dell’energia, non sarebbe altro che l’eco moderno del “Prana” annunciato millenni e millenni fa dai sacri testi dei Veda e dai Vedanta delle scritture orientali. In questo contesto, nell’ambito della realtà più autentica del cosmo e della moderna teoria di campo (scalare), moltissimi fenomeni definiti immaginari o fantasiosi, quando non addirittura impossibili a verificarsi, possono accadere: velocità superiori a quella della luce (superluminali); l’esistenza di altri universi e di altre dimensioni; fenomeni caratterizzati dalla “non località”, come già dimostrato da Bell, sperimentato da Alan Aspect e documentato dagli studi quantistici del grande fisico britannico David Bohm: tutti aspetti del reale che comportano l’esistenza di un Universo interconnesso nell’ambito di un grande “ordine implicito”, compresa la possibilità di alterare lo stesso campo gravitazionale, e perfino i fenomeni paranormali e le manifestazioni degli Ufo.
Certamente Tesla, essendo ispirato dalle concezioni e dalle letture dei testi orientali, fu uno dei primi, se non il primo, nell’ambito della cultura del mondo occidentale, a percepire l’esistenza dell’etere e delle sue proprietà.

La Teoria quantistica dei campi ci rivela che neanche un vuoto ideale, con una pressione misurata zero, è veramente vuoto. Infatti nel vuoto sono presenti fluttuazioni quanto-meccaniche che lo rendono un ribollire di coppie di particelle virtuali che nascono e si annichilano in continuazione. Tale fenomeno quantistico potrebbe essere responsabile del valore osservato della costante cosmologica.  Secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, energia e tempo, al pari di altre grandezze come posizione e velocità, non possono essere misurate con un’accuratezza infinita. Se lo spazio vuoto non avesse alcuna forma di energia, una particella potrebbe avere velocità ed energia entrambe nulle, con un errore pari a zero che violerebbe il principio di Heisenberg: ciò porta a concludere per l’esistenza di fluttuazioni quantistiche nello spazio vuoto, che generano una quantità minima di indeterminazione. Il vuoto è quindi pensato come un equilibrio dinamico di particelle di materia e di antimateria in continua creazione ed annichilazione.

Le particelle virtuali del vuoto quantistico, caratterizzate dal consueto binomio onda-particella della meccanica quantistica, in uno spazio infinitamente esteso hanno lunghezza d’onda qualsiasi. Al contrario in uno spazio limitato, ad esempio fra due pareti, esisteranno solo particelle con lunghezze d’onda che sono sottomultipli interi della distanza fra le pareti stesse, con un’energia inferiore di quella all’esterno. Si potrà perciò misurare una forza-pressione che tende ad avvicinare le pareti (effetto Casimir).
Le particelle sono dette virtuali perché normalmente non producono effetti fisici; in uno spazio limitato, tuttavia, vi sono delle grandezze misurabili.
Un altro motivo per l’energia del vuoto è che le pareti della camera a vuoto emettono luce in forma di radiazione del corpo nero: luce visibile se sono alla temperatura di migliaia di gradi, luce infrarossa se più fredde. Questa “zuppa” di fotoni sarà in equilibrio termodinamico con le pareti, e si può dire di conseguenza che il vuoto ha una particolare temperatura.

A tal proposito il Filosofo Cosentino Bernardino Telesio nei suoi concetti fu un precursore della scienza moderna. La sua filosofia può essere ben riscontrata nella sua opera più importante dal titolo La natura secondo i propri principi. Egli cerca di interpretare la natura secondo i principi della natura stessa, cerca cioè di eliminare ogni elemento trascendente. Parte dal presupposto che tutto è materia e che la materia è sottoposto a due forza:

1-      Il caldoche ha sede nel sole e provoca la dilatazione dei corpi
2-      Il freddo: che ha sede nella terra e provoca la contrazione dei corpi
Il divenire quindi è determinato quindi da queste due forze, ma la vita si ha solo quando queste due forze sono in equilibrio. Egli segue la concezione Ilozoistica secondo cui la natura è animata perché sottoposta all’azione delle due forze, quindi tutto è vita. Anche l’uomo viene interpretato come materia sottoposta all’azione delle due forze e dotato di una sensibilità provocata dal calore che si trova sugli strati superficiali della materia e la pervade ( perché leggero e tende verso l’alto ). Quindi anche la conoscenza si basa sulla sensazione provocata dalla contrazione che il soggetto caldo ha al contatto con un oggetto freddo. L’intelletto viene considerato un senso illanguidito che ha la capacità di trattenere le immagini derivate dalla conoscenza sensibile. Anche la morale si basa sul raggiungimento del piacere (= calore ), mentre il dolore è dato dal contatto con un oggetto freddo. L’anima è rappresentata dal calore. La religione non trova posto perchè non si può giustificare con l’azione del caldo e del freddo. L’uomo però aspira ad un bene che non può essere conosciuto coi sensi e che va oltre la ragione, superandone i confini. Il soggetto della vita religiosa non è quindi l’anima naturale ma l’anima superaddita  soprasensibile che è posta da Dio nell’uomo. Quindi pur avendo una concezione materialistica ammettendo il bisogno di qualcosa che vada al di là della ragione si contraddice. 
L’importanza di Telesio è legata all’interpretazione della natura secondo la natura perché getta le basi della scienza moderna, concezione pampsichistica = tutto è sensibililità perché il caldo pervade la materia ed è la causa della sensibilità.

 

 

In Conclusione  in questo “viaggio temporale”  Aristotele e Telesio, i  Rosacroce e Battiato,  Tesla e Bohm hanno dimostrato che esiste un filo invisibile che unisce diverse menti, un filo che percorre il tempo e lo spazio, e che è già legato alla sua meta finale, nostro unico scopo è trovarlo e districarlo dai nodi che noi stessi creiamo.

 

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

Le Aree Archeologiche più famose della Calabria

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Continua il viaggio dell’Associazione Culturale Mistery Hunters, attraverso le bellezze della Calabria.
Una serie di ricerche nate dalla volontà di far conoscere posti meravigliosi, con storie affascinanti che aspettano solo di essere scoperte.
Per farvi ripercorrere il percorso fin qui svolto facciamo un piccolo sunto: siamo partiti dai 20 Castelli più belli della Calabria, abbiamo scoperto le 10 città fantasma Calabresi più famose e abbiamo visitato virtualmente le Grotte del Romito , il Codex Purpureus Rossanensis e la mitologica Kaulon.

Oggi invece vi parleremo del patrimonio archeologico della Calabria che ricopre nel sistema dei Beni Culturali una posizione privilegiata, dovuta alla grande rilevanza storica dei siti messi in luce nell’ultimo secolo. I Siti Archeologici in Calabria purtroppo non sono molti rispetto a quella che fu la potenza del territorio nel periodo greco-romano. Ciò è dovuto al fatto che la città odierna sorge spesso sullo stesso posto in cui sorgeva la colonia antica originaria o più semplicemente molti siti sono ancora da portare alla luce o sono stati scavati solo in parte.  I siti archeologici presenti in Calabria sono la testimonianza delle varie dominazioni e culture che hanno interessato il passato di questa regione. L’influenza della dominazione delle popolazioni italiche prima, e di quella greca e romana dopo, rimane evidente ancora oggi nella tradizione e nella cultura calabrese. All’evento TourismA 2017, il più importante evento in Italia di esposizione, divulgazione e confronto di tutte le iniziative legate al mondo antico, svoltosi nel Palacongressi a Firenze, la Calabria archeologica è stata una delle protagoniste con il suo Polo museale presente con uno stand e promotore dell’incontro “Parliamo di Calabria” curato da Angela Acordon, direttore del Polo museale Regionale, con gli interventi di Rossella Agostino, direttore dei musei Archeologici Nazionali di Locri e di Kaulon, Gregorio Aversa, direttore dei musei Archeologici Nazionali di Crotone, Capo Colonna, e Scolacium e Adele Bonofiglio, direttore dei musei Archeologici Nazionali della Sibaritide e di Vibo Valentia. Il dibattito ha fatto conoscere a livello nazionale il rilevante patrimonio storico, artistico, monumentale e archeologico calabrese con un’attenta disamina delle peculiarità delle strutture ricadenti nel Polo Regionale con una attenzione particolare data anche ai musei Archeologici più piccoli, ma altrettanto ricchi di manufatti e di storia. Di seguito sono elencati solo una parte dei siti archeologici valorizzati e non della regione, forse i più importanti e conosciuti.

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Area archeologica di Sibari

L’antica città di Sibari (in greco antico: Σύβαρις, Sybaris) fu la prima colonia fondata dai greci sulla costa ionica della Calabria intorno all’VIII secolo a.C. La città si affacciava sul mar Ionio e si trovava in mezzo a i fiumi Crati e Coscile, a sud del golfo di Taranto. La zona della Sibaritide fu il centro della civiltà degli Enotri, che ebbe la massima fioritura nell’Età del ferro, prima di essere spazzati via dai coloni greci giunti dall’Acaia nel 730-720 a.C. circa. I Greci sconfissero e ridussero i locali alla schiavitù, quindi fondarono Sibari (Sybaris), il centro della zona dove transitavano le merci provenienti dall’Anatolia, in particolare da Mileto. Nell’Antichità la ricchezza di Sibari era proverbiale, ma la sua sorte fu segnata, dopo la sconfitta contro Siris (alleata a Crotone e Metaponto). Il conflitto nacque probabilmente per ragioni di contese commerciali e culminò con la battaglia del Traente (510 a.C.), che vide la vittoria dei crotoniati, l’assedio di Sibari e, settanta giorni dopo, la sua distruzione, per la quale venne anche deviato il fiume Crati affinché passasse sopra le rovine della città sconfitta. I sopravvissuti di Sibari partirono per la madrepatria, dove ottennero l’aiuto di Atene per tornare in Calabria e fondare, nel 444 a.C. con altri nuovi coloni ateniesi, una nuova colonia sullo stesso sito, chiamata poi Thurii. Il nuovo impianto della città fu progettato dal famoso architetto e urbanista Ippodamo. I conflitti però tra sibariti e ateniesi portò a un conflitto interno, che culminò con la cacciata dei sibariti. Nel 194 a.C. la città fu fondata nuovamente come colonia romana con il nome di Copiae, che fu presto cambiato nuovamente in Thurii. Continuò ad essere in un certo qual modo un luogo importante, posta in una posizione favorevole e in una regione fruttifera, e sembrerebbe che non sia stata completamente abbandonata fino al Medioevo. Dimenticata in seguito, i suoi resti vennero individuati scavati a partire dal 1932 e con particolare intensità dal 1969. Tutt’oggi sono aperti vari cantieri, per cui lo scavo è ancora lontano da essere esaurito. Il parco archeologico, sorto in prossimità dei resti della città, riguarda una vasta area che si estende per 168 ettari di terreno. I ritrovamenti archeologici, frutto degli scavi fin ora effettuati, hanno fatto emergere reperti di età romana, risalenti alla colonia di Copia sorta sui resti della città greca di Thurii (in greco antico: Θούριοι, Thoúrioi). Una delle zone di rilevante importanza storica è quella del Parco del Cavallo, nel quale i lavori sono cominciati nel 1932. Il cantiere del Parco del Cavallo è ricco di reperti che riguardano la città di Copia. In quest’area sono stati rinvenuti i resti del più importante edificio pubblico dell’antica città: il teatro-emiciclo. La fase più antica dell’edifico risale al I secolo a.C e si trattava di una struttura a pianta semicircolare che doveva avere la funzione di mercato o di luogo per le riunioni. Dopo un secolo, intorno al I secolo d.C., l’edificio subì profonde trasformazioni e venne riadattato a teatro. Le decorazione dell’edifico, recuperate negli scavi consistevano principalmente in fregi e statue. Di fronte il teatro si trovava il foro, che fu risistemato su un’area risalente al periodo ellenistico che, probabilmente, aveva la funzione de agorà. Nell’area del Parco del Cavallo sono situati i resti dell’edificio termale la cui costruzione risale al I secolo d.C. Le terme si trovavano vicino al teatro ed al foro. All’edificio si accedeva tramite una serie di ambienti comunicanti decorati a mosaico con tessere bianche e nere che formavano motivi geometrici, dai quali si passava per arrivare agli ambienti termali. Delle terme sono riconoscibili il calidarium ed il tepidarium. L’ultima fase dell’edificio risale al VII secolo quando perse la funzione termale e venne riutilizzato come luogo di culto cristiano. Nello stesso cantiere si trovano i resti di alcune abitazioni, tutte con la tipica planimetria delle case romane di età augustea, con cotile quadrangolare. Dietro il teatro sono stati trovati i resti di una domus romana decorata da pavimenti in mosaico. Sempre in quest’area, è stato trovato un bronzo risalente al V secolo a.C. denominato Toro Cozzante. Nella zona del Parco del Cavallo sono emersi, inoltre, i resti di una grande strada lungo 350 m e larga 13 m con direzione nord-sud che incrocia un’altra strada in direzione est-ovest larga 7 metri. Un’altra zona di scavi si estende dal Parco del Cavallo verso il mare e prende il nome di Casa Bianca. Qui è conservato un ambiente costruito nel IV secolo a.C. in cui è presente una torre circolare che aveva una funzione di riparo per le imbarcazioni fino al I secolo a.C., periodo in cui venne edificato un grande ingresso. Successivamente, intorno al III secolo, l’area venne convertita in necropoli, a causa dell’allontanamento della linea costiera. Un’altra area, detta Stombi, infine mostra una zona urbana a insediamento misto, solo in parte riedificata dopo il 510 a.C., con alcune fondazioni di età arcaica, tra le quali un edificio modesto, pozzi e fornaci. A partire dalla fine degli anni Novanta e fino ad oggi, una missione composta da archeologi di diverse Università italiane e straniere, della Scuola Archeologica Italiana di Atene e da archeologi greci ha intrapreso un progetto di scavi regolari a Sibari, grazie al quale la conoscenza archeologica del sito si è enormemente ampliata. Notevole importanza hanno avuto, inoltre, le ricerche archeologiche nelle località poste ai limiti della piana di Sibari: siti come Francavilla Marittima erano noti archeologicamente molti decenni prima di Sibari stessa. Infatti ricerche condotte nel 1879 e ancora nel 1887 avevano portato alla scoperta di una vasta necropoli dell’età del ferro, formata da circa 200 sepolture ,con ricchi materiali anche precedenti l’età della colonizzazione greca, ai piedi della collina. I reperti archeologici dell’antica città sono oggi custoditi nel Museo archeologico nazionale della Sibaritide. Il museo ospita al suo interno reperti che risalgono dall’era protostorica della Magna Grecia fino alla civiltà romana relative alle città di Sybaris, Thurii e Copia, e ai vari stanziamenti presenti nella zona. Le testimonianze di maggiore interesse sono dei frammenti architettonici, i corredi tombali risalenti all’età del ferro, gli ornamenti religiosi del santuario di Atena del VI-IV secolo a.C. Di notevole importanza la tabella in bronzo con dedica appartenenti a Kleombrotos figlio di Dexilaos, cittadino sibarita vincitore di una gara ad Olimpia, risalente agli inizi del VI secolo a.C. Il 18 gennaio 2013 una forte alluvione ha provocato un allagamento dell’area archeologica di Sibari, a causa anche dell’incuria dell’uomo. 20 mila metri cubi d’acqua hanno coperto interamente il parco archeologico. Dopo 1500 giorni, l’11 febbraio 2017, con l’ausilio di pompe idrovore e impianti di sollevamento per il prosciugamento delle aree interessate, il sito è stato riaperto al pubblico e ora fruibile da tutti.

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Area archeologica di Monasterace

L’antica colonia della Magna Grecia identificata con il nome Kaulon o Kaulonia si trova nei pressi di Punta Stilo nel comune di Monasterace in provincia di Reggio Calabria. L’area intorno al sito su cui insisteva la polis viene chiamata dagli archeologi Kauloniatide. La leggenda più affascinante sulle origini di Caulonia risale a fonti del IV sec. a.C. che narrano della remota presenza sul posto dell’amazzone Clete, la nutrice di Pentesilea, regina delle Amazzoni. La donna-guerriero sarebbe qui approdata dopo la guerra di Troia quando, morta in battaglia la sua regina e deciso il rientro in patria, finì con la sua nave alla deriva sulle coste dell’Italia Meridionale a causa di una tempesta. Qui Clete sarebbe vissuta tranquillamente allorché il mito vuole che gli Achei guidati da Tifone di Aegium sbarcarono sulle coste della Calabria e, con l’aiuto dei Crotoniati, distrussero il suo regno. Solo suo figlio Claulon si sarebbe salvato e avrebbe ricostruito la città che la chiamò con il proprio nome, Caulonia, diventandone così l’eroe eponimo. Secondo Strabone, invece, il nome della città deriverebbe da aulonia, vallonia, cioè valle profonda. La città era limitata a sud dal fiume Sagra, sulle cui rive nel VI secolo a.C. si svolse la famosa Battaglia del Sagra, in cui Caulonia alleata con Crotone fu sconfitta da Locri Epizefiri e Rhegion (Reggio), grazie al miracoloso intervento dei Dioscuri, i due gemelli Castore e Polluce, figli di Zeus e di Leda, conosciuti sia per essere due degli Argonauti, gli eroi che parteciparono alla ricerca del Vello d’oro, sia perché secondo la mitologia, visto il loro profondo legame, Zeus gli concesse di vivere per sempre nel cielo, sotto forma della Costellazione dei Gemelli. Nel IV secolo a.C. Kaulon fu poi sconfitta dalle forze congiunte dei Lucani e di Dionisio I di Siracusa, sconfitta che costò nel 389 a.C. la deportazione dei suoi abitanti a Siracusa e a Pietraperzia e la cessione del territorio a Locri, alleata del tiranno. Ricostruita da Dionisio il Giovane, Kaulon fu in seguito preda di Annibale durante la seconda guerra punica, finendo poi definitivamente nell’orbita di Roma per opera di Quinto Fabio Massimo nel 205 a.C. Nonostante la città sorgesse in un’area fornita di numerose risorse naturali quali il legname e i giacimenti minerari di rame, argento e piombo, nonché di un buon punto di approdo e di locali cave di pietra da costruzione, il suo rapporto con Crotone l’avrebbe resa col tempo una sua appendice. Caulonia fu tuttavia fra le prime città della Magna Grecia a coniare monete d’argento: sono infatti numerose quelle ritrovate che risultano realizzate con il metallo estratto nella vallata dello Stilaro. Le più antiche (del VI° sec. a.C.) sono gli “stateri incusi”, con figure e iscrizione incavate sul rovescio e rilevate sul diritto, con una figura maschile nuda e dai lunghi capelli ed un’altra più piccola, con accanto un cervo dalla testa rivolta all’indietro e la scritta in greco Kaul. I primi scavi sono attribuibili a Paolo Orsi (1911-1913), che in quel periodo era Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria e cofondatore del Museo della Magna Grecia. Paolo Orsi ritrovò sulla spiaggia i resti di un tempio dorico del quale sono rimaste le fondamenta costituite da blocchi di pietra arenaria. L’edificio è lungo 41 metri per 18,20 metri di larghezza ed è eretto su una terrazza artificiale e sopraelevato su un crepidoma (piattaforma a gradini rialzata in pietra) di 3 o 4 gradini, dove la cella vera e propria, preceduta dal pronao (spazio davanti alla cella), e conclusa da un vano retrostante, era circondata da un colonnato, di 6 colonne sui lati brevi e 14 o 13 sui lunghi che dovevano essere alte oltre 5 metri. L’area archeologica di Monasterace comprende, oltre al tempio, alcune zone situate immediatamente dopo le mura dello stesso. A 200 metri a sud-ovest delle mura sorgeva infatti il santuario della Passoliera del quale sono state rivenute solo alcune terrecotte risalenti a diverse fasi comprese fra il VI e il V secolo a.C. In quest’area archeologica sono presenti, oltre al tempio, i resti del centro urbano di Kaulon, cinto di mura e posto al livello del mare, alcune abitazioni tra cui le più famose sono quelle denominate “La casa del Personaggio Grottesco”, “Casamatta” e “La casa del Drago”, quest’ultima famosa per il ritrovamento di un mosaico di eccezionale fattura raffigurante un drago, diventato poi simbolo del parco.  Nell’edificio denominato “Terme di Nannon”, uno dei pochi edifici termali ellenistici del sud Italia, è stato ritrovato un mosaico raffigurante draghi e delfini che copre un’area di 30 m² ed è quindi considerato il più ampio mosaico della Magna Grecia. In questo sito è stata anche ritrovata una tabella in bronzo che contiene il testo più lungo in alfabeto acheo della Magna Grecia composto da 18 linee, con le lettere ordinate regolarmente secondo il sistema di scrittura detto stoichedon. Si tratta di una lunga dedica votiva, in gran parte metrica, che menziona tra l’altro l’agorà (la piazza pubblica di ogni citta’ greca, cuore della vita politica e commerciale), una statua e un elenco di divinità di grande interesse per la conoscenza dei culti. Importante anche il patrimonio sommerso e restituito dal mare tra cui gli imponenti resti di un tempio Ionico esposti al Museo di Monasterace, ricchezza che ha giustificato il vincolo apposto anche allo specchio di mare antistante il parco. Da quest’area sono emersi anche due contenitori in terracotta ancora pieni di pece, uno dei prodotti che resero famosa la Calabria nell’antichità. Tecnicamente definiti kadoi, sono esemplari molto rari paragonabili solo ad alcuni altri rinvenuti in Puglia. Oggi si sta cercando di salvare il parco archeologico, sia dall’incuria dell’uomo e sia dagli agenti atmosferici che la minano continuamente, con fondi europei che purtroppo vengono sfruttati male o non erogati a causa della burocrazia che attanaglia la nostra regione.

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Area archeologica di Scolacium

Il Parco Archeologico di Scolacium si trova in località Roccelletta di Borgia, località a 10 km di distanza dall’ attuale Squillace, a sud di Catanzaro Lido. L’identificazione del sito archeologico è da attribuire ad Ermanno Arslan. Il ritrovamento di un’epigrafe con il nome della colonia romana di Minerva Scolacium un’antica città costiera del Bruzio, ma che ebbe una storia millenaria attraverso greci, brettii, romani, bizantini, saraceni e normanni, gli permise di attestare la validità storica dell’area. Minervia Scolacium è il nome della colonia romana che fu fondata nel 123-122 a.C. nel sito dove precedentemente si trovava la città greca di Skylletion, a nord di Kaulon. Il centro greco è nominato da Strabone ed ha un mito di fondazione collegato alle vicende della guerra di Troia: sarebbe stata fondata da Ulisse, naufragato in quella terra o dall’ateniese Menesteo durante il ritorno da Troia. Storicamente la fondazione di Skylletion si deve con ogni probabilità a Crotone, che si contendeva con Locri Epizefiri il controllo sull’attuale istmo di Catanzaro e dei traffici marittimi presenti in quel settore; il centro ebbe all’origine specificamente il carattere di presidio militare, presente dalla prima metà del VI secolo a.C. Sembra sia passata sotto il controllo dell’ethnos italico dei Brettii nel corso del IV secolo a.C. e che abbia conosciuto un periodo di decadenza dal III secolo a.C., fino alla fondazione della colonia romana ad opera di Gaio Sempronio Gracco. La Scolacium romana ebbe vita prospera nei secoli seguenti e conobbe una fase di notevole sviluppo economico, urbanistico e architettonico in età Giulio-Claudia. Vi fu fondata una nuova colonia sotto Nerva, nel 96-98, col nome appunto di Colonia Minerva Nervia Augusta Scolacium. In età bizantina diede i natali a Cassiodoro (487-583), uno dei più grandi autori della tarda romanità a cui si deve una messe di opere di carattere teologico ed enciclopedico. Il declino cominciò con la guerra greco-gotica del VI secolo e le incursioni dei Saraceni dal 902 d.C., concludendosi con l’abbandono della città nell’VIII secolo. Gli abitanti, ripetendo una pratica comune in quell’epoca sul suolo italico, trasferirono il loro insediamento sulle alture circostanti, fondando altri insediamenti tra i quali quello sulla collina prospiciente l’attuale quartiere Santa Maria di Catanzaro. Successivamente questi centri provvisori furono riorganizzati in posizioni più difendibili e le popolazioni insediate intorno allo Zarapotamo come quelle della collina prospiciente l’attuale quartiere S. Maria di CZ contribuirono alla fondazione della nuova città di Catanzaro. Gli scavi, iniziati nel 1965, hanno portato alla luce non solo i resti dell’antica colonia, ma hanno posto l’attenzione anche sull’ abitato greco di Skylletion. La struttura dell’insediamento greco è ignota e dagli scavi sono emerse solo ceramiche e monete databili intorno al VI secolo a.C. Nuove campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza archeologica della Calabria hanno fatto emergere strutture murarie di età ellenistica, cosa che farebbe pensare alla sovrapposizione topografica delle città. Il punto più importante dell’area si trova in prossimità del foro, che presenta una pianta rettangolare ricoperta da mattoni quadrati e circondato da portici, nel quale si svolgevano le principali attività della vita quotidiana della colonia romana. Sono ancora visibili i resti del Capitolium, il più importante edificio di culto della città romana che si affacciava sulla piazza. I resti dell’edificio son molto scarsi e l’unico reperto visibile è una parte del podio. La Curia, sede del senato locale, ed il Caesareum, ovvero il luogo in cui veniva celebrato l’imperatore, sono due edifici sorti al posto delle tabernae. Non molto distanti dal foro, adagiati sul pendio di una collina, si trovano i resti del teatro che mostrano tre diverse fasi edilizie: la prima risalente all’età tarda repubblicana, la seconda corrispondente all’età giulio-claudia e la terza databile intorno al II secolo. La capienza del teatro era di circa 3.500 persone; l’edifico aveva anche varie funzioni pubbliche nella Scolacium romana. Della struttura si sono conservati parte della cavea e dell’orchestra e sono ancora visibili i posti riservati alle personalità illustri. Dalla zona del teatro provengono numerosi reperti scultorei ed architettonici; inoltre sono visibili i resti dell’anfiteatro il quale ad oggi resta l’unico conosciuto in Calabria risalente al II secolo d.C. Dalla scena del teatro sono state rinvenute tre teste ritratto delle quali due di età giulio-claudia e una di età flavia. Sono state ritrovate anche due grandi statue di marmo bianco conservate nell’Antiquarium di Roccelletta annesso al Parco Archeologico. La piazza della città era attraversata inizialmente dal decumanus maximus, la principale via della città, successivamente spostata nel il lato corto della piazza e a ridosso di quest’ultima si trovava una grande fontana monumentale. Altri reperti sono stati trovati ai margini della città quali le terme e le necropoli romane con molti mausolei ad oggi ben conservati. All’ingresso del Parco archeologico di Scolacium si trovano i resti di un’imponente Basilica Normanna del XI secolo dedicata a Santa Maria della Roccella che ha subito varie trasformazioni legate allo stile occidentale Romanico,all’età bizantina e araba. L’edificio era costituito da un’unica grande navata illuminata da cinque finestre; il transetto sopraelevato era coperto da volte a crociera; attraverso il transetto si accedeva a tre absidi, abbellite con decorazioni arabo-bizantine, ugualmente sopraelevate. Nel Parco Archeologico ogni anno, durante il periodo estivo, la provincia di Catanzaro organizza la manifestazione culturale “Intersezioni”, curata dal direttore artistico del museo MARCA di Catanzaro Alberto Fiz, esponendo opere di artisti internazionali tra i quali Stephan Balkenhol, Tony Cragg, Wim Delvoye, Jan Fabre, Antony Gormley, Dennis Oppenheim, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto e Marc Quinn.

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Area archeologica di Locri Epizefiri

Locri Epizefiri fu una città della Magna Grecia, che si affacciava sul mar Ionio, fondata nel VII secolo a.C. dai greci provenienti dalla Locride. Locri Epizefiri fu l’ultima delle colonie greche fondate sul territorio dell’attuale Calabria. Nel Timeo Platone disse:” Locri, città d’Italia ordinata a leggi bellissime, dove per copia di sostanze e gentilezza di sangue non istà dopo a niuno“.  Il primo insediamento venne fondato nel luogo indicato dall’oracolo di Delfi, presso capo Zefirio (l’attuale capo Bruzzano), ma dopo alcuni anni i coloni – insoddisfatti della località occupata pur corrispondente all’indicazione dell’oracolo – si spostarono verso nord di circa venti chilometri, dove fondarono una nuova città alla quale diedero lo stesso nome del primo insediamento, probabilmente per sentirsi sempre sotto la protezione del dio Apollo, conservando però l’appellativo di Epizephyrioi, che significa appunto “attorno a Zephyrio”. I coloni si trasferirono sul colle Epopis, dove però trovarono insediate popolazioni indigene di Siculi, che sarebbero state scacciate dai locresi con uno stratagemma molto astuto: i coloni giurarono che fin quando avrebbero calcato la stessa terra e portato la testa sulle spalle sarebbero stati fedeli, ma a giuramento fatto essi si liberarono della terra messa in precedenza nei calzari e delle teste d’aglio, scacciando i Siculi dalla zona. Nel corso di un secolo la polis di Locri Epizefiri estese la propria presenza dalla costa ionica al versante tirrenico dell’attuale Calabria, probabilmente per tenere lontana la minaccia di un’espansione della nemica Kroton (Crotone). Verso il 560 a.C.-550 a.C. Locri Epizefiri ebbe alleata Reggio nella vittoriosa battaglia avvenuta al fiume Sagra che fermò la volontà espansionistica verso sud di Crotone. In seguito a tale vittoria nelle due poleis italiote di Reggio e Locri Epizefiri iniziò ad essere praticato il culto dei Dioscuri; in particolare presso gli scavi del tempio ionico di “Marasà” a Locri Epizefiri sono state rinvenute due statue, gli acroteri in marmo, che potrebbero raffigurare i gemelli figli di Zeus (oggi custodite a Reggio presso il Museo nazionale della Magna Grecia). L’esito della battaglia della Sagra confermò Locri Epizefiri come una nuova potenza della Magna Grecia. Dal V secolo a.C. Locri Epizefiri stabilì alleanze con la Siracusa di Dionisio I e del figlio Dionisio II, entrando nell’orbita dei tiranni della polis siceliota. L’alleanza tra Locri e Siracusa venne consacrata dal matrimonio tra Dionigi e la locrese Doride. Quando nel 389 a.C. il tiranno siracusano sconfisse la Lega Italiota, donò a Locri Epizefiri le terre di Kaulonia (presso Monasterace marina) e di Scolacium (nei pressi di Squillace), che delimitavano il confine nord con Crotone, mentre a sud il confine con Reggio era delimitato dal fiume Halex (presso Palizzi). Il IV secolo a.C. fu per Locri Epizefiri un periodo di grande splendore artistico, economico e, soprattutto, culturale. In particolare, di questo periodo storico, vanno ricordate le figure della poetessa Nosside e dei filosofi EchecrateTimeo ed Arione, fondatori di una fiorente scuola pitagorica (introdotto a Locri all’epoca di Dionisio I): lo stesso Platone, secondo quanto attesta Cicerone, si sarebbe recato di persona a Locri per apprenderne i fondamenti. Dopo la morte di Dionigi I, Locri Epizefiri ospitò fra le proprie mura Dionigi II il quale, esiliato da Siracusa, instaurò tra il 357 e il 347 a.C. la tirannide nella polis italiota. Ma la sua politica contro gli aristocratici locali mirava solo al ritorno in patria e dunque, una volta che ebbe svuotate le casse della cittadina calabra, il popolo insorse uccidendo tutta la sua famiglia e cacciandolo ancora. Venne dunque instaurata la democrazia. Nel 280 a.C. Locri Epizefiri si alleò con Pirro, re dell’Epiro, nella guerra tra Romani e Sanniti, sia per esigenza militare che per far fede a un’alleanza stabilita da tempo con Taranto. Dopo qualche anno però i locresi passarono dalla parte dei Romani e Pirro nel 266 a.C. devastò la città e saccheggiò il tempio di Persefone.,Nella seconda guerra punica Locri si schierò con Annibale e fu conquistata dai Romani nel 205 a.C..In seguito la città declinò e nell’VIII secolo fu abbandonata dagli abitanti che si ritirarono nell’entroterra. L’area archeologica si trova nel comune di Portigliola, circa 3 km a sud dall’attuale comune di Locri e si estende nel territorio pianeggiante compreso tra la fiumara Portigliola, la fiumara Gerace, le basse colline di Castellace, Abbadessa e Manella, e il mare. Il fatto che tale area si trovi a distanza dagli odierni centri abitati ha preservato quasi integralmente la città antica: tuttavia, nel corso dei secoli, sono state usate pietre prelevate nell’area per edificare nuove case nei dintorni. Il sito archeologico dell’antica città è oggi diviso in varie parti. La città antica, che era difesa da una cinta muraria di 7 km, in molti tratti ancora visibile. All’esterno delle mura si estendono le necropoli, mentre la maggior parte delle aree sacre sono disposte in prossimità della cinta. I santuari all’interno delle mura sono dotati di edifici templari monumentali e risalgono al periodo arcaico, mentre quelli situati immediatamente all’esterno presentano un aspetto meno monumentale, pur essendovi state rinvenute abbondanti offerte votive. Nella località Marasà, situata alle spalle del Museo Archeologico, si trova il santuario del quale oggi si sono conservate le parti principali. Il primo studio dell’area venne portato avanti da Paolo Orsi; in seguito l’area venne ulteriormente studiata ed il sito di scavo ampliato. La storia del santuario attraversa varie fasi e trasformazioni: secondo gli studi venne edificato intorno alla metà VII secolo a.C. poco dopo la fondazione della polis, fu ampliato verso la metà del VI secolo a.C. e ricostruito nel V secolo. Del tempio ionico che caratterizzava il santuario ci sono pervenute pochissime testimonianze, come la base occidentale del basamento. La scarsa quantità di reperti archeologici è dovuta ad una ricorrente asportazione dei blocchi di calcare avvenuta nel XIX secolo che servirono a costruire i moderni edifici. Gli archeologi sono tuttavia riusciti a dedurre che il tempio ionico, composto da blocchi di pietra arenaria, era costituito da un cella allungata con pronao che in tutto misurava 22 metri di lunghezza per 8 metri di larghezza. Sulla facciata del tempio era posta una decorazione che raffigurava i due Dioscuri a cavallo di un Tritone. Il santuario venne probabilmente costruito in onore della dea Afrodite vista l’importanza della sua venerazione per gli abitanti di Locri; un’altra ipotesi che fa pensare alla dea Afrodite è il ritrovamento di alcuni reperti votivi ma nonostante tutti gli studi dedicati all’area sacra ed al tempio non si può affermare questa ipotesi con certezza. Un’altra località ricca di storia è quella di Centocamere dove si trovano i resti di numerose case e fornaci grazie ai quali si può dedurre che questa zona era il quartiere ceramico della città. I resti del teatro cittadino hanno un’importanza rilevante per quanto riguarda la particolarità della struttura, l’unica presente in Calabria. L’edificio conteneva fino a 4.500 spettatori. Della struttura sono visibili ancora tutte le componenti: dalla cavea semicircolare, da dove si godeva un notevole panorama della città e del mare, con i gradini per gli spettatori divisi da scalette in sette settori, alla scena di forma rettangolare dietro alla quale si trovano due pozzi nei quali sono stati ritrovati molti oggetti di carattere sacro. Il teatro venne costruito intorno al IV secolo a.C. ma sono state apportate varie modifiche in epoca romana. Nell’ area archeologica di Locri sono stati trovati i resti del santuario di Persefone il quale sorge ai piedi del colle della Mannella a ridosso della cinta muraria della polis. Il santuario è databile tra il VII ed il III secolo a.C. La sua scoperta è da attribuire a Paolo Orsi che terminò gli scavi tra il 1908 ed il 1911; il suo lavoro portò alla luce preziosi reperti tra i quali i Pinakes (in greco antico πίνακες) , quadretti in terracotta, legno, marmo o bronzo di carattere sacro tipici dell’antica Grecia; le imponenti mura di pietra arenaria che delimitavano i confini dell’area sacra. Oltre al tempio di Persefone sono presente i resti di altre tre aree sacre: il tempio di Zeus Olimpio, il santuario di Grotta Caruso o Grotta delle Ninfe ed il santuario di Zeus Saettante. Il tempio di Zeus Olimpio non è stato ancora localizzato tranne che per la teca cilindrica, in pietra calcarea, che fungeva da archivio per il santuario. Questa venne riportata alla luce clandestinamente e derubata del suo contenuto il quale venne in parte recuperato ed è costituito da 39 tabelle di bronzo. Il santuario di Grotta delle Ninfe si trova in una grotta al di fuori delle mura della città e risale al VI secolo a.C. e venne scoperto da Enrico Arias nel 1940. Oggi la visita del luogo non è praticabile in quanto una parte della grotta crollò dopo gli scavi ma i suoi reperti sono esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Locri. Il santuario di Zeus Saettante si trova alle spalle del Museo e, grazie a reperti di carattere votivo ritrovati, si può stimare il periodo storico del tempio che va del V al III secolo a.C. Molti tra i resti trovati in quest’area raffigurano Zeus pronto a scagliare uno dei suoi fulmini; da qui l’ipotesi che il tempio sia stato costruito in suo onore. La necropoli locrese più nota è quella di Lucifero, dove sono state rinvenute circa 1.700 tombe databili tra il VII e il II secolo a.C. e spesso segnalate da vasi di grandi dimensioni, di buona fattura e pregio, opera di ceramografi ateniesi di fama, oppure da “arule”, piccoli altari in terracotta decorati con immagini del mondo dell’oltretomba.

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Area archeologica di Capo Colonna

L’area archeologica di Capo Colonna è un sito archeologico statale situato in località Capo Colonna, vicino Crotone, raggiungibile tramite una strada costiera dal capoluogo. Il parco fu realizzato dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Calabria e raccoglie 30.000 metri quadri di terreno adibito agli scavi e 20 ettari di bosco e macchia mediterranea. In quest’ area si trova il Museo Archeologico, costituito da tre padiglioni incassati nel terreno per ridurre l’impatto ambientale. Esso è strutturato da un percorso all’ inizio del quale c’è un viale immerso nella macchia mediterranea. Successivamente si trova la cinta muraria del VI secolo a.C. rafforzata più tardi dai romani. Dopo le mura si trova l’inizio della via sacra, larga 8,5 metri e di fronte l’ingresso della via, sul alto est del promontorio di Capo Colonna, si accede al maestoso tempio dorico. Se ne erano accorti i greci della sua bellezza già nel VI secolo, quando giunsero nella vicina Kroton e vedendo dal mare il capo lo scelsero come luogo sacro. Il santuario di Hera Lacinia di Capo Colonna, dipendente dalla città di Crotone antica, fu uno dei santuari più importanti della Magna Grecia dall’età arcaica fino al IV secolo a.C., finché cioè fu sede della lega Italiota prima che si trasferisse a Taranto. Il sito del santuario era in una posizione strategica lungo le rotte costiere che univano Taranto allo stretto di Messina, su un promontorio chiamato anticamente Lacinion, che diede anche l’epiteto alla dea venerata, Hera Lacinia. Il nome odierno invece ricorda le rovine del tempio (con l’ultima “colonna” in piedi), mentre il nome usato fino all’epoca moderna, “Capo Nao”, altro non è che una contrazione del greco naos, che significa appunto tempio. Il santuario era stato edificato alla fine del VI secolo a.C. ed era anche chiamato di Hera Eleytheria, come resta testimoniato da un’iscrizione sul cippo del Lacinion, al Museo archeologico nazionale di Crotone. Nel XVI secolo fu quasi completamente saccheggiato per riutilizzare i materiali da costruzione. Il tempio era costituito da una pianta rettangolare e 48 colonne, alte circa 8 metri. La costruzione rispettava i canoni edilizi dei greci e risale intorno al VI secolo a.C. . Il tetto era di lastre di marmo e tegole in marmo pario come testimoniano i resti ora conservati nel museo di Crotone. Nulla si sa delle decorazioni che, però, erano certo presenti, come si può dedurre dal ritrovamento di una testa femminile in marmo della Grecia e pochi altri frammenti. Di tutto l’edificio sacro, oggi, si è conservata una sola colonna alta 8,5 metri, con capitello dorico e un fusto che ha 20 scanalature piatte composto da 8 rocchi sovrapposti. La colonna fino al 1638 era affiancata da un’altra caduta per un terremoto e poggia sui pochi resti del possente stilobate. Nelle adiacenze è tracciata una “Via Sacra” di una sessantina di metri e larga oltre 8 metri. Al complesso del tempio appartengono anche almeno tre altri edifici chiamati “Edificio B”, “Edificio H”, “Edificio K”:

  • L’Edificio B presenta una pianta rettangolare di quasi 200 m² e dagli archeologi è ritenuto il tempio originario; aveva la funzione di raccoglimento e di culto ipotesi sostenuta dal ritrovamento di alcuni reperti, come una navicella di bronzo, che risalgono alla prima metà del VIII secolo a.C.
  • Nel lato nord del Parco si trova il Katagogion, chiamato Edificio K, avente un portico dorico e risale al IV secolo a.C.. La pianta della struttura si sviluppa ad “elle” e ne rimangono solo i basamenti. All’ interno sono presenti ambienti decorati con quadrati e rettangoli. Probabilmente era la foresteria dove potevano trovare alloggio importanti visitatori, mentre i loro accompagnatori si dovevano accontentare di costruzioni molto meno raffinate e resistenti.
  • l’Edificio H, di pianta quadrata, chiamato anche Hestiatorion, è suddiviso in vari locali. Il ritrovamento di suppellettili tipiche dei locali dedicati ai pasti può far dedurre che si trattasse dell’edificio-mensa e ristoro dei viaggiatori oltre che dei sacerdoti. In ogni caso la datazione viene posta al IV secolo a.C. quando il tempio già aveva assunto grande celebrità.

Il vasto numero di ritrovamenti e di reliquie è diviso nei vari musei della città di Crotone: nel Museo di Capo Colonna sono conservati gli ultimi reperti rinvenuti, nell’Antiquarium di Torre Nao c’è qualche reperto di età precoloniale e nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone sono custoditi i primi ritrovamenti di età arcaica e soprattutto il tesoro di Hera. Della maestosità del luogo in epoche remoto ci è data testimonianza da tanti elementi rinvenuti sul luogo, tanti gioielli in oro, vasi in terracotta e tanti altri doni portati dai pellegrini devoti, tra cui il famoso Diadema Aureo e la misteriosa Bacchetta Nuragica, che oggi sono custoditi proprio nel museo di Crotone. La località non ha perso l’importanza sacra che ha sempre avuto, infatti sulle rovine del tempio pagano è situato il Santuario di Santa Maria di Capo Colonna, distrutto, ristrutturato e ampliato nel corso dei secoli, ma presente già nel 1519 come risulta da storici manoscritti che descrivono che sul luogo esisteva una piccola chiesa dove si venerava l’immagine della Madonna e dove è narrato di come il dipinto si sia salvato miracolosamente dalle mani dei turchi che ne depredarono l’area. La terza domenica di maggio, in occasione dei festeggiamenti della Madonna di Capo Colonna, il dipinto, custodito nella cattedrale di Crotone, è portato in processione nel santuario alle prime luci dell’alba. Proprio davanti alla chiesa si trova un importante elemento di difesa, la torre del Capo Nao, a pianta quadrata, conosciuta come Torre Nao, costruita dagli spagnoli nel XVI secolo come elemento di difesa dagli attacchi dei turchi, e ora sede del museo Antiquarium.

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Area archeologica di Vibo Valentia

L’antica Hipponion, che dal 1932 è stata ribattezzata con la denominazione latina di Vibo Valentia, è una delle città della Magna Grecia situate sul versante tirrenico della Calabria. Hipponion sorse poco dopo delle cittò del versante ionico, nel VII sec. a.C., quando Locri Epizefiri si assicurò il controllo di buona parte della Calabria meridionale fondando sul Tirreno le sub colonie che mantennero a lungo con la stessa Locri legami politici e una forte impronta culturale, evidente nei culti religiosi e in molti prodotti artistici realizzati sotto l’influsso locrese. Gli scavi effettuati hanno ritrovato anche reperti riguardanti la città sorta dopo la colonia greca, Vibonia e resti dell’antico centro di Veipo. Hipponion attraversò complesse vicende politiche tra il IV e il II secolo a.C., con una fase di dominio della popolazione italica dei Brettii, che dalle aree interne della Calabria settentrionale si estesero anche assai più a Sud, lasciando a Hipponion importanti testimonianze, come ricchi depositi di monete argentee coniate dalla confederazione dei Brettii. Alle fasi del III sec. a.C. risalgono anche i resti imponenti della cinta muraria in blocchi squadrati di arenaria, il monumento più importante rimasto fino a noi della Hipponion greca e poi brettia. Sotto la dominazione romana la città (che per breve tempo assunse la denominazione beneaugurale di Valentia, anche più a lungo si affermò il nome di Vibo, trasformazione latina dell’antico nome greco) si sviluppò ulteriormente, favorita dalla posizione sulla via consolare Annia-Popilia e dalla vicinanza con il porto (l’attuale Vibo Marina), base navale fondamentale nelle guerre civili che portarono all’impero di Augusto, grazie alla vittoriosa attività di Agrippa collaboratore e poi genero di Ottaviano. Agrippa fu onorato a Vibo con un bellissimo ritratto marmoreo, rinvenuto nel 1972, uno dei pezzi più prestigiosi del locale Museo Archeologico, che dell’età romana ospita anche altre statue in marmo, un mosaico pavimentale con scene di pesca recuperato da una villa romana nei dintorni, mentre altri mosaici pavimentali figurati sono conservati negli edifici di età imperiale messi in luce nel quartiere urbano di S. Aloe, dove è in corso la creazione di un parco archeologico urbano. Il sito dell’antica Hipponion si trova a quattro chilometri dalla costa tirrenica, sull’ altopiano della penisola di Tropea, particolarmente favorevole allo sviluppo perché situata nelle vicinanze del mare e della costa e protetta da imponenti mura. Le mura che circondavano la colonia greca di Hipponion erano lunghe circa 7 km ed alte 10 m e sono state rinvenute da Paolo Orsi nel 1916 nella zona di Trappeto Vecchio. I resti si estendono per un tratto di 350 m; nel 1969 Ermanno Arslan trovò altri tratti di mura. Erano state costruite con blocchi regolari di pietra arenaria e calcarenite ed erano rafforzate ogni 40 metri da torri circolari. Sono state studiate quattro fasi costruttive di cui la più antica appartiene alla costruzione fatta con mattoni crudi (impasto di fango e paglia). Nella zona del Parco delle Rimembranza Paolo Orsi ritrovò i resti di un tempio dorico del 500 a.C. dedicato con molta probabilità alla dea Proserpina molto venerata degli Ipponiati, ma del tempio è rimasto molto poco poiché i marmi e le colonne vennero utilizzati per costruire la cattedrale normanna di Mileto. Oltre al tempio dorico vennero indagati altri due templi: uno ionico situato in zona Cofino, l’altro dorico posto nei pressi della Cava Cardopati. Sono stati rinvenuti inoltre i resti dell’abitato romano di Vibonia del II secolo in via XXV Aprile, mentre nella Località Stanislao Aloe sono stati trovati i reperti di un impianto termale arricchito di mosaici policromi dai quali si può individuare un ritratto di Vespasiano. Nella medesima area sono emerse due domus con pavimenti a mosaico e nell’ area dell’aeroporto militare sono stati rinvenuti i resti di una villa romana con volte a crociera che si sono ben conservate nel tempo. Nella frazione di Vena Superiore è stato scoperto un ambiente ipogeo di grandi dimensioni che riguarda una grotta di circa 1.000 metri quadri che dopo vari studi è da considerarsi una chiesa-grotta costituita da un’unica navata. Il Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia è intitolato alla memoria di Vito Capialbi, importante studioso ottocentesco e collezionista delle antichità locali, di cui esposta nel museo la ricchissima raccolta numismatica, recentemente acquistata dallo Stato. Il Museo, base operativa e di ricerca per gli scavi condotti in città dalla Soprintendenza fin dalla fine degli anni ’60, ha sede prestigiosa dal 1995 nel monumentale Castello, che conserva imponenti torri e cortine del Duecento e del Trecento e fu poi sede dei principi Pignatelli; è stato restaurato e rifunzionalizzato con impegnative opere dalla Soprintendenza ai Monumenti di Cosenza. Ampi scavi nelle necropoli greche hanno messo in luce corredi funerari dal VI sec. a.C., con molti vasi importati da Corinto, al III sec. a.C., ma il reperto più significativo, che ha dato eccezionale rinomanza internazionale ad Hipponion e al suo Museo è una sottile laminetta in oro, lunga pochi centimetri, rinvenuta ripiegata più volte e deposta sul petto di una defunta nella prima metà del IV sec. a.C.. L’eccezionalità del reperto, di cui esistono solo una decina di esemplari analoghi in tutto il mondo greco, è data dalla lunga iscrizione incisa in minutissime lettere greche, su sedici fitte righe; il testo contiene la formula magico-religiosa, e per questo tracciata su un materiale prezioso e incorruttibile come l’oro, che l’anima della defunta doveva imparare a pronunciare nel suo percorso attraverso il mondo oscuro degli Inferi per superare varie prove e raggiungere un eterna, luminosa serenità nei Campi Elisi riservati ai fedeli iniziati ai rituali attribuiti al mitico cantore Orfeo. Questo tipo di religiosità detta appunto Orfica si diffuse in tutto il mondo greco, e soprattutto in Magna Grecia, a partire dal V sec. a.C., e la lamina aurea di Hipponion ce ne conserva una delle versioni più complete e più antiche. Altri aspetti del culto delle tradizionali divinità elleniche, come Demetra protettrice della fecondità della natura e della coltivazione del grano, è la figlia Persefone, che rapita da Hades signore dell’Oltretomba ne divenne sposa e regina degli Inferi, sono attestati a Hipponion dai rinvenimenti nei santuari del VI e V sec. a.C. ricchissimi depositi di offerte votive. Un caso di particolare interesse è quello del deposito votivo in località Scrimbia, il cui scavo ha fornito materiali di notevole bellezza, e molti elementi del tutto peculiari per la ricostruzione del culto. Si trattò di uno dei santuari più importanti e più frequentati dai fedeli nell’Hipponion del VI e V sec. a.C., come indica l’abbondanza delle offerte, comprese moltissime di tenue valore economico (come vasetti miniaturistici) ma non meno significative come documento del legame dei fedeli con le varie divinità che qui erano oggetto di culto. Le statuette in terracotta, numerosissime, recano immagini di divinità femminili o figure di fanciulle offerenti; i tipi sono per lo più affini a quelli rinvenuti a Locri nel santuario di Persefone: una tavoletta a rilievo reca l’immagine di una dea in trono che regge una lunga spiga stilizzata, che sembra identificabile con Demetra, mentre un’altra rappresenta sicuramente Artemide, con i tipici attributi dell’arco e del cerbiatto. La peculiarità di maggior risalto del santuario di Scrimbia è data dall’eccezionale frequenza di offerte di manufatti in bronzo, materiale di alto pregio che denota offerenti di alte capacità economiche, presumibilmente di rango sociale elevato. Alcuni dei vasi in bronzo furono importati da aree lontane, come i grandi bacili ad orlo perlato, di probabile produzione etrusca, e una brocca decorata prodotta in Laconia. Le offerte di specchi in bronzo e qualche esemplare di orecchini in argento ci riportano ad ambiti di culti femminili, che già sono sembrati dominanti nel santuario. In rapporto a ciò, appaiono quindi quasi sorprendenti le numerose offerte di armi difensive in bronzo, dedicate ad Hades, spesso impreziosite da raffinate decorazioni, evidentemente dedicate da uomini che intendono affermare nel loro rapporto con il divino un rango sociale eminente nella propria comunità. Si tratta di grandi scudi, dai bordi decorati a sbalzo con motivi a treccia multipla, schinieri, elmi di vari tipi, da quello corinzio a quelli detti calcidesi, a quelli con paraguance a testa di ariete, uno dei quali rivestito da lamine in oro e in argento. Altri elmi hanno finissime figure incise, come tritoni, lotte tra animali (un cervo sbranato da due pantere), parti di cavalli rampanti, altri animali. Si tratta evidentemente di armi da parata, che attribuivano a chi le possedeva, e qui le esibiva come offerta nel santuario, un ruolo aristocratico o quasi eroico allusivo ai mitici “guerrieri vestiti di bronzo” protagonisti dei poemi omerici. A Scrimbia la coppia Persefone e Hades forse svolgeva funzioni parallele di tutela per la componente femminile e per quella maschile della società ipponiate, soprattutto a livello dell’aristocrazia dominante tra VI e V sec. A. C.. Per concludere, le immagini di una delle offerte ceramiche più significative a Scrimbia, una “hydria” (un vaso per raccogliere e trasportare acqua, di uso specificatamente femminile) qui decorata con una scena mitica che esalta le virtù militari degli eroi antichi, la partenza di Anfiarao per la guerra dei “Sette contro Tebe”, tema adatto a un’aristocrazia sensibile ai valori eroici dell’arte della guerra. E un vaso prodotto nelle officine ceramiche calcidesi, della seconda metà del VI sec. a.C..

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Area archeologica di Bova

Il Parco Archeologico ArcheoDeri della vallata del San Pasquale, inaugurato nel giugno 2010, sorge a Bova Marina, intorno all’area sinagogale rinvenuta negli anni Ottanta, presso la contrada da cui trae il nome “Deri”, richiamando la tradizione dell’Antica Delia o Scýle, secondo gli antichi Romani. Ci troviamo in un sito archeologico tra i più importanti del Mediterraneo, infatti, la sinagoga, risalente al IV secolo d. C., è la più antica in Occidente, dopo quella di Ostia Antica, ed il suo ritrovamento ha aperto nuovi scenari storici sulla presenza degli ebrei nella Calabria meridionale. Era venuta alla luce, come accaduto in tanti altri casi, durante i lavori di realizzazione di una strada, per la precisione un tratto della statale 106 e in un primo tempo si pensò ad una villa romana, ma successivamente ne è stata poi accertata l’esatta natura grazie al rinvenimento di un mosaico raffigurante i più importanti simboli giudaici. Dopo il ritrovamento il sito fu visitato dall’allora rabbino capo di Roma Elio Toaff, il quale confermò la piena compatibilità dei ritrovamenti con una struttura sinagogale. Il mosaico è attualmente ospitato all’interno dell’Antiquarium che conserva, inoltre, importanti reperti provenienti dal territorio di Bova, risalenti al neolitico, all’età del bronzo, all’epoca greca romana e bizantina. Del Parco fa parte anche un Centro di Documentazione per il Patrimonio Culturale e l’Ebraismo nell’Area Grecanica, al cui interno si trovano una sala espositiva sulla storia del territorio, una sala dedicata all’ebraismo, una biblioteca con testi riguardanti la grecità calabrese e la storia degli ebrei in Calabria, un archivio multimediale ed una sala conferenze. Campagne di scavi archeologici hanno evidenziato come fin dall’età Neolitica fossero presenti culti legati alla dea Madre, mentre per l’età magno greca sono documentate ritualità in onore di Demetra e di Kore. Queste testimonianze del passato sono riscontrabili attraverso una piccola figura antropomorfa in ceramica, con forte enfatizzazione dei caratteri femminili, della seconda metà del VI millennio a.C., ritrovata in località Penitenzeria e di un balsamario, raffigurante una Kore (VI sec. a.C.), rinvenuto nelle fondamenta di un edificio, alle spalle di Bova, facente parte di una fortezza magno greca, distrutta durante un conflitto tra le polis di Reggio e Locri, nel corso del V sec. a.C. La restante parte dei reperti esposti, concerne invece i ritrovamenti in loco: un insediamento romano del I-II secolo d.C., nel quale pare fosse istallata la statio di Scyle. La radice onomastica di Skyle, simile a Scilla e Squillace, anch’essi posti in prossimità di promontori rocciosi, pare derivi dal latrare che le onde producono infrangendosi sugli scogli, motivando così la traduzione greca del termine “Scyle” in cagna.  L’area del parco archeologico, sita nel fondovalle ai margini della fiumara del San Pasquale, era già indicata nel Settecento come sede dell’antica Delia, una città fondata da greci provenienti dall’isola di Delo. I suoi abitanti, scampati a una incursione barbarica, generarono nel Medioevo i centri di Bova, Paracorio e Pedavoli, questi ultimi più tardi unitisi in un solo comune chiamato Delianuova, in ricordo delle origini. Le medesime fonti affermavano inoltre che queste terre erano in origine abitate “dalla gente Aramea”, giunte qui sotto la guida di Aschenez, pronipote di Noè. Ebrei dunque, poiché con il termine di aramei, erano indicati nel XVIII secolo i giudei ancora presenti nell’Italia Meridionale e nelle Isole. La presenza di una comunità ebraica nel sito di Bova Marina non integra solo il quadro degli insediamenti israeliti della costa ionica, documentati nel Tardo Antico anche a Reggio e nella vicina Lazzaro, ma accerta, grazie al rinvenimento di un timbro con un candelabro a sette bracci, impresso su un’ansa di fabbricazione locale (IV-V sec. d.C.), l’esistenza di una attiva produzione e commercializzazione di cibi kosher, cioè preparati secondo le norme alimentari ebraiche. Che queste realtà sociali fossero integrate nel territorio già da tempo, trova conferma nei Talmud (interpretazioni bibliche tardo antiche), in cui si sosteneva la tesi che la Magna Grecia era stata assegnata da Isacco a Esaù, a consolazione della primogenitura carpitagli da Giacobbe. A documentare la prosperità dell’abitato ebraico di Bova Marina è proprio il mosaico policromo che decorava il pavimento della sinagoga: trenta metri quadrati di tessere, poste in opera alla metà del IV sec. d.C.. Purtroppo le arature del terreno hanno compromesso la sua leggibilità, lasciandoci ampi dubbi circa il simbolismo figurato all’interno di riquadri, delimitati da una ghirlanda floreale e incorniciati da una treccia a più capi. Nei 16 pannelli, decorati con corone di alloro, è certa la presenza del motivo della rosetta, del nodo di Salomone e di una Menorah, (candelabro a sette bracci) affiancata a sinistra dallo shofar (corno d’ariete) e a destra da una palma (lulab) e un cedro (etrog). Questi simboli erano probabilmente disposti sul pavimento musivo nel rispetto di una specifica liturgia che prevedeva l’esistenza di un àron, cioè l’armadio, orientato ad Est, contenente i rotoli delle sacre scrittura (sifré Torà), di una bima, ovvero il pulpito da cui il cantore dirigeva la preghiera, e ancora di una suddivisione tra uomini e donne durante le funzioni religiose (matronei), ed infine di banchi, riservati ai dirigenti della comunità, e che sappiamo disposti ai lati della Torà, lungo la parete di fondo. In età Ostrogota (480-553 d.C.), la sinagoga fu munita di un’abside, di fronte al quale si ricavò nel pavimento uno spazio, mosaicato con il simbolo del Nodo di Salomone tra motivi romboidali, stilisticamente vicini alle novità artistiche importate in Occidente dal Mediterraneo orientale sul finire del V sec. d.C.. La campagna di restauri che interessò la sinagoga in questo periodo, comportò inoltre la creazione di nuovi ambienti di servizio, magazzini e la costruzione di uno ospitalia, destinato ai pellegrini e ai rabbini di passaggio. L’insediamento subì una distruzione violenta alla fine del VI sec. d.C., simultaneamente a quanto documento nel 590 d.C. anche a Taureana e a Locri, forse per mano dei Longobardi, giunti sullo Stretto di Messina al seguito di Autari. Oggi è il Museo Archeoderi che ne detiene l’eredità. In esso sono custoditi le vestigia di grandi civiltà, i fasti della loro gloria e soprattutto la memoria di tutte quelle genti, autoctone e non, che si sono insediate sul nostro territorio e delle quali abbiamo ancora oggi testimonianze nella nostra cultura tra usi, costumi, tradizioni e lingua. Risalendo il corso della fiumara del San Pasquale, la strada taglia in due un sito di età romana, già noto agli studiosi. Effettivamente in località Panaghia esisteva una struttura semicircolare da sempre ritenuta una chiesa di origine bizantina, dal momento che la toponomastica rendeva chiara la presenza di un luogo di culto intitolato alla Madonna tutta Santa. Di recente campagne di scavo effettuate sul versante nord dell’asse stradale hanno permesso di stabilire che si tratta di un complesso residenziale particolarmente vasto, databile dal III al IV sec. d. C.. Lungo il fianco della strada sono infatti emersi magazzini con dolia e diversi ambienti, alcuni dei quali absidati e probabilmente in origine mosaicati, visto l’abbondante rinvenimento di tessere musive. Interessante scoperte sono state effettuate anche nel sito della chiesa della Panaghia, i cui muri perimetrali risultano essere pertinenti una nicchia di una grande aula absidata tardo antica. Tra i reperti spiccano, oltre alle anfore da vino, soprattutto, frammenti di vetri con decorazioni a gocce e di ceramica di Navigius dalla tipica decorazione plastica a stampo. Questa tipologia di ceramica, assieme a quella di altre officine associate, veniva prodotta nella Tunisia centrale, probabilmente nella regione di Henchir e Srira, tra il 290 e il 320 d. C. La lavorazione a matrice di questa singolare ceramica si caratterizza per via di produzioni con raffigurazioni di tipi umani, di cacce, di spettacoli, di scene mitologiche; si tratta di manufatti prodotti per un mercato regionale; solo eccezionalmente si trovano tracce in Italia ed in Cirenaica. Il loro repertorio decorativo è prevalentemente antropomorfo e prevede per lo più figure caricaturali della fisionomia nord africana; le teste femminili, giovani o anziane hanno espressioni grottesche; analogamente le teste virili, con i medesimi caratteri, barbate e non, sono arricchite anche da espressioni lascive e satiresche, con folta capigliatura riccioluta, bocca e naso a volte esageratamente grandi. Le fisionomie satiresche presentano, invece, una corta barbetta, sopracciglia folte, capelli lisci, cadenti, spesso fermati da un nastro, la bocca atteggiata in un sorriso beffardo con i denti parzialmente in vista. Le forme dei vasi somigliano invece alla Lagoena, alla fiaschetta cilindrica, alla brocchetta. A circa 4 km nell’entroterra, in prossimità dell’antico confine tra i comuni di Bova Marina e Bova si trova il sito archeologico di Umbro. Alla base del dirupo roccioso sono stati rinvenuti molti reperti da cui è possibile stabilire che l’area fu intensamente occupata durante il Neolitico, precisamente dalla metà del VI millennio d.C. alla metà del V millennio d.C. (Stentinello). E’ inoltre attestata l’occupazione durante la facies di Diana e, probabilmente in maniera sporadica, durante l’età del Rame. Diversamente la sommità dell’altura risulta abitata nell’età del Bronzo. Nel complesso, l’insediamento di Umbro sembra presentare almeno tre periodi di occupazione. Durante il Neolitico Antico e Medio (VI-V millennio a.C., Strati IV-V della Trincea 1), un’occupazione risalente alla facies di Stentinello potrebbero aver avuto luogo ai piedi del dirupo. Altre aree circostanti possono essere state occupate in questa fase, tuttavia eventuali tracce sono state distrutte dall’erosione che ha interessato la zona. La stessa area occupata durante la facies di Stentinello potrebbe essere stata riutilizzata durante il Neolitico Tardo/Finale in corrispondenza della facies di Diana. I manufatti Neolitici raccolti comprendono ceramica tipica degli stili di Stentinello e Diana, alcuni esempi di ceramica Neolitica di altro tipo, quali ceramica a pittura rossa, ed alcuni probabili frammenti di epoca Eneolitica. Molti i ritrovamenti di ossidiana, una preziosa ascia in anfibolite, una piccola riproduzione di ascia in fillite, alcune macine e alcuni frammenti di concotto e di ocra rossa. I resti faunistici accertano la preponderanza degli ovini e dei caprini, con presenza di maiale; scarsi i resti dei bovini mentre del tutto assente è l’ittiofauna. Non mancano i resti di ossa di cane. Campioni di flottazione provenienti da ogni strato confermano la coltura della veccia, del Triticum e dell’orzo.

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Aree archeologiche di Tauriana e di Medma

Tauriana e Medma erano due città dell’antichità posizionate sulla “Costa Viola”, la parte meridionale della costa tirrenica della Calabria, rispettivamente nei comuni attuali di Palmi e Rosarno. Tauriana  è un’antica città brettia, il cui nome deriva da quello del populus italico che la fondò, i tauriani. La città, che sorgeva sulla riva sud del fiume Metauros (probabilmente il Petrace), segnava il confine del territorio di Rhegion (Reggio Calabria) sul versante tirrenico nord-occidentale, oltre cui iniziava quello di Locri Epizefiri. Successivamente romana e poi bizantina, Tauriana venne distrutta dai saraceni nella metà del X secolo. Gran parte dei rinvenimenti archeologici costituiscono il Parco Archeologico dei Tauriani. Sulla fondazione della città, alcune leggende narrano di una possibile colonizzazione achea dell’area in cui sorse Tauriana. Altre ipotesi ricollegano la nascita della città alla seconda metà del IV secolo a.C., quando dei gruppi brettii, che si erano resi autonomi dai lucani, raggiunsero la Calabria meridionale conquistando diverse città. La città è segnalata in atti ufficiali di età successiva, quando Tito Livio asserisce che nel 212 a.C., in occasione della guerra annibalica, nel Bruttium vi fu il passaggio dei Taureani, unitamente ai Cosentini, «sotto la protezione di Roma». Il passaggio è il seguente: ”Allo stesso tempo di dodici stati in Bruzio, che l’anno precedente per i Cartaginesi si era ribellata, Consentia e Tauriana sono state restituite alla protezione del popolo romano“.Con la romanizzazione della zona, successiva alla guerra sociale, la presenza brettia sul territorio sparì ed i tauriani, grazie ad un buon rapporto con i romani, conquistarono un’autonomia politica e amministrativa che permise loro di avere un proprio territorio, abbandonando la condizione di subordine nei confronti della città di Reghion. Di una «città dei Tauriani» scrivono anche Pomponio MelaPlinio il Vecchio nel I secolo d.C.. Quest’ultimo la definisce come “Tauroentum oppidum” nel seguente passaggio: “Dopo Vibo Valentia, che ora chiamano il Porto di Ercole, il fiume Metauro; la città di Tauriana, il Porto di Oreste e Medma”. Con il passaggio del territorio sotto il controllo dell’Impero romano d’Oriente, all’interno del Thema di Calabria, Tauriana ricadeva nell’area della “Turma delle Saline“. Nei secoli ebbe varie incursioni e scorrerie da parte soprattutto dei saraceni che costrinse la popolazione ad abbandonare la città e trasferirsi in zone più interne fino al completo abbandono. Nel 1086, Ruggiero I conte di Calabria, che aveva istituito nel 1081 il vescovado di Mileto, aggiunse a quest’ultima i territorio della distrutta ed abbandonata diocesi di Tauriana, essendo rimasta vuota la sede. Il porto della città visse fino al secolo XVIII. Difatti si presume che, sempre nell’XI secolo, vi approdò Ruggiero I per sbarcare in Calabria dalla Normandia. Il primo strumento storico sulle ricerche dell’antica Tauriana è il libro “Metauria e Tauriana”, scritto dallo studioso Antonio De Salvo sul finire del XIX secolo, nel quale l’autore indica una pianta dei ruderi ancora visibili. Sono appunto della fine del XIX secolo i primi rinvenimenti fortuiti. Essi si concentrano prevalentemente sul litorale di Scinà e sul pianoro dell’odierna Taureana di Palmi e riguardano l’area in età greco-italica, imperiale e bizantino-medievale. Negli anni novanta dello scorso secolo, alcune ricerche hanno portato all’individuazione di resti di assi stradali, strutture abitative, piani pavimentali, canalette di scolo, dolia per derrate alimentari, tutti riconducibili ad un’età compresa tra la seconda metà del IV secolo a.C. ed il I secolo a. C.. Il parco, con i suoi attuali tre ettari di estensione, occupa la parte centrale di un pianoro dominante la costa Viola. È stato realizzato con fondi APQ Beni culturali Calabria e con un finanziamento dell’Amministrazione provinciale di Reggio Calabria ed inaugurato il 17 settembre 2011. In particolare le strutture rinvenute, ed evidenziate all’interno del parco, sono:

  • Una grande strada urbana passante per l’antica Tauriana, dove si conserva la pavimentazione in basoli di dura pietra Da essa si accedeva alle gradinate dell’edificio per spettacoli. La sua prosecuzione, fuori città, conduceva alla via Popilia, importante asse viario di collegamento tra Reggio Calabria e CapuaRoma.
  • Un edificio per spettacoli. Si tratta di un’architettura singolare nel panorama italiano, che presenta la forma di un teatro ma nasce come anfiteatro per manifestazioni ludiche, come i combattimenti tra gladiatori. Occasionalmente la struttura poteva destinata a rappresentazioni teatrali. La sua capienza sarà stata di circa 3.000 spettatori.
  • Nella parte sud del pianoro è visibile un settore del quartiere abitativo brettio-romano nel quale, ai lati della strada, è possibile leggere la sovrapposizione delle strutture romane su quelle brettie.
  • Della Tauriana “brettia” (I secolo a.C.) è possibile ammirare la «casa del mosaico», così chiamata per il rinvenimento di un mosaico figurato che, insieme a un letto di bronzo decorato in argento e pietre preziose, abbelliva un ambiente identificato come sala da banchetto. Il letto è attualmente esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Al centro della sala, era collocato il mosaico realizzato con minute tessere policrome. Vi è rappresentata una scena di caccia con due cavalieri ed un portatore di lance che si dispongono ai lati di un orso, ferito. Completano la scena, dominata da un grande albero, un cane, un felino e un cinghiale.
  • Dell’area sacra, dedicata a una divinità ancora sconosciuta, sono oggi visibili i resti di un alto podio (m. 10×20 ca) e di un triportico. Originariamente il complesso presentava decorazioni e rivestimenti in pietra locale, marmo e stucchi, la cui tipologia è un “unicum” nel contesto architettonico e religioso della Calabria La scelta di erigerlo nel punto più visibile del pianoro dalle pareti a strapiombo sulla costa, non fu casuale: il tempio, chiamato “Palazzo di Donna Canfora”, a ridosso del ciglio nord, quasi isolato o comunque emergente dal resto del contesto abitativo, sarebbe stato immediatamente visibile a chiunque navigasse da settentrione.
  • Al di sotto della fase brettia e romana, non ancora visibili, vi sono i resti di capanne di un villaggio dell’età del bronzo, attivo per circa mille anni, a partire da 4.000 anni fa. Le capanne sono realizzate con alti muri in pietra e tetto in materiale deperibile.
  • Alcuni storici ipotizzano che il Porto di Oreste, fondato secondo la leggenda proprio da Oreste,  figlio del re Agamennonee di Clitennestra e fratello di IfigeniaElettra e Crisotemi, possa corrispondere al porto dell’antica città di Tauriana. La struttura si doveva trovare probabilmente più a nord di Rovaglioso, nella zona “La Scala”, tra Pietrenere e Scinà. Questo approdo naturale, in età romana, fu forse trasformato con adeguate opere murarie, in un bacino portuale attrezzato con moli.

Il parco archeologico dell’antica Medma racchiude quel che resta della città magno greca venuta alla luce dopo numerosi scavi tra il XIX e il XX secolo. Gli scavi servirono anche a dimostrare in maniera conclusiva la reale posizione di Medma o Mesma che fino ad allora era oggetto di discussione tra l’ipotesi rosarnese e quella nicoterese. Vasto fu il materiale riportato alla luce, che è oggi conservato nel museo alle spalle del parco. Colonia fondata da Locri nel VI secolo a.C. ne distava meno di un giorno di cammino e sembra che tragga il suo nome da una fonte sita nelle vicinanze; un’altra ipotesi è che il toponimo provenga dalla lingua delle popolazioni autoctone e che abbia il significato di “città di confine”. È possibile che entrambe le ipotesi siano fondate, poiché la fonte in questione dà origine all’attuale fiume Mésima, che deriverebbe appunto il suo nome antico dal termine indigeno per “confine”. Comunque, sebbene spesso riportata tra le città greche di questa parte d’Italia non sembra aver raggiunto una particolare importanza o potere ma in ogni caso sono presenti delle monete coniate nel IV secolo a.C. con l’incisione “Mesma”. Alla fine del VI secolo a.C. ebbe luogo una battaglia in cui Medma e Locri, supportarono Hipponion in una guerra contro Crotone. La notizia è riportata dall’epigrafe incisa su uno scudo di Olimpia. In seguito, nel 422 a.C. Hipponion e Medma combatterono contro la fondatrice riuscendo a sconfiggerla. La cittadina, che dalle sue dimensioni poteva ospitare una popolazione superiore ai quattromila abitanti, si trovava su quello che è attualmente il terrazzo di Pian delle Vigne (sito nel comune di Rosarno). Nel perimetro compreso tra il Bellavista del Rione Ospizio, l’attuale cimitero, la contrada Pomaro e la zona “Ospedale” sorgevano le case, i laboratori artigianali, i negozi e i templi. È probabile che la popolazione medmea si sia trasferita a Nicotera, il cui nome è presente nell’Itinerario antonino, e che fu probabilmente fondata dai medmei dopo il declino di Medma. Il parco archeologico dell’antica Medma è costituito da una grande distesa di ulivi ubicata alle spalle del Museo. L’area, espropriata intorno agli anni ottanta del secolo scorso dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria, non senza polemiche e ostilità da parte di alcuni cittadini che hanno vanamente tentato attività speculative, corrisponde alle aree sacre di Calderazzo e S. Anna, note attraverso gli scavi dell’Orsi; ma non mancano settori che illustrano l’abitato medmeo e le zone artigianali con presenza di pozzi e fornaci. Strettamente connesso al parco archeologico è il Museo di Medma che espone una gran parte degli oggetti rinvenuti nei lunghi anni di ricerche che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria ha effettuato a Rosarno già a partire da Paolo Orsi e fino ai nostri giorni. L’esposizione inizia con la ricostruzione della necropoli: tombe alla cappuccina, a cassa di embrici, a vasca, ricche di oggetti. Splendidi esemplari della coroplastica medmea, tra cui statuette di varie dimensioni e fogge, busti, grandi maschere, criofori (portatori di ariete), e ancora vasi ed armi in ferro rinvenuti nell’area sacra di Calderazzo, sono presentati ai lati di una virtuale via sacra che si arresta davanti ad un altare in terracotta (arula) di grandi dimensioni, con in rilievo i personaggi della tragedia di Sofocle che rappresenta la vicenda di Tyrò, giovane donna, figlia del re Salmoneo ritratta con i figli Pelia e Neleo che per vendicare la madre hanno appena ucciso la matrigna Sidero che giace esamine ai piedi di un altare, mentre il vecchio re Salmoneo fugge disperato davanti a tanto orrore. L’esposizione si conclude con i materiali provenienti dall’abitato tra i quali si segnala un modello di fontana rituale in terracotta. Sono presentati anche oggetti provenienti dalla collezione privata Giovanni Gangemi, donata allo Stato, che è costituita da pregevoli vasi sia a figure nere che a figure rosse tra cui un’anfora con scene della lotta per la conquista delle armi di Achille.

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Area archeologica di Casignana

Casignana ospita, all’interno del proprio territorio, una pluralità di siti di interesse culturale e paesaggistico. Tra questi spicca il Parco Archeologico della Villa romana di contrada Palazzi lungo la Strada Statale Jonica 106. Venne scoperta nel 1963 grazie ai lavori di costruzione di un acquedotto che riportarono in luce i resti di una domus romana privata con terme annesse che probabilmente sorgeva in prossimità dell’antica strada di collegamento tra Locri Epizefiri e Rhegion. Purtroppo parte delle strutture e de pavimenti a mosaico, in quella occasione, andarono distrutti. La villa sorse in un’area già frequentata in periodo greco, si sviluppò tra il I e il IV secolo d.C. e venne abbandonata nel corso del V sec. d.C. e gli archeologi hanno individuato quattro fasi costruttive. Quella attualmente visibile, l’ultima, risale al IV secolo. L’impianto originario della casa risale al I secolo ma gli scavi portati avanti fino ad oggi hanno indagato 1.300 metri quadri della grande villa. Il sito costituisce uno dei complessi più importanti di epoca romana dell’Italia Meridionale e conserva il più vasto nucleo di mosaici finora ritrovato in Calabria. Sala delle Nereidi, Sala di Bacco, Sala con il volto di donna, Sala delle Quattro Stagioni; fra le opere in situ, un mosaico ancora da restaurare che ha una lunghezza di oltre 25 metri del quale fa parte un “tondo” raffigurante Bacco, Marsia e una biga tirata da due tigri. Nelle terme esistono due nuclei contigui, ciascuno dei quali consente il passaggio da ambienti freddi ad ambienti caldi, secondo la successione canonica frigidarium – tepidarium – caldarium. Alcuni ambienti hanno piante complesse, come il frigidarium ottagono pavimentato a mosaico con motivo geometrico a cubi prospettici. Anche altri vani sono notevoli per qualità e varietà dei mosaici: policromi, geometrici o figurati, come il noto mosaico raffigurante un thiasos marino con quattro Nereidi in groppa a mostri con fattezze di leone, tigre, cavallo e toro. La sala della domus ha una complessa disposizione architettonica con una pianta ottagonale con quattro lati absidati e un pavimento mosaicato da piccole tessere. Il nucleo residenziale è composto da una sequenza di vani, delimitata verso il mare da un ampio e lungo corridoio terminante alle estremità con due avancorpi semicircolari. Si trattava forse di due torrioni che conferivano un aspetto fortificato all’insieme. Si può riconoscere il calidarium che doveva essere ricoperto da una volta. La presenza del calidarium è testimoniata dall’ipocausto e dei tubuli fittili nelle pareti. I reperti rinvenuti suggeriscono una decorazione sfarzosa degli interni, per la presenza di marmi pregiati, intonaci dipinti e mosaici in pasta vitrea multicolore. Arredi e statue facevano da complemento all’architettura. Del complesso della villa fanno anche parte un salone a pianta rettangolare e due ambienti riscaldati tutti decorati con l’opus sectile, una tecnica per pavimentare con lastre in marmo colorato. Nella domus è anche presente un ninfeo monumentale con vasca absidata e cisterne. Faceva sicuramente parte di un gruppo di Villae o di un centro abitato, infatti nelle vicinanze sono stati ritrovati una necropoli con sepolcri a lastroni di terracotta dove veniva praticata l’incenerazione e la sepoltura e testimonianze di costruzioni coeve. Il restauro di questo mosaico, insieme a quello di altri 5 ambienti fra cui quello più grande della villa di oltre 80 mq, è oggetto di un finanziamento già concesso dalla Regione Calabra di 2,5 milioni di euro, attraverso un progetto europeo. L’intervento più imponente, indispensabile per la conservazione e la fruizione della villa, è stata la copertura definitiva dell’intero nucleo di ambienti a monte della S.S. 106. Grazie alla copertura è stato possibile realizzare una serie di percorsi sopraelevati che si snodano all’interno degli ambienti termali, consentendo l’apprezzamento dei mosaici e dei pavimenti a intarsi marmorei. Per consentire una miglior salvaguardia di questi rivestimenti pregiati è stata installata una stazione per il monitoraggio delle condizione microclimatiche e sono stati effettuati tutti gli interventi di restauro necessari alla conservazione delle parti dell’edificio rimaste fuori della copertura. E’ stato inoltre completato lo scavo archeologico del nucleo centrale del complesso, che ha portato alla luce, tra l’altro, nuove stanze con pavimenti a mosaico, ancora non visibili perché in attesa di restauro, e una grande vasca ad ornamento del giardino. Si sono poi estese le indagini geo-archeologiche nelle aree acquisite al patrimonio pubblico, che hanno dato interessanti risultati, confermando l’estensione dell’area archeologica ben oltre il nucleo centrale già conosciuto.

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Area archeologica di Castiglione di Paludi

L’area archeologica di Castiglione di Paludi riguarda un insediamento riferito quasi sicuramente ad una città brettia del IV secolo a.C. ed una necropoli dell’età del ferro. Questo sito costituisce una delle più importanti e meglio conservate testimonianze di architettura militare della Magna Grecia. Il sito è situato nel comune di Paludi, in provincia di Cosenza, su un colle delimitato dai torrenti Coseria e Scarmaci a circa 8 km dal mar Ionio. La città, posizionata in quest’area archeologica, in seguito alla presenza di bolli con tegole in osco, potrebbe essere potrebbe essere identificata come l’antica città brettia di Cossa, la quale venne anche citata in un frammento di Ecateo di Mileto e nel De bello civili di Cesare che la pone nel territorio di Thurii. Il nome dell’attuale torrente Coseria, nei pressi di Castiglione di Paludi, sembra costituire un ulteriore indizio per l’identificazione proprio dell’antica città di Cossa. In alternativa in base al ritrovamento nel sito anche di iscrizioni in greco, il centro è stato ipotizzato di fondazione ellenica e passato in seguito sotto il controllo brettio, e ipoteticamente identificato con una città fortificata voluta da Alessandro il Molosso nel territorio di Thurii, sul fiume Acalandros, di cui ci informa Strabone. Il centro sarebbe stato costruito come sede della lega italiota per sostituire la tarantina Eraclea. Il sito archeologico di Castiglione di Paludi occupa un’altura articolata in due aree, in buona parte pianeggianti, per un totale di circa 40 ettari, collegate da una sella centrale. Il Pianoro Nord (quota massima 296 metri s.l.m) si affaccia sulla costa, il Pianoro Sud (334 m s.l.m.) si protende in direzione del paese di Paludi e dell’entroterra montuoso. L’altura, per effetto dell’erosione dei corsi d’acqua, ha assunto nel tempo una posizione isolata rispetto alle vicine colline, quindi naturalmente difesa su molti versanti da alti dirupi. Se l’area archeologica di Castiglione di Paludi conserva poche testimonianze dell’antica città di Cossa, della città brettia rimangono invece notevoli resti, primi tra tutti quelli delle mura, costruite in blocchi squadrati di arenaria disposti a secco, alcune scalette interne conducevano sugli spalti. Sul lato orientale era la porta fortificata, a corte rettangolare, difesa da due torri a pianta circolare alte due piani. All’interno, una strada collegava la porta principale al cosiddetto teatro, edificio a pianta semicircolare addossato a un pendio naturale, nel quale erano presenti sedili scavati nella roccia o fatti di pietra arenaria, che poteva accogliere 200 persone circa. Più verosimilmente si tratta di un luogo per le riunioni dell’assemblea pubblica databile intorno al IV secolo a.C. Sempre all’interno della cinta muraria, oltre a una cisterna sono stati rinvenuti i resti di alcune abitazioni, distinguibili in due fasi per la tecnica costruttiva. Il ritrovamento all’esterno della porta di un deposito di terrecotte votive di tipo femminile, testimonia l’esistenza di un piccolo luogo di culto, forense, attivo già con la città di Cossa. Tra i materiali rinvenuti tra gli scavi dell’area archeologica di Castiglione di Paludi, si segnalano per importanza un volto maschile in arenaria locale e alcuni modellini fittili di templi, e delle tegole “vereia” che attestano l’attività di una istituzione pubblica deputata alla produzione in scala di laterizi. Sul pianoro antistante l’abitato, erano già state scavate 50 sepolture del IX a.C. corredate da armi, lance in ferro e bronzo, fibule, lamine decorate ed altri oggetti. L’antico sito di Castiglione rappresentò probabilmente una tappa per la transumanza del bestiame, per l’approvvigionamento di legname e forse anche della famosa pece brettia, raccolta proprio nei vicini boschi della Sila. Per certo, l’abitato di Castiglione fu abbandonato intorno alla fine del III sec. a.C., dopo l’epilogo della Seconda Guerra Punica e la conseguente conquista romana della regione. Nonostante già nel XVIII secolo documenti d’archivio segnalassero la presenza di un antico insediamento sul pianoro di Castiglione di Paludi, solo nel 1949 ci furono regolari indagini sistematiche, seguite dall’Ispettore Giuseppe Procopio. Sul Pianoro Sud fu intercettata una grotta “lunghissima, nessuno ne ha veduto ancora il fondo. Si chiama la Grotta di Castiglione. Vi han trovato un corpo umano di bronzo ed un braccio. In quei pressi son 2 ruscelli, S. Martino e S. Elia. Sopra la grotta son le rovine di Castiglione”, già nota dalla segnalazione di Vincenzo Padula (1870-1880).  Nel 2016 è stato finalmente inaugurato il Parco Archeologico di Castiglione di Paludi, i cui lavori di completamento sono stati eseguiti grazie a finanziamenti regionali.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Segnalazione UFO 20/05/2017 – Parte 1

Dal 19 di maggio sono giunte nella nostra redazione innumerevoli segnalazioni di un presunto U.F.O. sorvolare Cosenza seguiti da due aerei militari. Questi ultimi volavano effettivamente troppo bassi per essere un esercitazione; si sa che devono rispettare delle altitudini precise per non creare allarmismo ma soprattutto per evitare situazioni spiacevoli. La comunita` cosentina quel giorno si e` scossa parecchio e tutti pronti con il proprio cellulare hanno immortalato cio` che e` accaduto.
Prima di scendere nei particolari pero`, tengo a fare una piccola precisazione su cosa sia effettivamente un U.F.O..
Il termine deriva dall’inglese: Unidentified Flying Object che letteralmente tradotto significa Oggetto Volante non Identificato (da qui il termine OVNI usato raramente in italia, molto nei paesi ispanofoni) molto spesso associato per condizioni di causa alle navicelle aliene che sembrerebbero manifestarsi per tutto il globo ma che in realta` significa semplicemente qualcosa che non conosciamo. Si prenda ad esempio che 10 anni fa un drone (militare), che oggi sempre piu` persone si stanno procurando per motivi lavorativi e non, era tecnicamente considerato un U.F.O. semplicemente perche` non avendo mai visto nulla di simile, etichettarlo come oggetto volante non identificato e` una prassi comune.

Che questo semplice chiarimento serva a fare piu` chiarezza sul fenomeno U.F.O. per evitare di inflazionare erroneamente il termine.

Ma cosa e` successo Venerdi` 19 maggio 2017 a Cosenza? E` ancora presto per dirlo. Sapete tutti che a noi non piace il sensazionalismo ma al contrario vogliamo darvi notizie quanto piu` accurate possibili. Noi vi diremo al massimo cosa non e`, ma cosa sia lo si scoprira` insieme grazie alla continua ricerca che stiamo facendo. Sul web possiamo trovare qualche video dalla qualita` non eccezionale (la quale rallenta notevolmente la ricerca) ma con le testimonianze vocali (chiaramente non badate all’enfasi ed al modo di parlare dei testimoni, e` comunque un fatto emozionante cio` a cui hanno assistito) che descrivono un terzo veivolo scambiato da alcuni per elicottero, da altri per sfera bianca vista ad occhio nudo.

In questo video ad esempio compare una sfera luminosa dai movimenti apparentemente irregolari ma che in realta` segue la luce del sole e si colloca chiaramente su ogni oggetto la telecamera riprende (e` sempre sopra le nuvole) e scompare quando la telecamera non riprende il sole. Quando la telecamera si avvicina troppo al sole, inizia a crearsi un alone di rifrazione. Con ogni probabilita` credo di poter smentire questo video.

Nei video di seguito e possible intravedere una sfera bianca schizzare a gran velocita`. La letteratura ufologica sostiene che possano essere delle sentinelle inviate dalla nave madre come droni da monitoraggio. Ribadisco che ad oggi, la redazione di Mistery Hunters sta ancora studiando il caso, quindi non possiamo dirvi cosa sia, per adesso. 

Di seguito troverete altri video per darvi un’idea e rimanete connessi perche` presto aggiorneremo questo articolo con maggiori risposte e novita`.

 

Caccia Militari sopra Cosenza …ed anche altro

Sfera bianca sopra Cosenza

Ancora video della sfera bianca che passa tra i caccia a Cosenza

Sui cieli di Rende 19 05 2017

Ringraziamo Cosenza 2.0 e tutti i testimoni che hanno ripreso quanto accaduto.
Se anche tu hai qualche video o foto, contribuisci invandoci i tuoi contenuti a redazione.misteryhunter@gmail.com. Darai anche tu il tuo contributo alla ricerca!

Marco “DOC” Florio