Monoliti: I Sassi Più Grandi Del Mondo

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Il termine monolito deriva dalla parola greca μονόλιϑος, ovvero monolithos, composta da mono (uno o singolo) e lithos (pietra). Si tratta di una formazione rocciosa costituita da un unico blocco di pietra, a volte talmente immenso da essere considerato una vera e propria montagna.  Uno dei problemi più comuni nell’individuare qual è il monolito più grande del mondo è che lo stesso termine “monolito” viene spesso usato in modo ambiguo. Per esempio, il Monte Augustus, chiamato così in onore del fratello da Francis Thomas Gregory durante il suo epico viaggio di 107 giorni per la regione Gascoyne in Australia, viene considerato il più grande monolito del mondo, ma in realtà è un monoclinale, più precisamente un anticlinale asimmetrico, cioè una porzione di roccia esposta appartenente a un livello sottostante con la piega degli strati rocciosi avente convessità rivolta verso l’alto, quindi non è composta da un singolo pezzo di roccia, anche se la distinzione non è sempre chiara. Un altro problema è che molte rocce e montagne considerate i più grandi monoliti del mondo in realtà non lo sono poiché tali affermazioni sono raramente supportate da conferme geologiche, e i dati su cui si basano prendono in considerazione una sola dimensione, quindi o solo l’altezza oppure solo la circonferenza. Inoltre, l’altitudine può essere misurata in base al livello del mare oppure in base al terreno circostante. I geologi preferiscono di gran lunga utilizzare i termini monadnock, da menadena (“montagna isolata”) dal linguaggio dei nativi americani della tribù degli Abenaki, oppure inselberg (letteralmente in tedesco anche questa volta ”montagna isolata”) che fu originariamente coniato per descrivere queste abbondanti forme montuose osservate in Africa meridionale, per riferirsi a un rilievo o a un monte solitario che domina la zona circostante, ma c’è da puntualizzare che non tutti gli inselberg possono essere considerati monoliti. L’elenco dei monoliti geologici più grandi e affascinanti del mondo è molto ampio e come si potrà notare queste strutture geologiche sono sparse in tutti i cinque continenti con caratteristiche molto diverse le une dalle altre che le rendono uniche.

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Senza alcun dubbio una delle icone naturali più riconoscibili al mondo è Uluru o Ayers Rock in Australia.  È considerato il monolite più grande del mondo e si trova a 335 km a sud-ovest di Alice Springs, la città più vicina. Circondato dalla superficie completamente piana del bush, Uluru è visibile da decine di chilometri di distanza con un’altezza di 348 metri (è stato calcolato che sotto terra sprofondi per circa 7 km), con una circonferenza di ben 9,4 chilometri ed è caratterizzato da una superficie molto dura e pareti estremamente lisce a strapiombo. Uluṟu è il nome aborigeno originale del luogo e si pensa derivi dalla parola ulerenye, una parola Arrernte che significa “strano”. Il primo non indigeno ad avvistare la formazione fu l’esploratore Ernest Giles, nell’ottobre del 1872 ma fu William Gosse a battezzare la roccia Ayers Rock in onore dell’allora Premier del Sud Australia Sir Henry Ayers.  Attualmente, il nome originale aborigeno è quello più utilizzato per indicare la roccia, mentre “Ayers Rock” è utilizzato solo per indicare il relativo aeroporto. Formalmente riconsegnato dal governo australiano agli indigeni del luogo nel 1985, si tratta di un luogo sacro per gli aborigeni, infatti ha un ruolo particolare nella mitologia del dreamtime, “era del sogno” o tjukurpa, cioè un insieme di “miti di formazione” volti a spiegare le caratteristiche geografiche del territorio come “tracce” dei viaggi e delle azioni di esseri ancestrali, vissuti, appunto, nell’epoca del sogno che precede la memoria umana, descritti come giganti in parte umani e in parte simili ad animali o piante. Ciò che rende ancora più suggestivo questo monolito è la gamma di colori che lo caratterizza nei diversi momenti della giornata. La consueta tonalità terracotta gradualmente vira verso il blu/viola al tramonto, per poi riapparire in un rosso fiammante al mattino, con il sole che sorge dietro il monolito. Questi effetti di colore sono dovuti a minerali come i feldspati che riflettono particolarmente la luce rossa. Il massiccio è costituito in larga parte di ferro e il suo colore rosso è dovuto all’ossidazione.

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Il segreto meglio custodito della Mauritania, il Ben Amera, si nasconde nel deserto in attesa di essere presa d’assalto dal turismo di massa. Secondo alcune fonti, questo è il secondo monolito più grande del mondo, dopo Uluru. Ben Amera si trova a 5 km da Tmeimichat, un piccolo villaggio situato lungo il tragitto percorso dal treno del deserto che collega Nouadhibou e Zouerate. Un “sasso” di granito di 1.7 km di circonferenza e alto oltre 380 metri, che svetta nel deserto creando un punto di riferimento per nomadi e viaggiatori infatti i “locali” creavano degli incendi controllati che erano visibili nelle oscure notti del deserto del Sahara. Ben Amera è circondato da dune, e l’effetto di contrasto sul paesaggio è mozzafiato.

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In Africa un altro monolito molto alto è la Zuma Rock. Si trova a nord della capitale della Nigeria, Abuja, ed è facilmente osservabile percorrendo la strada principale da Abuja a Kaduna ed è a volte indicato come la “Porta a Abuja da Suleja”. Anche se è solamente un terzo larga rispetto al monte Uluru, la Roccia di Zuma è alta il doppio, elevandosi per ben 725 metri sulle aree circostanti. Secondo alcuni osservatori è possibile riconoscere il volto di una persona impresso nella parte bianca al centro della roccia. E’ una pietra ignea intrusiva o plutonica, cioè rocce magmatiche solidificate all’interno della crosta terrestre con un lento processo di raffreddamento, composta da gabbro e granodiorite. Fu un rifugio per la popolazione Gbagyi durante le guerre intertribali contro l’invasione delle tribù vicine. Zuma è raffigurato sulla banconota delle 100 naira, la moneta nigeriana.

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In Asia, tra i più grandi monoliti abbiamo il Savandurga, una collina a 60 km a ovest di Bangalore ( Karnataka , India ) nei pressi della strada per Magadi. A 1226 m sul livello del mare, fa parte dell’altopiano Deccan ed è formato da graniti.  Savandurga è frequentata da pellegrini che vengono a visitare i due templi alla base della collina: il tempio Lakshmi Narasimhaswamy e il tempio Veerabhadraswamy. E’ tra le mete di trekking più famose della nazione, per i suoi tanti percorsi di varia difficoltà, oltre ad essere frequentato dagli amanti degli sport acquatici per la presenza del lago formatosi alle sue pendici dalla diga Manchanabele Dam. Savandurga è formato da due colline conosciute localmente come Karigudda (collina nera) e Biligudda (bianca collina). La prima testimonianza del nome della collina è in uno manoscritto del 1340 di Veera Ballala III, sovrano dell’Impero Hoysala dove è chiamato Savandi. Un’altra versione è che il nome deriva da Samantadurga, un governatore sotto Ahchutaraya a Magadi, anche se non c’è conferma di ciò.  Saavana in sanscrito significa anche “tempo dei tre rituali”. Robert Home nel suo “Select views in Mysore” (1794) lo chiamò Savinadurga o il forte della morte: nella sua descrizione non c’erano gradini per raggiungere la cima della collina ed era coperta da bambù e altri alberi formando una barriera. Urne funerarie megalitiche sono state trovate nella zona.

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Ancora in Asia la “Lion rock” (“roccia del leone”), su cui sorge il sito archeologico di Sigiriya, è una vera e propria fortezza naturale che domina il rigoglioso ambiente verde della giungla. È una delle principali attrazioni turistiche dello Sri Lanka, situata nel nord del distretto di Matale vicino alla città di Dambulla nella Provincia Centrale. La roccia di Sigiriya è costituita da un’enorme placca magmatica indurita di un antico vulcano spento ed eroso. È in un luogo sopraelevato rispetto alle pianure circostanti, visibile per chilometri. La roccia si trova su una collina dai pendii scoscesi. L’altezza della collina è di 370 metri ed è a picco su tutti i lati. Ha una forma ellittica ed una sommità piatta che scende lentamente in direzione dell’asse lungo dell’ellisse. Sigiriya, considerata da alcuni l’ottava meraviglia del mondo, è composta da un antico castello eretto da re Kasyapa nel quinto secolo. Il sito archeologico di Sigiriya contiene i resti del palazzo maggiore costruito sulla sommità piatta della collina, una terrazza di medio livello che comprende la “Porta dei Leoni”, da cui prende il nome il monolito, ed un muro con affreschi, il palazzo secondario che si arrampica sui pendii sotto la roccia, ed i fossati, le mura ed i giardini che si estendono per centinaia di metri oltre il bordo della roccia. Il sito fungeva sia da palazzo sia da fortezza. I ruderi rimasti sono sufficienti per permettere ai turisti di restare stupefatti della semplicità ed allo stesso tempo della creatività dei suoi architetti. Il palazzo maggiore situato sulla cima della roccia comprende delle cisterne tagliate nella roccia che contengono ancora acqua. I fossati e le mura che circondano il palazzo inferiore posseggono ancora una bellezza simile a quella originaria. Sigiriya potrebbe essere stata abitata fin dalla preistoria. La sua roccia venne usata come riparo per un monastero dal terzo secolo a.C., con grotte preparate e donate dai seguaci del buddista Sangha. I giardini ed il palazzo vennero eretti da Kashyapa. In seguito alla sua morte ne venne mantenuto l’uso monastico fino al quattordicesimo secolo, dopodiché venne abbandonato. Le sue rovine furono scoperte nel 1907 dall’esploratore britannico John Still. Le inscrizioni Sigiri vennero decifrate dal famoso archeologo Paranavithana che pubblicò un lavoro in due volumi, pubblicato da Oxford, noto come “Sigiri Graffiti”. Scrisse anche il popolare libro “Story of Sigiriya”.

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In America del Nord il più famoso monolito è la Torre del Diavolo (Devils Tower), alta 386 metri dal terreno circostante ed è ciò che rimane di un antico vulcano esposto a una lenta erosione. Si trova nelle Black Hills, a Crook County, nel nord-est del Wyoming, ed è stata dichiarata Monumento Nazionale degli Stati Uniti nel 1906 dal presidente Theodore Roosevelt. Deve il suo nome ad una spedizione del 1875, quando il Col. Dodge, interpretando come “Bad God’s Tower” il nome dato dai nativi americani alla montagna, iniziò a chiamarla Torre del Diavolo. La montagna rappresenta sicuramente uno dei paesaggi più caratteristici, tanto che attorno è stato fondato l’omonimo parco nazionale, meta di circa 400.000 visitatori l’anno. La montagna è diventata famosa in tutto il mondo nel 1977, quando fu scelta come sede del punto di incontro tra gli alieni e gli umani dal regista Steven Spielberg per il suo celebre film Incontri ravvicinati del terzo tipo. Una leggenda Lakota racconta che mentre sette bambine raccoglievano dei fiori ai piedi del monte, degli orsi si avvicinarono per divorarle, ma il Grande Spirito le salvò trasportandole in cima al picco. I solchi sui lati del monte sarebbero le incisioni degli artigli degli orsi lasciati mentre questi tentavano di arrampicarsi. Il picco è sacro per i Lakota, i Cheyenne e i Kiowa, che considerano un sacrilegio le scalate compiute da molti turisti. A giugno, periodo in cui si svolgono cerimonie sacre degli indiani locali, è richiesto, anche se non in via ufficiale, che gli scalatori stiano alla larga dal monte.

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Ancora in America del Nord si trova El Capitan, uno dei luoghi più famosi dello Yosemite National Park, un monolito granitico che si eleva per quasi 910 metri dalla Yosemite Valley. L’intera montagna in realtà è ben più alta, 2308 metri, ed è una delle attrazioni più ricercate dagli alpinisti di tutto il mondo infatti  la sua parete verticale denominata Nose (naso) costituisce una delle più popolari sfide di alpinismo estremo al mondo. Sulla parete di El Capitan salgono più di 70 vie di arrampicata. Il massiccio ricevette questo nome dal Battaglione Mariposa quando esplorò la zona nell’anno 1851. El Capitan fu considerata una traduzione approssimativa in lingua spagnola del nome locale che usavano dare i pellerossa della parete perpendicolare, trascritto come To-to-kon oo-lah o To-tock-ah-noo-lah. Non è chiaro se il nome attuale si riferisca ad un capo tribù specifico o in termini generali. In tempi recenti il nome viene spesso contratto in El cap in particolare dagli scalatori.Nel 1958, Warren J. Harding, Wayne Merry e George Whitmore sono stati i primi a scalare in libera il Nose di El Capitan. La montagna ha ispirato il nome della release 10.11 di Mac OS X che è stata chiamata appunto El Capitan.

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Un altro monolito molto famoso negli USA è la Stone Mountain, conosciuta a livello locale come Our Granite Mother, è un monadnock di adamellite di quarzo situata vicino a alla città Stone Mountain, Georgia negli Stati Uniti. Si eleva per 514 metri sul livello del mare ma solo 251 metri dalla superficie circostante. La montagna è anche conosciuta per il suo bassorilievo completato nel 1972, situato sulla facciata nord, il più grande del mondo. Il bassorilievo rappresenta alcuni dei personaggi di spicco degli Stati Confederati d’AmericaStonewall JacksonRobert E. Lee e Jefferson Davis. Stone Mountain, una volta era di proprietà dei fratelli Venable ed è stato il sito della fondazione del secondo Ku Klux Klan nel 1915. E’ stato acquistato dallo Stato della Georgia nel 1958. Alla base la sua circonferenza è di circa 8 km ed è circondata dallo Stone Mountain Park.  Numerosi libri di riferimento e la letteratura della Georgia hanno dichiarato Stone Mountain come “il più grande pezzo esposta del granito nel mondo”.

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La Peña de Bernal è considerato il terzo monolito più grande al mondo, seguito dal monolite di Gibilterra (Spagna) e dal Pan di Zucchero (Rio de Janeiro). La sua formazione risale al periodo giurassico (65-180 milioni di anni fa). Le dimensioni originali sono state stimate ben tre volte maggiori delle attuali e queste si traducono in un peso stimato intorno a 2 milioni di tonnellate. Si innalza per 433 metri sopra il piccolo paese di Bernal, nello stato di Querétaro (Messico). Numerosi sono stati gli studi per determinare la sua formazione che risulta essere di natura vulcanica (UNAM – Università Nazionale Autonoma del Messico). Il monolite si è originato durante un’eruzione vulcanica, nel momento della formazione della Sierra Madre Orientale ed Occidentale. È composto da Silicio, elemento resistente che ha permesso alla Peña di arrivare dalla sua formazione, quasi 9 milioni di anni fa, fino ad oggi così ben preservata. La parola Bernal deriva dalla lingua basca e significa monolite mentre peña significa roccia. La leggenda narra che l’esercito spagnolo avvicinandosi al monolite la prima volta esclamarono “este es un bernal como los que existen en el mar o en los valles” (“Questo è un monolite come quelli che si trovano in mare o per le valli”).  Nel febbraio 2006 è stata indicata come “montagna magica” da parte del Ministero del Turismo del Messico, per i suoi attributi simbolici, leggende e la storia, infatti ogni anno il 21 marzo, durante l’ equinozio di primavera, migliaia di turisti si riuniscono alla roccia e nei suoi dintorni per una festa “mistico-religioso”, per “ricaricarsi energeticamente”. Il tipo di pietra e le possibili offerte per la salita organizzata del Peña de Bernal lo rende una attrattiva a livello nazionale ed internazionale per i professionisti di arrampicata su roccia . Il monolite è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2009.

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Pan di Zucchero, in portoghese conosciuta come Pão de Açúcar, è una delle più ricercate attrazioni turistiche di Rio de Janeiro. Situata su una penisola che si estende da un estremo della baia Guanabara all’interno dell’oceano Atlantico, la montagna, costituita da granito e quarziti, sorge a 396 metri sul livello del mare. Altre origini del nome lo fanno derivare dal termine Pau-nh-acuqua che, nel linguaggio tupi-guaraní parlato dagli indigeni tamoios, significa “alta collina”. Proprio sotto al Pan di Zucchero Estácio de Sá fondò il primo nucleo della città di Rio de Janeiro il 1° marzo 1565 (giorno in cui ancora oggi si festeggia la fondazione di Rio de Janeiro. Una funivia porta i visitatori alla cima del Pan di Zucchero, dove è possibile godere da una parte di una spettacolare vista su Copacabana e dall’altro di Botafogo e del Centro di Rio de Janeiro (potrete riconoscere molti edifici, l’aeroporto Santos Dumont, le spiagge, l’Aterro do Flamengo, Niterói, il Ponte Rio-Niterói, la Baia di Guanabara fino alla Serra do Mar e al Dedo de Deus). Ai piedi del Pan di Zucchero si svolgono numerose attività fisiche come il trekking, l’arrampicata e la pesca, senza contare che a Praia Vermelha (davanti all’accesso alla funivia) si possono fare molti sport da spiaggia. La versione della funivia del Pan di Zucchero precedente a quella attuale in funzione dal 1972 fino a pochi anni fa venne progettata e montata dalla storica azienda italiana Agudio.

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Il Parco nazionale di Torres del Paine si trova nella regione all’estremo sud della Patagonia, in Cile, ed è uno dei posti più incantevoli al mondo. Il punto più caratteristico del parco è proprio quello delle tre Torres del Paine, tre spettacolari monoliti di granito formati dall’affioramento di un laccolite di roccia ignea, che posteriormente è stato eroso dal ghiaccio, dall’acqua e dai venti. La vetta più alta è quella della Torre Sur, scalata per la prima volta da Armando Aste,ed è di circa 2500 metri. Anche le altre due torri non sono meno imponenti: la Torre Central è di 2460 metri e fu scalata per la prima volta nel 1963 da Chris Bonington e Don Whillans mentre la Torre Norte è alta 2260 metri e fu scalata per la prima volta da Guido Monzino. Sulle tre Torres del Paine salgono numerose vie d’arrampicata aperte a partire dagli anni ’60. Nel parco, la fauna è abbondante e variegata: gli animali più diffusi sono i puma, i guanachi, le volpi grigie, i marà, i nandù e i condor delle Ande. Due mammiferi rari sono il kodkod (un piccolo gatto selvatico) e l’orso dagli occhiali, l’unico orso del Sud America, mentre due specie di uccelli abbastanza diffuse sono il fenicottero del Cile e l’anatra muschiata.

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Anche in Antartide esiste un monolito molto famoso chiamato Scullin Monolith, una roccia a forma di mezzaluna difronte al mare. Nel 1930, Douglas Mawson fece un volo aereo dalla nave militare sopra l’area del monolito e messo piede sulla roccia, il 13 febbraio la chiamò in onore di James Scullin , Primo Ministro dell’Australia nel 1929 – 31. La vetta più alta dello sperone fu invece denominata “Monte Klarius Mikkelsen”, per il capitano Klarius Mikkelsen, capitano della baleniera norvegese Catcher Torlyn, che solcava quei mari. Dato che non è coperto di neve o ghiaccio, è un importante luogo di riproduzione per gli uccelli, in particolare procellarie e di pinguini di Adelia, protetti dal Antarctic Treaty System.

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In Europa il più grande monolito è la Rocca di Gibilterra (in inglese: Rock of Gibraltar; in spagnolo: Peñón de Gibraltar; in in arabo: جبل طارق‎ che significa “Monte di Tariq”; in latino Mōns Calpē; in greco antico Κάλπη Όρος Kálpē Óros), promontorio situato nel territorio britannico d’oltremare di Gibilterra. È un monolito calcareo di origine giurassica alto 426 metri. E’ di origine calcarea e risale al periodo Giurassico a circa 200 milioni di anni fa, quando la Placca africana si scontrò con la Placca euroasiatica. Il Mediterraneo divenne un mare chiuso, che si prosciugò durante la Crisi di salinità del Messiniano. Si aprì poi lo Stretto di Gibilterra e quindi il Mediterraneo assunse la sua attuale conformazione. La Rocca fa parte della Cordigliera Betica, una catena montuosa nella parte meridionale della Penisola Iberica. Nella Rocca di Gibilterra si trovano circa 100 caverne tra cui la St. Michael’s Cave, una popolare destinazione turistica. Invece, nella Gorham’s Cave sono stati trovati resti dell’Uomo di Neandertal di 30.000 anni fa. Inoltre sono stati trovati resti di animali di cui si erano alimentati, ciò indica che l’Uomo di Neandertal aveva una dieta molto diversificata. Qui è possibile avvistare anche circa 250 bertucce o scimmie di Barberia (Macaca sylvanus), gli unici primati selvatici rimasti in Europa. Ricordiamo inoltre che, nella mitologia greca, in corrispondenza della Rocca di Gibilterra veniva individuata una delle Colonne d’Ercole, che segnavano il confine del Mediterraneo e del mondo conosciuto.

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Il secondo monolito più grande d’Europa e il più grande d’Italia è la Pietra Cappa, detta anche Pietra Kappa e si trova nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, superando il Sasso di Remenno che si trova in Lombardia. Si trova in provincia di Reggio Calabria precisamente tra i comuni di Natile Vecchio e di San Luca, nella Locride. Da questi due comuni si può arrivare sia a piedi che con l’auto fino ad un certo punto. Questo monolito è la meta preferita degli escursionisti soprattutto nel periodo estivo. Pietra Cappa ha attirato oltre 5.000 visitatori provenienti da ogni luogo, i quali hanno potuto ammirare le bellezze del paesaggio e la forma del dominante monolite. Essa è stata infatti ripetutamente fotografata e visitata, fino a divenire emblema dell’intero Aspromonte. Pietra Cappa è alta 140 metri e occupa 4 ettari di terreno. Situata sul versante orientale del Parco dell’Aspromonte, nella valle chiamata delle Grandi Pietre proprio per la presenza di numerosi conglomerati rocciosi modellati dalle intemperie fino ad assumere forme particolari, Pietra Cappa ha origini antichissime e appare citata già negli antichi monumenti medievali. Circondato da una fitta vegetazione di eriche, lentisco, mirto, corbezzolo, castagno, lecci, cespugli di menta e di origano, sprigiona una forza e un’energia atavica, con il suo carattere selvatico e solitario ancora non intaccato dalla mano dell’uomo moderno. Gli unici segni di antropizzazione sono i resti bizantini che s’incontrano sul sentiero che conduce al monolite. Da visitare i ruderi della Chiesetta bizantina di San Giorgio, un tempo dotata di pavimento di marmo, di cui rimane qualche suggestiva colonna e qualche muro. A guardia di questa vallata mozzafiato i Giganti di San Giorgio, secolari castagni lasciataci in eredità probabilmente dai monaci basiliani che incorniciano la bellezza naturale, paesaggistica di questo luogo. Il suo nome “Cappa” deriva da “coppa rovesciata”, in riferimento alla cavità interna che la contraddistingue. Le origini di questo grande masso sono davvero antiche: nei documenti medioevali si legge di pietra Gauca ovvero pietra vuota, un toponimo riconducibile non solo a pietra Cappa ma a tutta la zona circostante, caratterizzata da insediamenti rupestri, piccole rocce e grotte che ricordano in qualche modo paesaggi della Cappadocia, storica regione dell’Asia Minore caratterizzata da numerose meteore. Sul monolite aleggiano diverse leggende, legate alla lotta tra il bene e il male. Due sono quelle di origine cristiana: la prima narra che mentre predicavano la buona novella, Cristo e i discepoli giunsero anche ai piedi dell’Aspromonte dove fecero una penitenza raccogliendo alcuni pesanti massi che il Signore trasformò in fumanti pagnotte, lasciando solo Pietro con un piccolo boccone, come punizione per aver raccolto un misero ciottolo. Riconoscendo il proprio errore, fu lo stesso Pietro a volere che quella pietra restasse lì a ricordo della sua malizia e sfiorandola con un dito la fece diventare talmente grande da ricoprire il terreno tutt’intorno. Poi, una volta diventato il custode del cielo, l’apostolo decise di imprigionare per l’eternità nell’enorme macigno la guardia che schiaffeggiò Gesù davanti al Sinedrio, i cui colpi contro la nuda roccia e le grida di dolore vengono sentiti ancora oggi dai pastori e dai passanti.  Secondo un’interpretazione del mito Gesù giunse in Calabria, e mentre meditava su pietra San Pietro, venne assalito dal demonio, il quale iniziò una dura persecuzione. Il Signore però non cadde in tentazione e si liberò dal male con il solo segno della Croce; secondo questa leggenda il diavolo, intollerante del divino segno, venne scaraventato violentemente contro pietra Cappa, lasciando così un’impronta resistente al tempo. Tutt’oggi infatti da San Pietro osservando attentamente la vicina pietra Cappa si distingue un’impronta nella roccia, con le somiglianze di un corpo umano, ma dalle dimensioni assai più grandi. Ma Pietra Cappa riveste un ruolo rilevante, addirittura, nel mistero dei Cavalieri Templari. Raccontano le leggende, infatti, che Reggio, oltre ad essere la patria della Decima Legione Fretense che crocifisse Gesù e trafugò i tesori del tempio di Gerusalemme, tra le cui fila militavano Longino, il legionario che trafisse con la lancia il costato di Cristo e il funzionario Lucius Artorius, ossia il vero re Artù, e dei numerosi crociati dai quali ebbero origine i cavalieri di Malta, fu anche il punto di partenza dei monaci che fondarono l’ordine di Sion, i quali ebbero la rivelazione del Graal, la simbolica coppa del sangue di Cristo, proprio a Pietra Cappa. E qui, nelle sue misteriose ramificazioni che arriverebbero sin nelle viscere della terra, si sarebbero stabiliti, e, in seguito, nascosti, i Cavalieri del Tempio, rendendo la ‘Regina dell’Aspromonte’ ancora più enigmatica e affascinante.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Gaia e le sue Linee Energetiche

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Sin dall’antichità gli insediamenti umani non sono mai stati casuali.
Grande attenzione veniva data non solo alle risorse che un territorio offriva ma anche alla sua “salute energetica”. Per percepire tale salute si utilizzavano metodi legati ad abilità oggi non più considerate attendibili, quali la radioestesia, le capacità rabdomantiche se non le visioni o le divinazioni. In ogni caso un luogo doveva emanare un certo tipo di energia per essere adibito ad una certa funzione e non per niente in questi posti furono costruiti maestosi edifici in cui si praticava il culto degli dei e la gente veniva regolarmente in pellegrinaggio per offrire doni propiziatori. Appare nella sua evidenza che qui si concretizzavano notevoli influenze positive. Tutto ciò ci fa pensare che esista una fisiologia energetica della Terra che in qualche modo era palese ai nostri predecessori. Dolmen, obelischi, menhir, piramidi, le grandi cattedrali ne sono un esempio. Nulla era dato al caso. La prima e più vasta rete energetica conosciuta dagli antichi e giunta fino a noi è composta da Cardo Mundi e Decumano; ma bisogna arrivare al secolo scorso, con gli studi di Watkins con le Ley Line, Peyrè, Curry e poi Hartmann, con le loro reti, per finire con Oberto Airaudi con le sue linee sincroniche per avere nuove teorie sulle griglie energetiche che coprono il nostro pianeta, griglie geobiologiche che possono essere utilizzate per equilibrare la nostra salute e l’ambiente che ci circonda.

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La parola geobiologia, nasce dai due vocaboli geo (Terra), bio (vita) e logos (dottrina) e rappresenta perciò lo studio delle influenze che le energie della terra possono avere sulla vita in genere (vegetali, animali, uomo), ed i mezzi più adatti per risanare i luoghi ove tali energie fossero disarmoniche. Essa raduna in sé la conoscenza e le esperienze accumulate da tante scienze riconosciute (geologia, fisica, biologia, architettura, ecc.), e non ancora riconosciute (rabdomanzia, radiestesia, ecc.). La Terra possiede, come tutto ciò che vive nell’Universo, un corpo fisico ed uno energetico, in cui possiamo riconoscere dei percorsi energetici e centri specifici, paragonabili a quelli presenti nell’uomo. Come le correnti nervose partono dal nostro cervello per arrivare ai punti più lontani del corpo, così le correnti telluriche, sorte dai diversi centri nervosi del pianeta, lo attraversano dandogli la vita. In alcuni punti particolari, l’intensità della radiazione terrestre è abbastanza forte da modificare la composizione chimica delle piante che vi crescono, da attirare gli animali che vi trovano una energia più salutare e, in genere, anche noi umani sentiamo istintivamente i luoghi positivi, dove stiamo volentieri come affermato dal professore canadese Persinger, con i suoi ultra decennali studi di geofisica applicata alla neuropsicologia degli stati modificati di coscienza. Per esempio, molti dei luoghi storici dove avvengono guarigioni miracolose o della divinazioni oracolari sono sovrastanti corsi d’acqua sotterranei con un’energia molto forte. Anzi in molte cattedrali o templi questi corsi d’acqua sono stati appositamente deviati così da passare sotto l’altare e creare frequenze particolari. Si pensi a Lourdes o a Chartres o alla sorgente di Fatima.

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E’ stata individuata anche un’altra singolare correlazione, quella tra luogo sacro e movimenti tellurici. Ad esempio l’Oracolo di Delfi era posizionato sopra una faglia tellurica in una zona sovente soggetta a terremoti. E’ pur vero che le doti divinatorie della Pizia sono oggi spiegate con l’esalazione dell’etilene che fuoriusciva dalle falde del terreno ma queste ipotesi possono comunque convivere senza grossi problemi.

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In oriente lo studio delle simmetrie dell’ambiente circostante permetteva di determinare i luoghi dove costruire; greci e latini facevano pascolare e dormire le greggi sui terreni da abitare e poi ne controllavano lo stato delle viscere. Aùguri e sacerdoti detenevano il potere di determinare i luoghi di culto e guarigione, generalmente pieni di energia positiva. Lo sapevano anche i maestri muratori che costruirono attorno al 1100 in Francia ben 80 cattedrali gotiche, riprendendo le misteriose conoscenze dei Templari.

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E noi sappiamo che molti santuari moderni sono stati costruiti su resti di templi antichi che a loro volta sorgevano su luoghi benefici già usati prima. Gli antichi conoscevano bene anche l’orientamento del letto e sapevano che la posizione migliore per dormire è quella con la testa rivolta verso Nord e i piedi verso Sud. In questo modo il magnetismo terrestre può fluire più facilmente nel nostro organismo e apportare un sonno più ristoratore. Lo scrittore britannico Ruth Borchard dichiarò: “Più la forma di vita è elementare, più le sue capacità innate (gli istinti), compresa la Rabdomanzia, sono valide, integre e infallibili. La mente cosciente può acquisire queste capacità solo con uno sforzo perseverante e non le potrà mai utilizzare con la sicurezza propria degli animali”. La rabdomanzia, dal greco ràbdos, è una tecnica che impiega l’uso di una bacchetta (di solito una forcella di nocciolo) allo scopo di individuare giacimenti di minerali o localizzare delle acque sotterranee. I Cinesi la praticavano già circa duemila anni fa ed erano diventati molto esperti nelle ricerche relative al sottosuolo infatti un’incisione su legno, risalente all’anno 147 a.c. raffigura un Imperatore cinese, appartenente alla dinastia Hia, con in mano un oggetto la cui forma evoca quella di un diapason. Un’iscrizione spiega, senza possibilità di equivoci, che tale strumento era usato per scopi rabdomantici e sembra che tale Imperatore sia stato uno dei più grandi idrologi dell’antichità.

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Gli Etruschi godevano fama di essere ottimi conoscitori delle influenze cosmiche e telluriche, essi piantavano delle aste nel terreno per migliorare le culture o deviare i fulmini. I Romani utilizzavano delle bacchette (dette lituus) con cui le persone sensibili scoprivano falde sotterranee per l’alimentazione delle truppe. In questo modo furono scoperte (probabilmente per puro caso) un certo numero di sorgenti termali.

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Le fasce magnetiche che ricoprono la Terra non sono rigide linee e non presentano sempre un andamento perfettamente geometrico. Le maglie si distendono e si allungano, si comprimono e hanno capacità di deformarsi in presenza di vari fattori come temporali, fulmini, tempeste magnetiche, fasi lunari, terremoti, fenomeni vulcanici, alluvioni, corsi d’acqua sotterranea, ma anche ripetitori radiotelevisivi, antenne di telefonia mobile, trivellazioni, reti fognarie, condutture metalliche di acqua, gas o altro. Non sono neppure nocive di per sé, ma sono indice di vitalità della Terra in quanto essere vivente, non solo: la loro natura le rende vie di comunicazione tra i vari esseri viventi e tra questi e il resto dell’universo. La nocività si manifesta quando i campi elettromagnetici naturali entrano in conflitto con quelli artificiali accumulando in eccesso livelli di energia.

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Le pietre avrebbero avuto un ruolo di vitale importanza nei riti praticati. I giganteschi blocchi granitici di Stonehenge, di Baalbek e centinaia d’altri templi antichi venivano issati in posizione eretta poiché considerati accumulatori di potere magico. Il potere s’imprigionava grazie a qualche misteriosa interazione tra le forze della Terra e quelle del subconscio. A tal proposito è calzante la testimonianza che proviene dalla misteriosa Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), dove gli indigeni raccontano di come i Moai si muovessero grazie al “mana” del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. E’ descritta come una forza magica che esercitava il suo potere dall’interno stesso delle statue, apparentemente senza interventi fisici dall’esterno. Forse la conoscenza di antiche tecniche per la manipolazione delle forze della Terra si è inesorabilmente persa col tempo.

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Le reti energetiche più conosciute e studiate sono:

  • Cardo Mundi e Decumano
  • Reti di Peyrè, Hartmann e Curry
  • Ley Lines
  • Linee Sincroniche

 

CARDO MUNDI E DECUMANO

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Il CARDO MUNDI (cardine del mondo) è la proiezione dell’asse terrestre sulla crosta generata dalla rotazione terrestre e costituisce un campo elettromagnetico che va da Nord a Sud e presenta un picco energetico ogni 24 mt. Perpendicolarmente ad esso si trova un altro campo energetico che va da Ovest verso Est: il DECUMANO (De Cuius Manus = la mano degli dei che fa girare la terra) il cui picco energetico è ogni 30 mt. La parola ha origine dalla linea tracciata dagli aùguri quando interpretavano i presagi degli dei. Non è ben chiaro dai testi consultati se i picchi energetici coincidano con i punti di intersezione delle due linee. Per il momento li consideriamo ipoteticamente coincidenti. Cardo Mundi e Decumano erano conosciuti dagli antichi, tanto che i Romani chiamavano Cardo e Decumano le vie principali delle città. Nei “Corpus Agrimensorium Romanorum”, raccolta di testi che risalgono a circa 2000 anni or sono, si illustrano i vari sistemi di rilevamento, le aree, per la catalogazione e l’inserimento delle costruzioni. L’individuazione dell’origine avveniva a cura di un sacerdote, che, come un rabdomante, mediante un lituo, un bastone sacro con la parte superiore ricurva, simile ad un bastone pastorale nelle fissava due direzioni cardinali, nord e ovest il centro delle direzioni energetiche della rete geodinamica ortogonale di base, cioè il cardo e il decumano, a 90° tra di loro e provenienti, il Cardo da nord e il Decumano da ovest. Solo dopo questa rituali i sacerdoti potevano stabilire la salubrità o meno del luogo. Questa rete geodinamica avvolge tutto il globo e veniva usata come assi cartesiani per ubicare edifici soprattutto, dedicati al sacro. I templi e le chiese venivano eretti seguendo rigidamente l’onda portante di questi allineamenti energetici. Il Decumano, con il suo fluire da ovest verso est, genera due vettori a 45° dal proprio asse, nominati con le direzioni dalle quali provengono: il nord/ovest e il sud/ovest. Le linee che vanno da NordOvest a Sud Est vengono considerate sinistrose, con energia a rotazione antioraria, assorbenti e quindi potenzialmente dannose per l’organismo. Le linee che vanno da NordEst a SudOvest hanno invece energia a rotazione oraria, radianti e quindi potenzialmente benefiche.

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Il Prof. Walter Kunnen, ricercatore belga, ha studiato questi fasci di energia, utilizzando e mettendo a punto uno strumento di misurazione da lui riscoperto:l’antenna di Lecher, in grado di rilevare, con una frequenza impostata, l’intensità, la polarità, e la direzione, sia di un’onda portante che di un onda portata o pendolare. Sulla base di questi studi si riesce a dare un interpretazione alla funzione per la quale venivano costruiti gli edifici, ovvero, le casse armoniche che amplificavano il segnale energetico ricevuto. Erano quindi templi o chiese di esaltazione se vi era prevalenza di segnale NordEst a SudOvest oppure di penitenza se dominava il vettore di NordOvest a Sud Est. Più di 10 anni ricerche svolte su tantissimi siti, con diverse datazioni temporali, confermano queste tesi e addirittura riescono a stabilire come, i costruttori del sacro, riuscivano a deviare, tagliare e dividere le linee energetiche, per ottenere risultati a loro utili All’interno di questo reticolato di base si collocano come frattali le altre reti energetiche terrestri.

 

RETI di PEYRE’, HARTMANN e CURRY

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Circa cinquanta anni fa, scienziati tedeschi e francesi, scoprirono che la terra è solcata da una fitta rete di raggi di perturbazione cosmotellurica. Essa è composta da numerosi campi di forza lineari, intersecantesi tra loro in punti detti nodi, composti da forze di varia natura che si sovrappongono e si sommano tra loro. Ma già nel 1937 Peyré di Bagnoles-de-l’orne segnalò al Congresso Internazionale della Stampa Scientifica, l’esistenza di raggi tellurici in fasce verticali, parallele e perpendicolari al meridiano magnetico, formanti una scacchiera di circa 8 m di lato, e nel 1947 pubblicò il libro “Radiations cosmo-telluriques: leur topographie sur toute la planète, leur rapport possible avec la pathologie humaine, animale, vegetale et notamment avec le cancer”.Nell’opera si faceva il punto delle conoscenze intorno ai raggi Peyré, e il loro rapporto con le malattie dell’uomo, degli animali e delle piante e in particolare con il cancro. Alcuni anni dopo il dott. Hartmann, da cui la griglia, o rete H, prese il nome, si accorse che la linee che la compongono formano dei veri e propri muri invisibili, ma misurabili, che dalla superficie terrestre attraversano tutta la biosfera. Hartmann raccolse nel libro Krankheit als Standortproblem (malattia come problema dovuto al luogo) una serie di articoli scritti in più di trent’anni. In un articolo del 1951 afferma: “Secondo le osservazioni che ho fatto sussiste una legame fra l’irraggiamento terrestre e la malattia. I raggi della Terra provocano un effetto patogeno soltanto su strisce strette (larghe circa 5-10 cm) che si manifestano come zona di stimolo, ovvero di reazione del rabdomante”.

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Riguardo agli effetti sulla salute Hartmann effettua quelle che egli stesso definisce “osservazioni sconvolgenti” e scrive infatti: “Eccetto pochissime malattie, come l’influenza, il morbillo, il raffreddore, eccetera, ci sono poche malattie che non siano causate da una striscia stretta”. Alcuni anni dopo, nel 1968, Hartmann parla invece per la prima volta di “griglia a rete globale”. Dato che ogni sistema vivente sulla Terra è sottoposto ad influenze cosmiche e telluriche, l’organismo subisce le variazioni di frequenza e d’intensità del campo elettromagnetico del pianeta, dovute alla rotazione del globo terrestre su sé stesso e alla sua rivoluzione intorno al sole. Il nostro pianeta si comporta insomma come la piastra negativa di un immenso condensatore, l’altra parte del quale, il cosmo, costituisce la carica positiva. Questa cosmo coppia provoca un campo di natura elettromagnetica, il cui punto di origine è il centro della terra.

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Esso si manifesta sotto forma di una vasta griglia invisibile che copre tutta la superficie del pianeta e in corrispondenza della quale si verifica l’emissione di particolari radiazioni. Gli studi hanno confermato le teorie, soprattutto per i seguenti due aspetti:

  1. Esiste un rapporto molto stretto fra determinati luoghi e l’insorgenza di certe malattie (ciò è anche confermato da diversi studi epidemiologici);
  2. Vivendo per lunghi periodi in particolari zone geopatiche, il corpo umano reagisce per adeguarsi alle variazioni, ma così facendo può facilmente sviluppare malattie.

Su tutta la terra, dalla superficie del suolo alla biosfera, esiste dunque un vero e proprio reticolo, le cui maglie si trovano ogni due metri circa sulla direzione nord-sud e perpendicolarmente ogni 2,5 metri circa su quella est-ovest. Lo spessore della “maglia” (detta anche “parete” della rete) è di circa 21 centimetri che, come la distanza dall’una all’altra, può variare a seconda della natura del suolo.

Il pericolo per la salute è massimo nei punti di incrocio fra le maglie. Così come le correnti marine alterano la forma delle reti da pesca, la forma dei reticoli si modifica in corrispondenza di corsi d’acqua, materiale elettrico, ferroso o metallico in genere o altro ancora che vedremo più avanti.

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Il reticolo ha quindi tre zone di intensità diversa:

  1. La zona neutra: essa è compresa fra i limiti di ciascun riquadro; in essa non vi sono radiazioni rilevanti e le attività vitali vi si svolgono senza alterazioni. È la zona ideale per la vita dell’uomo, specie per rimanervi lunghi periodi e per il sonno.
  2. Le pareti: per tutta la loro lunghezza costituiscono una zona di prima intensità, la cui debole azione non può nuocere all’uomo, a meno che l’intensità non sia aumentata da fenomeni diversi.
  3. I nodi: le zone di massima intensità di radiazioni telluriche; si trovano all’intersezione delle pareti e dunque sono dei riquadri di circa 21 cm di lato; anche qui le dimensioni possono variare notevolmente e sono aumentate da oggetti metallici, specie se collegati alla corrente elettrica, da corsi d’acqua e da faglie sotterranee e cavità del sottosuolo. Altri tipi di perturbazione sono causati da accumuli di metano, radon, petrolio e altro.

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Sapendo che tutti i materiali vibrano e irradiano, il campo radiante naturale è la base per la genesi e la conservazione della vita, che gli organismi viventi sono sensibili a campi elettromagnetici (CEM) di diversa frequenza e che oggi alle radiazioni naturali (onde Spherics, onde di Schumann, etc.) si aggiungono quelle create dall’uomo con inevitabili interferenze reciproche ne consegue che nell’uomo moderno abbiamo una diminuzione delle resistenze ai campi patogeni a causa dello stato di intossicazione generale, causato dalla vita innaturale che conduciamo, piena di interferenze energetiche e alimentari; gli effetti negativi variano da persona a persona, ma si acuiscono quanto più lungo è il periodo di esposizione al nodo o se l’individuo è già ammalato. I disturbi iniziali sono del tutto aspecifici e di tipo funzionale, ma hanno una forte tendenza alla cronicizzazione (insonnia, astenia, cefalea, depressione, vertigini, scarsa concentrazione, etc.). Dopo diversi anni possono insorgere malattie cardiovascolari, degenerazioni cellulari, tumori. I riscontri sono ormai migliaia, ottenuti sia tramite esami di laboratorio che tramite statistiche. Famosissimo è l’esperimento di Hartmann stesso su 24.000 topi di laboratorio. Dopo aver rilevato il reticolo nella zona dell’esperimento, Hartmann collocò delle gabbie con 12.000 topolini nelle zone neutre della rete e i restanti sui nodi del reticolo e poi inoculò in tutti i topolini la stessa quantità di cellule tumorali. Nelle settimane successive constatò che i topolini che vivevano sui nodi si ammalarono tutti di cancro e morirono nel giro di 40 giorni, mentre la malattia crebbe durante i primi giorni nei topolini posizionati in zona neutra poi si stabilizzò per un lungo periodo. Alla fine del periodo di osservazione erano sopravvissuti 8.000 topolini. L’organismo, non indebolito dal campo di disturbo geopatico, era addirittura riuscito a vincere la malattia. Un altro degli esperimenti più interessanti è quello del Dr. Petschke. Egli scelse tre punti di un tavolo, uno neutro, uno lungo la parete e uno sul punto di incrocio della rete di Hartmann. In questi punti, scrupolosamente, effettuò 62 esperimenti sulla velocità di sedimentazione del sangue. Si ebbero enormi variazioni del risultato, dipendenti dalla posizione delle provette, certamente non ascrivibili alla casualità. La sedimentazione risultò ritardata sul reticolo e sull’incrocio e normale nel punto neutro.

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La griglia descritta da Hartmann si restringe verso i poli e si allarga in corrispondenza dell’equatore, non è rigida ma è come una maglia che tende ad allargarsi o restringersi in presenza di altri campi magnetici. La rete H subisce variazioni della sua regolarità geometrica e del grado di patogenicità dei suoi campi, in numerosi casi tra cui fattori di natura cosmica come temporali, fulmini, tempeste magnetiche, fasi lunari, macchie solari, particolari coincidenze astrali, venti, irraggiamento cosmico, oppure fattori di natura tellurica come terremoti, fenomeni vulcanici, alluvioni, corsi d’acqua sotterranea, faglie, falde freatiche, cavità sotterranee, masse metalliche, sacche di gas o petrolio e fattori di natura tecnica come miniere, trivellazioni, reti fognarie, condutture metalliche, pilastri in ferro-cemento nel sottosuolo, qualsiasi forma di agopuntura artificiale, scavi per l’accatastamento di residui metallici, scorie radioattive e ogni tipo di rifiuto in genere. Gli studi hanno indicato che dodici ore prima che avvenga un terremoto il reticolo subisce una distorsione. Gli animali solitamente sono sensibili alle distorsioni temporanee del reticolo e lo evidenziano con stati di agitazione e comportamenti anomali. L’intensità dei campi della rete H subisce anche variazioni secondo un ritmo circadiano. Dalle ore 0 alle ore 2 e dalle ore 12 alle ore 14, si ha un aumento della patogenicità della rete, mentre tra le ore 5 e le ore 7 e tra le ore 17 e le ore 19, l’effetto geopatogeno raggiunge i suoi picchi di minore intensità.

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I nodi di Hartmann possono essere trovati guardando gli animali. Su un nodo le api impazziscono, fanno moltissimo miele e poi cadono in esaurimento, a meno che l’apicultore non le sposti dopo il periodo di produzione fino a primavera. I gatti stanno sui nodi quindi l’uomo non dovrebbe mai stare dove di solito sta un gatto. I cani e cavalli scansano i punti negativi e, se noi mettiamo la cuccia in un punto geopatogeno, rifiutano di entrarci; si dice che dove sta bene un cane sta bene anche l’uomo. In Asia i nomadi fanno il campo dove i cani selvatici si fermano a riposare. Termiti e formiche fanno i nidi sopra i nodi, che per di più sono sopra corsi d’acqua tanto che alcune tribù africane scavano i pozzi proprio sotto i formicai.

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Nelle Alpi bavaresi, nel luogo dove si vuole costruire una stalla o una casa, si mette un formicaio e, se le formiche vanno via, il luogo va bene. Gli alberi indicano zone patogene se il tronco è marcio e cavo, ci sono tumori o rigonfiamenti del legno, muschi molto verdi e brillanti sul tronco per 4 o 5 m anche dalla parte non a nord (il muschio indica generalmente la parte a nord), siepi gialle, fusti che si contorcono come se volessero scappare ecc. Sull’uomo si guarda la resistenza elettrica della pelle che varia per influssi di campo. Si misura il potenziale con elettrodi sulla pelle che danno la curva di resistività e se si e’ in zona neutra, la curva e’ piana e tranquilla mentre se si è su un nodo la curva è accidentata. Hartmann ha fatto 125000 di questi georitmogrammi (variazioni di resistività cutanea).

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La Rete di Curry, dal nome del medico tedesco che l’ha studiata, ha natura elettrica e pare sia di origine cosmica; è disposta in modo diagonale rispetto a quella di Hartmann: le sue “fasce” si propagano da nord/nord-ovest a sud/sud-est e da sud/sud-ovest a nord/nord-est, formando un angolo di circa 45° rispetto all’asse magnetico terrestre. I lati sono di circa 3 – 3.5 metri ma possono essere estremamente variabili; ciò rende molto difficile la loro corretta individuazione. I punti di incontro sono anche qui detti nodi e data la loro maggiore carica elettromagnetica (maggiore anche dei nodi H), sono considerati perturbanti causando le geopatie già descritte per i nodi H. I nodi C possono assumere anche dimensioni che dai 50 cm. giungono fino al metro. La rete Curry è mobile, estremamente variabile e perturbabile da altri fattori di origine naturale o artificiale. Non va infine dimenticato che aumenta la propria intensità dalle ore 23.00 alle ore 04.00 circa.

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La rete di Curry non sostituisce o nega l’esistenza della rete H, ma ad essa si sovrappone e con essa interagisce. I punti, in cui i vertici delle maglie della rete di Hartmann corrispondono con quelli di una maglia del reticolo di Curry, sono particolarmente patogeni per l’uomo. I camini cosmo-tellurici della rete di Curry sono condotti verticali che rendono possibile il fluire di energie dal cielo alla terra e viceversa. La loro dislocazione è indipendente dalle anomalie della struttura della terra. Le loro forme sono cilindriche con diametro variabile da un camino ad un altro. Si compongono di un nucleo che ha un’attività più intensa della circonferenza. Alcuni sono larghi fino a 60 centimetri. La loro funzione risiede nel fatto che permettano un flusso di inspirazione/espirazione della terra. E’ un fluire lento, circa 2 – 3 minuti (ispirazione), durante il quale il diametro del camino si allarga. Segue una breve pausa e poi il flusso si inverte con un’espirazione di circa 3 minuti.

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La rilevazione di tali flussi è delicata, difficile ed eseguita con metodi radioestesici. Studi francesi hanno evidenziato che all’interno di ogni chiesa medievale veniva individuata una zona marcatamente negativa. Il punto veniva evidenziato con una pietra, “la pietra dei morti” ed era il luogo ove veniva collocato il feretro durante le funzioni del commiato. Analogamente esistevano zone ad alta energia dove di solito era per esempio collocato il fonte battesimale.

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Le Reti di Hartmann e Curry sono misurabili con il galvanomerto (misura le correnti elettriche anche deboli) e il geomagnetometro (registra il magnetismo di origine terrestre), oltre che con la radiestesia e il comportamento animale.

 

LEY LINES

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Nel 1920 Alfred Watkins , stava percorrendo con la propria auto le strade di Blackwardine, nell’Herefordshire, in Inghilterra, quando, osservando la cartina, si rese conto che moltissimi siti preistorici, in quella zona per lo più megalitici, e edifici di culto erano allineati e collegabili tra loro con precise linee rette, costituite, anche nella realtà, da piste, sentieri, di circa due metri di larghezza. Dopo una serie di approfondite ricerche, che sfociarono nei volumi Early British Trackways e The Old Straight Track, Watkins giunse alla conclusione che quelle linee erano risalenti al periodo pre-romanico, forse addirittura al neolitico; che fossero poi state ricalcate nell’età del bronzo e del ferro e preservate in modo occasionale durante la cristianizzazione, giungendo quasi intatte fino a noi. Queste direttrici sono state chiamate ley lines o linee di prateria. Larghe all’incirca due metri ed equidistanti tra loro, percorrerebbero l’intera superficie terrestre, incrociandosi tra loro formando una griglia. Su questi incroci sorgerebbero i templi e i luoghi sacri e sotto di esse scorrerebbero fiumi sotterranei o sarebbero presenti filoni di minerali metallici.

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Riguardo la loro funzione, Watkins inizialmente riteneva che le ley lines fossero semplici vie di comunicazione tra luoghi di rilevanza sociale e religiosa particolarmente forte nel periodo neolitico. Tuttavia, il fatto che molte lines ricalchino il percorso del sole durante i solstizi o quello della luna, lasciava pensare che essere avessero anche una funzione legata all’ambito spirituale infatti, sempre secondo Watkins, esse potevano costituire una sorta di percorso, di tracciato, da compiersi durante alcune particolari celebrazioni o cerimonie. Il fatto stesso che le lines colleghino luoghi di culto come siti megalitici o zone di sepoltura o chiese pare confermare tale interpretazione. Secondo il parere dello studioso Martin Gray, nei punti di intersezione, spesso posti in corrispondenza di corsi d’acqua sotterranei o, comunque, chiare anomalie del suolo, si svilupperebbero dei centri di potere, da intendersi come luoghi in cui la latente energia della terra, grazie agli influssi dei corpi celesti, viene riattivata, quasi ridestata. Con la predisposizione di pietre in verticale (menhir o dolmen), i nostri antenati avrebbero avuto la concreta possibilità di sfruttare tale energia, convogliandola in giusta misura: enormi macigni verticali posti ad arte, di cui ignoriamo tutto, anche il modo con cui furono trasportati da luoghi lontanissimi, ma situati nei luoghi in cui dovevano dar luogo a particolari attività, solitamente dedicati alla preghiera, all’invocazione di Entità benefiche ed alla ricerca di un collegamento tra il proprio spirito e la divinità. Oggi, in simili luoghi, ritroviamo le rovine di antichi centri di culto se non costruzioni a forte valenza religiosa.

teaserbox_2452250402Inizialmente, Watkins non attribuì alle ley-lines alcun significato soprannaturale o magico: ad attribuire un primo connotato soprannaturale alle “linee di prateria” fu l’occultista e scrittore Dion Fortune, che nel romanzo del 1936 The Goat-footed God conferì alle ley-lines caratteristiche magiche, legate al culto della terra. In seguito, due rabdomanti inglesi, il capitano Robert Boothby e Reginald Smith del British Museum, collegarono i tracciati delle ley lines alla presenza di falde acquifere sotterranee e all’esistenza di ipotetici flussi elettromagnetici. Ancora, due ricercatori nazisti, Wilhelm Teudt e Josef Heinsch, piegando la ricerca all’esaltazione incondizionata della razza ariana, conclusero che gli antichi Teutoni avevano contribuito alla realizzazione di una fitta rete di linee astronomiche, le cosiddette Heilige Linien, la quale avrebbe collegato tra loro i più importanti luoghi sacri dell’antichità. Teudt localizzò uno di questi punti nel Teutoburgo Wald district nella Bassa Sassonia, centrata attorno la formazione rocciosa di Die Externsteine.

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Continuando a parlare di ley line, c’è da dire che questi flussi energetici sono molto diversi, per struttura, dai nodi geopatici e hanno anche polarità diverse: i nodi energetici che si creano all’intersezioni delle varie reti energetiche (Hartmann, Curry), sono per noi esseri umani un’energia negativa (difatti si chiamano nodi geopatici) e cioè energia che ci danneggia. L’energia delle ley lines invece, è costituita da fiumi energetici (come le correnti nel mare) di pura e potente energia sottile che attraversano l’etere in una direzione ed è sempre quella; questi flussi ci energizzano, ci attivano i chakra e possono costituire per noi esseri umani una notevole fonte di guarigione. Non sappiamo ancora bene come nascano le ley line; possiamo trovarne una all’improvviso e possiamo non trovarla più dopo chilometri, sempre all’improvviso. Secondo la Geobiologia, le leyline possono essere lunghe da pochi metri a centinaia di chilometri, larghe da 2/3 metri a 100/120, di altezza che va da pochi metri ai 30/50 e il flusso energetico scorre sulla superficie del terreno seguendo i rilievi del suolo e quindi salendo anche su per colline e montagne. L’intensità, quantificata in Bovis, che è lo strumento utilizzato per la misurazione delle cosiddette energie sottili, risulta variabile dai 6/7000 bovis, ai 15/16.000 bovis per quelle più potenti. Il reticolato di questa antica rete globale formerebbe percorsi dritti e tutta una serie di triangoli sull’intero pianeta, tanto da far individuare collegamenti già noti, come quello Tra Carnac in Francia e Karnak in Egitto passando da Lione e dai fori romani, oppure quello tra Dodona, Thebes e il monte Ararat, o ancora la famosa linea di San Michele solo per citarne alcuni.

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Nel 1969 lo scrittore John Michell riprese il termine ley lines, associandolo a teorie spirituali e mistiche su allineamenti di forme terrestri, sulla base del concetto cinese del Feng Shui. Riteneva infatti che una rete mistica di ley lines esistesse in tutta la Gran Bretagna. Secondo l’antica disciplina cinese che significa vento e acqua, a rappresentazione dei due elementi principe della Terra, le ley lines suddividerebbero la Terra in un vero e proprio reticolato energetico. Paul Deveraux avrebbe poi concluso che tutti i cerchi di pietre possano indicare la presenza di una ley line. La sua forza verrebbe misurata in base alla lunghezza, alla precisione della deviazione, al numero dei marcatori energetici ed al loro significato individuale.

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Su tali basi, si possono individuare le ley lines in diverse categorie di base, quali quelle astronomiche, funerarie e geometriche. Secondo una delle più accreditate teorie, le origini del Feng Shui, nonostante siano ancora incerte, sembrano risalire alle tombe del Neolitico, e seguire i suoi principi nella costruzione. Ciò confermerebbe le teorie di Mitchell. Non a caso, nella costruzione del dinamico equilibrio di Yin e Yang, il primo, principio oscuro e femminile, è rappresentato dall’acqua; il secondo, principio caldo e luminoso maschile, è rappresentato dal vento, inteso nel senso del respiro. Entrambi indispensabili, si applicano nella vita quotidiana anche nell’arredamento interno degli edifici. Dopo la pubblicazione del libro di Michell, la versione spiritualizzata del concetto fu adottata da altri autori e applicata a paesaggi e luoghi di tutto il mondo.

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Entrambe le versioni della teoria furono criticate per il fatto che le distribuzioni casuali dei punti servivano inevitabilmente a creare allineamenti apparenti. La deduzione che le linee avessero non solo funzione di comunicazione tra luoghi simbolo, ritenuti sacri, ma che fossero connesse all’energia spirituale di un posto, introdusse allo studio della magia e dell’esoterismo. Non a caso si parla spesso di Stonehenge come di uno dei siti megalitici più energetici esistenti al mondo, e dove spesso le persone si riuniscono per “ricaricarsi”. E’ altrettanto vero che di luoghi come Stonehenge ne esistano infiniti altri: basti pensare ad Avebury HengeSilbury HillCastlerigg stone circle, o i Menhir della nostra Sardegna.

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Lo stesso esempio viene fatto a proposito dei crop circles, molti dei quali compaiono proprio in quella zona. I monoliti contengono quarzo, eccellente canalizzatore di energia. Si tratta però di energie non misurabili secondo le leggi fisiche, ma attraverso la psiche o il subconscio. Potremmo definire questi punti dei veri e propri chacka della Terra, tanto che possono essere intercettati facilmente attraverso la rabdomanzia. Dove compaiono i crop circles invece, si sono registrati particolari infrasuoni e si è osservato come, in quei momenti l’energia che si sprigiona in quelle aree sia talmente elevata da influire su cellulari, registratori e telecamere.

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Proprio l’allineamento geometrico di Silbury, Avebury ed i complessi megalitici di Stonehenge e Glastonbury si combinano a formare un triangolo rettangolo che attraversa il paesaggio inglese.

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L’ipotenusa è formata dalla ley line di San Michele inglese, che attraversa l’Inghilterra, lungo l’apice del Sole allo zenith nel mese di maggio. Avebury si trova infatti esattamente 1/4 di un grado a nord di Stonehenge. La English Michael Ley Line rappresenta la principale linea di energia che collega i principali siti megalitici e altri imponenti edifici di culto in Inghilterra.

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Ma il culto dell’Arcangelo Michele è professato in tutta Europa e i luoghi sacri dedicati a questo santo sono posizionati su un’unica linea retta con un allineamento perfetto, inspiegabile, è solo una casualità? Skellig Michael (Repubblica Irlandese) posto all’estremo nord di questa linea su un’isola dell’Irlanda, raggiungibile soltanto con il mare calmo, St Michael’s Mount (Cornovaglia – Inghilterra sud-occidentale) a poca distanza da Stonehenge, con il tempo diventò una delle mete di pellegrinaggi più importanti del medioevo in Gran Bretagna., Mont Saint Michel (Normandia – Francia) l’isola incantata nel nordest della Francia, la Sacra di San Michele (Val di Susa – Piemonte) dall’origine incerta e punto mediano della linea, San Michele del Gargano (Monte Sant’Angelo – Puglia) il più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente, Monastero di San Michele (Isola di Simi – Grecia) attaccata quasi alla Turchia, nel Dodecaneso meridionale, in un’insenatura stupenda del mare Egeo e per finire il Monte Carmelo (Gerusalemme) sacro agli ebrei, ai cristiani, ai musulmani e ai bahá’í è il viaggio che percorre questa linea perfetta è molto potente.

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Forse ancora più sorprendente è il fatto che i tre luoghi più importanti ovvero Mont Saint Michel, la Sacra di San Michele  e il santuario di Monte Sant’Angelo si trovano alla medesima distanza, 1000 chilometri. Inoltre la Linea Sacra è in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del Solstizio di Estate e per questa è anche chiamata la ley line di Apollo.

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Nel 1936 il filologo francese Xavier Guichard pubblica il libro “Eleusis-Alesia” dove riporta la scoperta di misteriosi allineamenti esistenti tra paesi di tutta Europa accomunati da alcune peculiari caratteristiche: l’assonanza nel nome con la parola ”Alesia” e la collocazione in vicinanza di fiumi, pozzi o fonti di acque minerali. Nell’antico idioma indoeuropeo alis significa asilo, rifugio, ed è straordinario verificare come esistano molte città che richiamano tale vocabolo nel loro nome e come tutte convergano verso una cittadina della Francia meridionale oggi nota come Alise-Saint-Reine e un tempo chiamata Alesia (ad Alise si trova la “Fontana inesauribile di Santa Regina” che, si narra, abbia guarito 50.000 ammalati). Tra le città allineate troviamo Alassio in Liguria, Aliso in Corsica, La Aliseda in Spagna e molte altre; è probabile che il “ristoro” possibile in queste località non sia solo di tipo fisico per eventuali pellegrini, ma che possa essere soprattutto di natura spirituale in virtù delle caratteristiche energetiche di questi luoghi collocati in punti speciali del reticolato terrestre.

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Le ley line possono anche sporcarsi durante il loro tragitto e portare a valle la congestione sottile che incontrano sul loro percorso. E’ stato sopra detto che una ley line è un flusso enegetico con una direzione come un fiume. Se una ley line incontra una fabbrica, una centrale elettrica, un cimitero, una discarica, un giacimeto radiattivo, essa si congestiona e si “trascina” con se la congestione acquisita e se voi avete situata un’abitazione a valle del flusso energetico della line, vi vivrete la congestione che la line ha “incontrato” sul suo procedere. Se l’intensità della ley line è alta, essa riuscirà poi a “autopulirsi” dalla congestione. C’è anche da dire che con lo sviluppo attuale delle civiltà occidentali e ora anche del terzo mondo, una qualsiasi ley line incontra sul suo cammino necessariamente siti congestionati e quindi, a differenza di un passato dove gli inquinamenti tecnologici non esistevano, una ley line si porta dientro necessariamente qualche congestione.

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Il suo percorso attraversa congestioni che possono essere sia naturali, che create dall’uomo. Queste congestioni sono naturali quando la ley line incontra energie geopatiche di grande ampiezza e intensità, oppure giacimenti di minerali a noi nocivi come l’uranio, o altri agenti naturali a noi altamente tossici. Le congestioni create dall’uomo possono essere pozzi neri, discariche, cimiteri, centrali nucleari, centrali elettriche. Il caso di gran lunga peggiore è essere situati a valle di una ley line che passa attraverso una centrale atomica.

LE LINEE SINCRONICHE

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Le linee sincroniche sono grandi fiumi di energia che circondano il nostro pianeta e lo collegano all’universo. Lungo le linee sincroniche si sviluppa l’evoluzione della vita e dell’essere umano e si addensano gli eventi principali in grado di direzionare sincronicamente le forme e la loro trasformazione. Sono le “autostrade” sulle quali viaggiano le forme-pensiero e le idee, attraverso le quali transitano le anime in prossimità della loro incarnazione. Delle Linee Sincroniche ne parla per la prima volta la Comunità di Damanhur, in particolare nel libro di Oberto Airaudi, Linee sincroniche: Gli scorrimenti energetici del pianeta, editato nel 1998.

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La Terra è attraversata da diciotto Linee principali: nove con direzione Nord-Sud e nove con direzione Est-Ovest”, che gli antichi cinesi chiamavano la “Schiena del Drago” o “Vene del Drago”. La grande muraglia cinese è stata eretta su una Linea Sincronica ed è spesso chiamata “dorsale del Drago”. Come per le nadi del corpo umano, l’intersecarsi di due o più linee determina un punto di regolazione dell’intero sistema energetico (per le linee sincroniche si parla di “nodo splendente”). Le Linee Sincroniche trasportano pensieri e idee e attraverso di esse è possibile collegarsi a qualsiasi punto del pianeta e possono accelerare il corso degli avvenimenti intervenendo sulle probabilità. Tutto l’universo è percorso da queste linee che, tra loro collegate, creano una rete di comunicazione tra i mondi, le stelle e le galassie ove sia presente la complessità della vita. In tempi passati, non solo costruire lungo una Linea Sincronica era auspicabile e maggiormente produttivo, ma spesso i “nodi splendenti”, divenivano sede di luoghi di culto particolari, al fine di sfruttare al meglio le concentrazioni energetiche e di potere che contribuivano all’insorgenza di particolari fenomeni.

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La differenza tra Linee Sincroniche e Ley Lines sta nel flusso energetico che le due portano. Le linee sincroniche sono determinate da energie psico-energetiche ( la conoscenza, l’immaginazione, il linguaggio emozionale, l’elevazione dello spirito, le trasformazioni dal punto di vista psichico, l’accesso alle altre dimensioni, l’energia sottile plasmabile col Pensiero), per questo catalizzano gli flusso degli eventi grazie alle sincronicità spazio-temporali (da qui il loro nome) e non sono dritte. Le Ley Lines sono linee energetiche rette che collegano vari luoghi sacri del neolitico, ma questo tipo di energia è un’emanazione delle energie prodotte dalla Terra che produce una risonanza con l’energia di tutti gli esseri viventi che hanno un contatto con essa. L’energia e il potere delle Linee Sincroniche non è localizzato solo in perfetta corrispondenza con la vena, ma si espande, parimenti può essere influenzato senza che determinati avvenimenti si svolgano proprio su di essa. Queste linee non scorrono per la loro intera lunghezza sulla superficie della Terra: solo in alcuni punti esse sono affioranti. Il loro tragitto è soprattutto ipogeo o aereo. L’impiego dell’adeguata conoscenza “magica” consente di inviare o ricevere informazioni e pensieri da tutto il mondo e persino dal cosmo, programmare le reincarnazioni e viaggiare nello spazio. Le linee sincroniche si dividono in Grandi linee e linee Minori. Le Grandi linee si suddividono a loro volta in 9 linee orizzontali e 9 linee verticali. Le Minori a loro volta si dividono in 2 al loro interno con scorrimento opposto ,ruotando a spirale attorno a un baricentro.

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Le linee verticali:

PRIMA: si trova al centro dell’Oceano Pacifico e scorre fino al Polo Sud

SECONDA: attraversa il Canada,va negli USA,in Messico,tocca alcune isole nel Pacifico e dal sud America raggiunge il polo sud

TERZA: passa x il Perù,il Cile e la Terra del fuoco,poi raggiunge il polo sud

QUARTA: attraversa la Groenlandia,affiora a Capo verde e scende verso sud

QUINTA: dal nord attraversa l’irlanda,il sud dell’Inghilterra(Stonehenge),arriva in Bretagna,scorre fino alle Alpi,scende in Italia,arriva in Egitto e poi dal centro Africa procede verso il polo sud

SESTA: entra in Russia,Polonia,Ungheria,Austria,Italia,scende fino alla Grecia,Turchia,Libano,Israele,torna in Egitto e scende verso il polo sud

SETTIMA: attraversa il Pakistan e il Nepal,l’India e segue il corso dei fiumi.Si inabissa verso il centro della terra senza arrivare al polo sud

OTTAVA: attraversa l’Unione Sovietica,scende fino all’Himalaya,prosegue in Thainlandia e scende verso il polo sud

NONA: parte dalla Siberia,arriva in Cina,scende verso la Nuova Zelanda e raggiunge il polo sud

Le linee orizzontali:

A: incontra la prima in Alaska e in Canada la seconda e la terza. Sfiora l’Islanda,l’Irlanda e l’ Inghilterra.

B: resta in Usa nei pressi del lago Ontario,poi si tuffa nell’ Atlantico,prosegue in Portogallo,Spagna,Francia,Italia,Jugoslavia,Romania fino in Cina e Giappone.

C: nasce nel Pacifico,sfiora la California,prosegue in Messico,si tuffa nell’Atlantico,raggiunge il Mediterraneo,arriva in Egitto e poi prosegue verso il Pakistan e Iran e da qui verso il Nepal.

D: in Perù,Amazzonia,Atlantico.Arriva in Egitto e nella penisola arabica,il Mar Rosso e prosegue verso l’India,la Birmania.Poi sprofonda nel mare verso terra.

E: affiora nel Pacifico poi prosegue verso il Brasile.Da qui raggiunge l’Africa e poi l’oceano Indiano

F: dal Cile attraversa il Sud America e si tuffa nell’Atlantico.Raggiunge l’Africa del sud,il mar Rosso e risorge verso l’Australia.

G: sud America,Atlantico,Africa fino all’ Australia

H: costa sud Americana fino alla terra del fuoco.Poi Atlantico fino all’Africa e da qui prosegue fino in Australia.

I: Terra del Fuoco,Atlantico e molte zone non abitate.

In questo periodo storico, sono molto attive le verticali seconda ,quinta e sesta e le orizzontali A,B,C.

La terza è un po’ meno attiva mentre la Nona, ha aumentato il suo potenziale.

Le linee Minori si originano quasi sempre in 3 circostanze:

1)nei punti di maggiore vicinanza tra le grandi linee.

2)quando le grandi linee sono aggrovigliate.

3)in corrispondenza di fiumi, isole o montagne

Possono essere considerate “porte energetiche”, per entrare in contatto con altre dimensioni o livelli evolutivi. Sono individuabili con la radiestesia, l’osservazione della morfologia e della storia del territorio ma anche mediante viaggi astrali e medianità. Ley Lines e Linee Sincroniche si distinguono così dalle Reti Hartmann e Curry non avendo corrispondenze con le linee magnetiche terresti.

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E’ scientificamente provato che utilizziamo solo il 10% delle nostre potenzialità cerebrali. Anche la percezione, attraverso i nostri sensi, è parziale. Riusciamo ad udire solo determinate frequenze, così come riusciamo a vedere e percepire solo una gamma limitata di radiazioni cromatiche. Tutto ciò è considerato normale, mentre non si pensa altrettanto di persone che estrinsecano capacità “extrasensoriali”. Dagli studi di Sergio Costanzo, scrittore e biologo, si viene da porsi una domanda: “Che cos’è dunque un luogo d’energia?” Il luogo è per definizione “una porzione di spazio materialmente o idealmente delimitata”. Dalla notte dei tempi, le necessità fondamentali dell’essere umano sono rimaste inalterate: reperire il nutrimento fisico e spirituale. E’ per rispondere a questo bisogno primordiale, che l’uomo nel corso dei millenni, ha delimitato fisicamente ma soprattutto idealmente, luoghi particolari per caratteristiche geofisiche ed energetiche. Energia, un termine derivato dal greco, dato dalla fusione di due parole, “en” dentro ed “ergon”, lavoro, opera. Dunque i “Luoghi d’Energia” non sono altro che porzioni di spazio idealmente o materialmente delimitati in grado di produrre autonomamente e intimamente un lavoro. In altre parole luoghi capaci di estrinsecare energie di varia natura che inevitabilmente si compenetrano e interagiscono con tutte le altre forme di energia, inclusa quella compressa, ovvero, la materia. Associare i due termini ed i significati che sottendono è invero abbastanza arduo ed inusuale almeno per l’uomo moderno, ma questo concetto è stato il fondamento su cui si è basata la ritualità e quotidianità umana in ogni epoca ed ad ogni latitudine. I luoghi d’energia da sempre rappresentato un punto di riferimento, per l’uomo alla ricerca del benessere, della salute fisica ma soprattutto del contatto col trascendente.

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Come dice lo stesso Sergio Costanzo: “Nel corso dei millenni, in virtù delle loro caratteristiche, questi luoghi sono divenuti luoghi di culto, in onore di divinità, le più disparate, o luoghi di cultura e potere. Paradossalmente questo intimo legame tra energia e fede, energia e conoscenza, ne ha decretato l’alienazione e l’oblio. Le nebbie del passato, vanno gradualmente dissolvendosi e da più parti autorevoli voci si alzano, nel tentativo di portare l’uomo, a riappropriarsi di quella cultura e quella conoscenza che gli erano proprie. Purtroppo, agli albori del terzo millennio, vittima consapevole eppur complice di una fretta imperante, l’uomo ha poco tempo e poca voglia di porsi domande e in questo contesto di cultura preconfezionata, preferisce assumere una forma mentis non propria alla quale si conforma e si adatta. Un sapere che era proprio di tutte le culture antiche e che era stato trasmesso e conservato con cura da generazioni di sciamani, sacerdoti, veggenti, sensitivi, druidi, profeti, monaci e architetti. Ecco dunque il perché di questo luogo ideale e materiale, un tentativo modesto di aprire uno spiraglio, di esplorare il nostro mondo, di concepire la Terra come un essere vivo e pulsante capace di agire, reagire e soprattutto interagire con l’uomo e la sua energia. Templi, caverne, menhir, piramidi, moschee, piccole pievi romaniche o maestose cattedrali, chi di noi in certi luoghi non si è sentito almeno una volta accolto, abbracciato, sollevato, e il suo respiro si è fatto sincrono, ritmato, con un respiro più ampio, immenso. Questi luoghi che dalla preistoria hanno richiamato a se l’uomo, sono stati frequentati, armonizzati, modificati, usurpati, ma ancora oggi il battito della terra è forte e presente”.

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Nel loro insieme queste linee costituiscono una sorta di sistema nervoso della Terra, in quanto veicolano nel loro flusso. Il corretto funzionamento del reticolato energetico terrestre è importantissimo per la salute del pianeta e dei suoi abitanti: oggi purtroppo tale funzionamento è gravemente ostacolato da costruzioni e comunità moderne edificate senza alcun rispetto del sacro e dalla continua creazione di forme pensiero dense e negative. L’ “Ipotesi Gaia” (derivato da quello dell’omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea) è una teoria di tipo olistico formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 in “Gaia. A New Look at Life on Earth”, trovando poi numerosi consensi nel mondo scientifico e si basa sull’assunto che tutte le componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all’azione degli organismi viventi, vegetali e animali: ad esempio la temperatura, lo stato d’ossidazione, l’acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla Terra presentano un equilibrio variabile nel tempo che evolve in sincronia con il biota.

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Questa teoria ha fatto si che il mondo moderno si riappropri del biocentrismo a discapito di un egoistico antropocentrismo. Mettere al centro dell’universo l’Uomo (un astratto Uomo con la U maiuscola) significa contraddire una banale realtà: senza le piante, gli animali, l’aria, l’acqua, noi uomini non esisteremmo neppure. È un delirio di onnipotenza. Un eccesso di presunzione. È un’illusione su cui si sono strutturati immensi e presuntuosi quanto fragili sistemi di pensiero, che ci hanno separato dal mondo reale portandoci a credere che esista un pensiero puro disincarnato, che tutto sia stato creato per noi, che siamo liberi di abusare di piante, animali e ogni altro elemento naturale. Che siamo i signori e padroni del mondo. Oggi la scienza, con il contributo decisivo dell’ecologia, è arrivata a ripensare in termini completamente nuovi, ma insieme antichissimi, la struttura stessa del mondo in cui viviamo. Una caratteristica basilare dell’ecologia è l’interdisciplinarietà creando una scienza trasversale, che lega fra loro tutte le scienze della natura e dell’uomo, prendendo a modello la natura stessa, in cui tutti i fenomeni sono legati indissolubilmente. Per andare avanti, l’ecologia è tornata alle radici, si è ricollegata a visioni del mondo che erano ritenute primitive, oscurantiste, curiosità antropologiche o che semplicemente erano ignorate.

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È sotto il nome di Gaia che risorge la concezione della Terra come sistema simile a quelli viventi, come unico organismo dotato di capacità di autoregolazione, finalizzata al benessere complessivo di ogni componente della biosfera. Il termine “biosfera” (la sfera del vivente) venne coniato nel 1875 dal geologo e filosofo austriaco Edward Suess. Secondo Suess, il mondo vivente è una “totalità capace di sostentarsi”, che ha un substrato geologico; fa parte integrante della superficie della Terra, interagisce con l’atmosfera (l’aria) e la litosfera (l’involucro esterno solido della Terra, la crosta terrestre, fatta di rocce,in Greco “lithos”). Il primo scienziato, tuttavia, a sostenere che “la Terra è un organismo vivente”, “un singolo organismo gigantesco in evoluzione” fu il mineralogo, radiogeologo e geochimico russo Vladimir I Vernadsky (1863-1945). Prima ancora, diversi scienziati avevano anticipato la concezione della Terra-organismo: nel 1700, lo scozzese James Hutton  dicendo: “Io ritengo che la Terra sia un super-organismo e che il suo studio appropriato debba essere fisiologico”, e il francese Jean Baptiste Lamarck: “I fenomeni viventi non sono a sé stanti, fanno parte di un tutto più vasto, la natura.Sono comprensibili solo alla luce della loro costante interazione con il mondo non vivente”. Nel 1800, il geografo ed enciclopedico francese Eliseé Reclus affermò: “L’uomo è la natura che prende coscienza di sé”. Concetto che sarà ripreso dall’ecologia profonda eliminando anche qui l’antropocentrismo: anche gli alberi, le rocce, i delfini hanno e sono coscienza, seppure diversa da quella umana, intendendo per coscienza l’informazione che appunto in-forma, mette in una forma l’energia sottostante a ogni fenomeno fisico.

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E secondo alcuni pensatori, come il biochimico inglese Rupert Sheldrake, tutta la vita è coscienza, e si evolve sotto l’influenza di “campi morfogenetici”, sorta di memorie cosmiche attive in cui si plasma l’evoluzione. I campi morfogenetici sono “stampi” prodotti dall’accumularsi di esperienze delle forme viventi; così sarebbero i campi morfogenetici entro cui si svilupperebbe l’evoluzione delle forme e delle funzioni. Sheldrake è autore fra l’altro del libro “La rinascita della natura. Un nuovo rapporto tra scienza e divinità. L’ecologia come ‘essere’ e non solo come ‘fare’”, ed. Corbaccio, Milano, 1993. Un esempio di come gli scienziati possano fare “scandalo”, anzi come questo sia il loro mestiere, se fatto bene. L’ipotesi Gaia è una teoria scientifica, ovvero un costrutto mentale provvisorio, che potrà essere modificato in base a nuovi studi e ricerche; non è una verità di fede, una religione, un’interpretazione spiritualista o animista della realtà naturale. Tuttavia ha saputo, al di là delle sue intenzioni, mobilitare l’immaginazione e il sentimento. Oggi è la base di una nuova concezione globale che vede l’essere umano come semplice parte di un tutto molto più grande, non più signore e padrone ma custode della natura e della vita. Riprendendo anche le tradizioni dell’ermetismo (secondo il quale “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”), la nuova scienza degli insiemi e la teoria olografica della realtà (quella secondo cui in ogni parte c’è il tutto: la dimostrazione scientifica sarebbe data dalla clonazione, con cui si riesce a ricreare da una cellula l’organismo intero) scoprono che le simbiosi di piccoli organismi (cellule), e le stesse differenziazioni funzionali all’interno di una cellula, sono riprodotte a più grandi dimensioni. Questi “insiemi”, detti anche “oloni”, sono unità autosufficienti ma a loro volta composte da sotto-insiemi, e parti di insiemi più grandi. Una città, come un corpo umano, ha parti dedicate allo studio, alla riflessione, all’immaginazione, all’informazione (come il cervello e il sistema nervoso), al commercio e al nutrimento (come il sistema digerente), all’evacuazione (discariche, fogne), alla circolazione, al trasporto (come il cuore, le vene, la linfa), alla riproduzione, alla produzione. Allo stesso modo, la natura, la biosfera.

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In questo grandissimo organismo, noi siamo una piccola parte, ma importante come lo sono tutte le minime parti; forse possiamo paragonarci ai sensi e al cervello; ma, per altri versi, visto ciò che stiamo combinando all’ambiente, anche a una malattia, a un parassita fastidioso. Vittorioso sul piano tecnologico, economico, militare, l’Occidente deve cercare nuove vie per risolvere le gravi situazioni di squilibrio causate dal suo stesso successo, di fronte alla profonda crisi ambientale, sociale e politica. Il successo si sta ripiegando su se stesso come un guanto. Il disastro attuale delle guerre per il petrolio è un grido di disperazione del grasso occidente che non vuole prendere atto (nei suoi dirigenti-petrolieri-armaioli guerrafondai, non nei milioni di persone sempre più coscienti) che il futuro o sarà ecologico, o non sarà.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Wormhole Superconduttore

wormhole-warp-lines2Il wormhole non è più fantascienza ma un progetto reale, portato alla vita da un’equipe di studiosi italiani. Il team che ha realizzato il sogno di Albert Einstein nei laboratori dell’Università di Napoli Federico II, è capitanato dal fisico Salvatore Capozziello, docente all’Università Federico II di Napoli e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) nonché presidente delle Società italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav). Lo studio è stato postato online su ArXiv (clicca qui per vedere lo studio) ed è in via di pubblicazione sulla rivista International Journal of Modern Physics D; il progetto è in via di definizione con il gruppo di Francesco Tafuri, del dipartimento di Fisica della Federico II.

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Vengono comunemente definiti cunicoli spazio-temporali in grado di collegare un punto con un altro di uno stesso universo o, ancor più suggestivamente, di stabilire una connessione fra un universo ed un altro presumibilmente parallelo al primo. Sono i wormhole (letteralmente ‘buchi di vermi’), sorta di ‘scorciatoie’ che permetterebbero di passare da un punto all’altro di uno o molteplici universi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale, consentendo al tempo stesso veri e propri viaggi nel tempo. E’ questa la traduzione in pochissime parole di concetti molto complessi propri della fisica più avanzata, sebbene elaborati sulla base di teorie che scienziati come Albert Einstein e Nathan Rosen enunciarono già negli anni ’30 del Novecento ipotizzando l’esistenza di gigantesche strutture cosmiche poi definite appunto ‘ponti di Einstein-Rosen’. A tal proposito la metafora del verme non è affatto casuale: il termine wormhole deriva appunto dall’immaginare che l’universo sia come una specie di mela sulla cui superficie si muova un verme. Ebbene, se questo continuerà a strisciare sulla superficie, la distanza tra due punti opposti della mela sarà pari a metà della sua circonferenza, ma se invece esso scava un foro direttamente attraverso la mela, la distanza da percorrere per giungere a destinazione sarà inferiore. Il cunicolo spazio-temporale di cui gli scienziati ipotizzano l’esistenza in natura, presumibilmente generato da una immane forza gravitazionale che deformerebbe lo spazio-tempo, è idealmente paragonabile proprio a quel buco scavato dal verme nella mela.

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Ha spiegato Capozziello: “Il problema di partenza era spiegare l’esistenza di strutture che, come i buchi neri, assorbono tutta l’energia di un sistema senza restituirla: in pratica ci si trovava di fronte ad una violazione del principio di conservazione dell’energia”. E continua: “La nostra idea era quella di riuscire a simulare gli effetti gravitazionali a energie più basse e dato che è impossibile riprodurre in laboratorio strutture gravitazionali estremamente energetiche e massicce, ci siamo posti la domanda se esistono strutture simili, ma alle dimensioni e alle energie di laboratorio”. Una delle probabili spiegazioni ipotizza che lo spazio-tempo sia bucato.  A questo fine è stato realizzato il minuscolo prototipo ottenuto collegando due foglietti di grafene, una struttura purissima di atomi di carbonio, materiale sottile come uno strato di atomi, resistente come un diamante, flessibile come la plastica e richiestissimo sul mercato delle nanotecnologie, di cui dal giugno del 2014 il più grande centro di produzione europeo è a Como, con legami molecolari e un nanotubo.

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La struttura ottenuta è neutra e stabile, nel senso che al suo interno non entra nulla e nulla fuoriesce, ma quando si introducono dei difetti (perturbazioni) vengono generate delle correnti. “Ci siamo accorti che ‘drogando’ il grafene, cioè mettendo al suo interno degli atomi penta o eptavalenti, cioè con 5 o 7 legami anziché i sei a nido d’ape del grafene puro, succede una cosa interessante: il sistema si ‘attiva’ e si generano correnti entranti e correnti uscenti nel grafene. Nel caso di un legame in meno rispetto al grafene standard otteniamo una corrente elettrica entrante. Con un legame in più la corrente è uscente. Se proiettiamo questo risultato alle scale astrofisiche, allora abbiamo trovato il modo per far passare informazione attraverso il wormhole. In altre parole, controllando i difetti del grafene possiamo controllare il segno dell’informazione: possiamo cioè comunicare con un osservatore che si trova dall’altra parte. Questo passaggio di energia elettrica è importante perché la corrente passa da una parte all’altra del wormhole a resistenza nulla, il passaggio è cioè istantaneo, mentre normalmente all’interno di un materiale si incontrano resistenze e rallentamenti”. Ha quindi aggiunto lo scienziato: “Spostandoci su dimensioni cosmiche, potremmo considerare un osservatore che con la sua navetta si avvicina a un wormhole come un elemento capace di perturbare la struttura: in questo caso sarebbe possibile passare da una parte all’altra del cunicolo spaziotemporale, così come trasmettere segnali da una parte all’altra”.

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Un’ipotesi che senza dubbio fa volare con la fantasia.  Il Principio di Relatività di Einstein stabilisce che non si può viaggiare più veloci della luce, fatto che renderebbe impossibile qualsiasi contatto con altre civiltà extraterrestri, proprio per l’immensa distanza spazio-tempo che ci separa. La produzione del wormhole significa per molti la vittoria sugli scettici di chi crede agli extraterrestri, ora ancor più di prima, in quanto questi cunicoli potrebbero essere delle vere e proprie scorciatoie per spostarsi in poco tempo nell’Universo o addirittura fare viaggi nel tempo.

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Il cinema e la TV sono pieni di esempi in cui si parla dei wormhole:

1) Stargate, scritto e diretto nel 1994 da Roland Emmerich, dove la“porta delle stelle” è costituita da antichi congegni costruiti da una razza aliena e disseminati nelle galassie per favorire viaggi rapidi, anzi istantanei. Primo di una trilogia mai completata generò 3 serie tv: Stargate SG-1, Stargate Atlantis e Stargate Universe.

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2) L’ambientazione della serie tv Star Trek: Deep Space Nine (176 puntate fra il 1993 e il ’99) non è l’astronave ma una stazione spaziale collocata vicino a un wormhole, popolato da misteriose entità extradimensionali venerate dal popolo dei Bajoriani.

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3) Sliders: I viaggiatori (1995-2000) dove si usavano i ponte di Einstein-Rozsen per collegare universi paralleli. Presumendo che la realtà esista come parte di un multiverso, si ci chiede cosa sarebbe successo se grandi o piccoli eventi della storia si fossero svolti in maniera differente (ucronia).

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4) Nel film Sfera di Barry Levinson del 1998, tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton,  i protagonisti scoprono che la presunta nave aliena situata a 300 metri sotto l’Oceano Pacifico non è altro che un’astronave americana di circa metà del XXI secolo che si era addentrata in un wormhole ed era ritornata indietro nel tempo di circa 300 anni, precisamente nel 1709, precipitando nel fondo dell’oceano.

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5) Nel film Contact delle intelligenze aliene inviano sulla terra i piani di costruzione di un artefatto che genera un wormhole per raggiungere la stella Vega.

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6) Nel film Thor (Marvel Studios/Paramount-2011) gli dei asgardiani usano il Ponte Bifröst per spostarsi tra i 9 regni che governano: sulla Terra la scienziata Jane Foster pensa che questo mezzo di trasporto sia un possibile Ponte di Einstein-Rosen.

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7) Se la Terra diventa inabitabile speriamo gli alieni ci regalino un wormhole per cercare una nuova casa come nel film Interstellar di Christopher Nolan, Oscar nel 2015 per gli effetti speciali.

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8) Nel film Jumper – Senza confini, i cosiddetti Jumper usano i wormhole per teletrasportarsi in qualsiasi parte del mondo.

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Con questo primo prototipo, costruito in scala microscopica, per il momento si possono solo ipotizzare viaggi di quel tipo. Alla domanda su quali sono gli obiettivi di questo studio Capozziello risponde: “Sono due. Il primo è creare a Napoli o altrove un centro di eccellenza in cui mettere insieme nanotecnologia e cosmologia, quindi l’infintamente piccolo e l’infinitamente grande. Il secondo è accedere a fondi europei, in modo da strutturare il lavoro e dare occasioni di ricerca a giovani studiosi. Vanno messi a punto anche gli aspetti teorici, ad esempio passando in rassegna tutte le soluzioni di wormhole analoghe alla nostra. Diciamo che c’è una sinergia fra gli aspetti puramente speculativi di fisica fondamentale e l’aspetto tecnologico e applicativo di fisica della materia. Sono ottimista. Si è già fatto avanti un importante centro svedese specializzato nelle nanotecnologie. Siamo solo ai primi passi”.

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Pur rimanendo ad ogni modo con i piedi per terra, le implicazioni tecnologiche di quanto osservato dai ricercatori sono importantissime, perché consentirebbero di trasmettere segnali elettrici in maniera estremamente precisa, rapidissima grazie alla superconduttività e a livello atomico. Le applicazioni di tale tecnologia sarebbero pressoché infinite, e al momento la realizzazione di un primo prototipo su scala industriale è lo scopo più immediato: “Il fatto che abbiamo a che fare con correnti autoindotte, quindi generate dalla geometria del sistema, potrebbe dar luogo a molteplici sviluppi. Intanto possiamo ottenere un sistema superconduttore con trasmissione di corrente a resistenza zero, contrariamente a quanto accade nei sistemi elettronici attuali e si potrebbero ottenere, ad esempio, nanostrutture capaci di trasmettere segnali in modo istantaneo poiché la corrente elettrica passerebbe nel vuoto. Un altro vantaggio è che stiamo usando carbonio, un elemento reperibilissimo in natura”. In altre parole, un wormhole superconduttore. Niente male, in attesa di quello gravitazionale.

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E per concludere, alla domanda se finalmente siamo arrivati a costruire la macchina del tempo il professore chiude: “L’unica certezza è che questo è un wormhole che permette il passaggio di corrente elettrica con estrema precisione, non è una macchina del tempo. Da qui a costruirne una potrebbero passare 100 anni ma la scoperta è comunque di quelle che possono avere ripercussioni tecnologiche significative nella nostra vita. La ricerca scientifica non è mai esercizio vano. Detto questo è bello e umano sognare e continuare a cercare di capire chi, dove siamo e il perché?”.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Gobekli Tepe. La Culla dell’Umanità

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Göbekli Tepe (traduzione: collina panciuta – ombelico) è un sito archeologico a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria, tra la catena del Tauro e il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città biblica di Harran. Si trova su una collina artificiale alta circa 15m, con un diametro di circa 300m, posizionata sul punto più alto di un’elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante. Da quanto c’è stato insegnato, l’evoluzione umana ha avuto un andamento lineare. I nostri antenati, più o meno 12000 anni fa vivevano da nomadi, sostentandosi con ciò che raccoglievano e cacciavano. Successivamente hanno iniziato a lavorare la terra, diventando da migranti a stanziali e da lì è iniziato il lungo viaggio che ha portato l’umanità a tutte le meraviglie odierne. Di indizi di una possibile fallacia di questa teoria è però letteralmente pieno il mondo. Da tempo sempre più persone ritengono questi “adattamenti temporali” delle vere e proprie forzature, che sfidano non solo la logica, ma a volte la stessa scienza. Ma per gli archeologi gli indizi, le deduzioni, le intuizioni o le vere e proprie anomalie non sono mai state sufficienti ad affrontare una possibile realtà ben diversa da quella da loro costruita. Con Gobekli Tepe, però, da ora e per sempre cambia tutto. Da oggi, infatti, parlare di civilizzazioni umane di 12000 anni fa non sarà più considerata un’eresia. Anzi, saranno gli stessi archeologi (e non solo loro…) a dover cambiare molte “interpretazioni” che, sino a prima della scoperta in Turchia, sono state invece considerate prove scientifiche.

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Nel 1995 un pastore curdo, Savak Yildiz, si imbatte in una strana pietra lavorata che fuoriusce dal terriccio. Incuriosito dal ritrovamento contatta subito le autorità della vicina cittadina di Sanliurfa: è l’inizio di una delle più grandi scoperte archeologiche di sempre.

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Gli scavi, condotti da Klaus Schmidt dell’Istituto Archeologico Germanico, porteranno alla luce una realtà stupefacente: la pietra di Gobekli Tepe è la sommità del tempio più vecchio del mondo risalente a quasi 12.000 anni fa. Perfino le piramidi di Giza o le ziqqurat sumere sono strutture “moderne” al confronto, datate almeno 5000 anni più tardi. E’ così vecchio che precede la vita sedentaria dell’uomo, prima della ceramica, della scrittura, prima di tutto. Gobekli Tepe proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, nel profondo passato dei cacciatori-raccoglitori. Quando Schmidt raggiunse il sito di Gobekli Tepe per iniziare gli scavi affermò: “Non appena vidi le pietre, seppi che, se non me ne andavo immediatamente, sarei rimasto qui per il resto della mia vita.” E  così fu, dato che purtroppo ci ha lasciati nel 2014.

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Gli scavi portarono alla luce un santuario monumentale megalitico, costituito da una collina artificiale delimitata da mura in pietra grezza a secco. Furono inoltre rinvenuti sei recinti circolari comunicanti tra loro, di cui due ancora non dissotterrati, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 15 tonnellate ciascuno, probabilmente cavati con l’utilizzo di strumenti in pietra. Secondo il direttore dello scavo le pietre, drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggerebbero assemblee di uomini, infatti la particolare forma a T allude alla figura umana, come è possibile notare dalla presenza di braccia scolpite distese lungo i lati brevi, e delle teste realizzate tramite l’ampliamento della parte superiore del pilastro. Sono stati scoperti circa 40 grandi lastre di calcare a forma di T, che raggiungono i 5 metri di altezza, che furono portati nel sito da una cava vicina anche se le popolazioni dell’epoca non conoscevano la ruota né avevano ancora addomesticato le bestie da soma. Indagini geomagnetiche hanno indicato la presenza di altre 250 pietre ancora sepolte nel terreno. A circa 1 km dal sito è stata inoltre rinvenuta un’altra pietra a forma di T di circa 9 metri, probabilmente destinata al santuario, ma una rottura costrinse i costruttori ad abbandonare il lavoro. Su di esse sono riprodotte diverse specie di animali, come formiche, scorpioni, serpenti, uccelli, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali. E pare che alcune di queste raffigurazioni vennero volontariamente cancellate forse per preparare la pietra a riceverne di nuove. Sono inoltre presenti elementi decorativi, come insiemi di punti e motivi geometrici e vi sono anche disegni di natura sessuale, con forme falliche.  La sua costruzione, probabilmente, si protrasse per qualche secolo e dovette interessare centinaia di uomini. Göbekli Tepe, ricorda vagamente Stonehenge, costruita 7000 anni dopo, ma non con blocchi di pietra tagliata grossolanamente bensì con pilastri di calcare finemente scolpiti a bassorilievo.

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Ecco una ricostruzione di come doveva essere in passato.

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Il recinto A, la prima struttura circolare ad essere stata scavata, è detta “l’edificio a colonne di serpente”, perché le rappresentazioni del serpente prevalgono nelle sculture sui pilastri a T, infatti oltre alle figure proprie di serpenti, si trova pilastri con una decorazione formata da rombi accostati che richiama molto da vicino le squame dei rettili. Un altro pilastro, tuttavia, rappresenta una “triade” il toro, la volpe e la gru, posti uno sull’altro.

Il recinto B misura nove metri di diametro e su entrambi i pilastri centrali si trova la figura di una volpe in atto di compiere un balzo. È il solo complesso scavato sino al livello del pavimento che rivela la superficie del terrazzamento. Il complesso è stato chiaramente concepito per ospitare questi pilastri monolitici, il che prova che i nostri antenati si trovavano a loro agio nel lavorare pietre gigantesche, e non soltanto nello scavo di cave ma anche nell’elaborazione e la decorazione.

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Il recinto C è chiamato “il cerchio del cinghiale”, perché descrive alcuni maiali selvatici. Restano nove pilastri intorno il muro, ma alcuni sono stati rimossi ad un certo momento in passato. Un pilastro mostra una rete di uccelli. Il complesso C è interessante perché una pietra a forma di U è stata trovata lì, e si ritiene che essa possa essere stata la pietra d’accesso. Questa pietra ha un passaggio centrale di 70 centimetri di larghezza, ed un lato della U è sormontata da una rappresentazione di un cinghiale; l’altro lato è purtroppo mancante. Caratteristica invece è la figura di un felino realizzata ad altissimo rilievo, quasi a tutto tondo.

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Il recinto D è chiamato “lo zoo dell’Età della Pietra”, è il più grande e si trova inoltre in un migliore stato di conservazione. Ha 2 pilastri principali e 12 alle pareti. Qui le figure più comuni sono quelle della volpe e del serpente, ma è possibile vedere anche arieti, gazzelle, scorpioni, asini e cinghiali, e non mancano i predatori ed i volatili. Qui si trova inoltre il pilastro con il maggior numero di immagini. Altre immagini sono quelle del crescente lunare, di bucrani, di uomini col fallo eretto e donna dai tratti sessuali ben evidenziati, di una croce, di una H normale e di una ruotata di 90°. Il pilastro n° 33 è il protagonista del complesso. Schmidt dichiara che le forme su questo pilastro rappresentano un linguaggio pittografico vicino ai geroglifici egizi e quindi ciò sia la prova che l’origine della scrittura è probabilmente molto più antica di quanto si pensi, il decimo millennio a. C.

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Sempre nel recinto D è molto importante la pietra dei “3 canestri”. Nella cosmologia spirituale, il paniere è il simbolo delle stagioni e le offerte della frutta, della fertilità e della santità. Nel Pentateuco (Torah) i tre canestri sono definiti come “tre giorni” e quindi forse simboleggiano tre giorni specifici dell’anno che potrebbero riguardare i due solstizi e il punto dell’equinozio. Il pilastro con questo simbolo guarda in direzione est ed è inciso anche il sole . Molti invece pensano che sia la rappresentazione stilizzata di una porzione di cielo di 12000 anni fa.

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Da un’altra parte sul sito, sul versante nord della collina, vi è una costruzione rettangolare chiamata “la costruzione con la colonna di leone”. I suoi quattro pilastri hanno delle rappresentazioni di esseri leonini, che potrebbero anche essere delle tigri o dei leopardi. In più un pilastro ha un graffito di 30 centimetri di altezza che rappresenta una donna rannicchiata che sembra partorire.

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Nello scavo Nord-Ovest è stato ritrovato una enorme pietra di 3 metri quadri con due entrate molto particolare e riccamente decorata con tre lunghe sculture quadrupedi (toro, montone e un gatto selvatico), un serpente lungo 1,5 m in altorilievo e una fila di fori a tazza. Purtroppo sembra che la pietra non è nel contesto architettonico originale ma le decorazioni mostrano chiaramente che era parte di un edificio importante.

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Si crede che presto l’area si allargherà ulteriormente: rilievi geomagnetici e sistemi radar hanno identificato altri 16 antichi anelli megalitici nelle vicinanze. Parrebbe così che solo il 5% del tempio sia stato portato alla luce. Oltre alle strutture megalitiche, sono state scoperte figure e sculture raffiguranti animali selvatici, figure umane stilizzate raffiguranti una un busto umano con le due braccia distese, prive di testa e su cui furono scolpiti alcuni particolari umanoidi, una testa e una statuetta che rappresenta una donna accovacciata chiamata la “signora di Gobekli Tepe”. Al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, il Doğuş Group turco ha annunciato che spenderanno 15 milioni di dollari nei prossimi 20 anni sul progetto, in collaborazione con la National Geographic Society. «Göbekli Tepe è il nostro punto zero», ha detto Ferit F. Şahenk, presidente del Doğuş Group, in un comunicato stampa.

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A Göbekli Tepe le coppie centrali di pilastri di ogni recinto presentano generalmente un orientamento in direzione Sud-Est e sembrano costituire un immaginario canale di osservazione verso il cielo. In generale l’orientamento delle colonne centrali dei differenti recinti è: nel recinto D, il più antico, i pilastri centrali sono orientati a circa 7° Est, Sud-Est, mentre quelli dei recinti C, B, A sono orientati rispettivamente a 13°, 20° e 35° est, sud-est. Secondo Robert Schoch, professore di Scienze Naturali presso l’Università di Boston, questa differente angolazione suggerisce che i costruttori realizzarono nuovi circoli orientati progressivamente verso est affinché fosse possibile seguire il movimento degli astri che si spostavano continuamente a causa della “precessione”. Più precisamente quali stelle stavano osservano i costruttori? La mattina dell’equinozio di primavera del 10.000 a.C., prima che il sole sorgesse ad est, un antico sacerdote-astronomo che si apprestasse ad osservare il cielo dal canale immaginario costituito dai due pilastri centrali del recinto D, poteva vedere chiaramente le sette stelle più brillanti caratterizzanti le Pleiadi, o Sette Sorelle, nonché la parte superiore della costellazione di Orione, il cacciatore celeste, la cui cintura era visibile poco sopra l’orizzonte alle prime luci dell’alba. Uno scenario simile si ripresentò anche in relazione alle pietre centrali del recinto C nel 9.500 e del recinto B nel 9.000 a.C. Dal recinto A è possibile osservare il medesimo spettacolo solo all’equinozio di primavera dell’8.500 a.C.  Da questi dati appare del tutto evidente come i nostri antenati osservassero attentamente la porzione di cielo nella quale era visibile Orione e la costellazione delle Pleiadi. Sebbene ad un primo impatto quest’ipotesi possa sembrare assurda, è doveroso evidenziare come da un lato la costellazione di Orione, facilmente riconoscibile in cielo per le sue importanti stelle caratterizzanti la cintura, è raffigurata come un torso umano senza testa. “Sulla base di queste considerazioni mi sembra lecito ipotizzare come i pilastri a T presenti a Göbekli Tepe fossero una rappresentazione terrena del busto di Orione, il cacciatore celeste, che i nostri antenati potevano osservare in quel preciso punto del cielo i determinati momenti dell’anno. Molto probabilmente nella figura di Orione si riconoscevano essi stessi in quanto popolo di cacciatori-raccoglitori ed in questo senso ulteriori conferme sembrano provenire dalle numerose decorazioni e sculture raffiguranti animali di ogni tipo”. In tal senso appare significativo quanto affermato dall’archeologo Schmidt secondo cui: «I pilastri non hanno né occhi né bocca, ma hanno le armi e le mani». Nello specifico del recinto D, sulla superficie di uno dei pilastri centrali sono scolpite le braccia, la cintura – un rimando alle stelle della cintura di Orione – e perizomi di pelle di volpe che possono rappresentare la Nebulosa di Orione in quanto di forma trapezoidale.

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Comprensibili le reazioni degli archeologi che da quasi 15 anni stanno lavorando sul campo e che hanno visto le loro credenze sciogliersi come neve al sole. “Gobekli Tepe cambia tutto”, spiega Ian Hodder, della Stanford University. David Lewis-Williams, docente di archeologia presso l’Università Witwatersrand a Johannesburg, dice: “Gobekli Tepe è il più importante sito archeologico del mondo”. Il professore universitario Steve Mithen dice: “Gobekli Tepe è troppo straordinario per la mia mente”.

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In un’intervista di Sabrina Pieragostini per Panorama, Linda Moulton-Howe, giornalista investigativa e ufologa, afferma: “Quando sei a Göbekli Tepe, è tutto così strano, manca un’umana comprensione di quello che è, del perchè sia così vasto”. E non ha dubbi dicendo che: “Quando ne discuti con gli archeologi, i geologi, gli scienziati che sono stati qui, quello che ne ricavi è l’idea che intelligenze provenienti da altri luoghi nell’Universo siano venute sul nostro pianeta, per migliaia e migliaia di anni, e abbiano costruito mezzi di comunicazione e fonti di energia, realizzando un processo di terraformazione.” Insomma, non saremmo stati noi a dare alla Terra il suo aspetto attuale, ma dei visitatori spaziali. Una teoria ampiamente esposta da vari ricercatori internazionali e nota come la “teoria degli Antichi Astronauti”, fortemente contestata negli ambienti della storiografia ufficiale. E continua: “Se si immagina la Terra come una sorta di giardino o di laboratorio, ci si avvicina ad una grande verità. Il nostro pianeta e probabilmente centinaia di altri pianeti sono stati visitati e trasformati. Le piramidi, i cerchi di pietra, i megaliti forse servivano per produrre energia gratis con una tecnologia che noi ancora non comprendiamo. Questo è il motivo che mi spinge a continuare la mia ricerca, per tentare di capire quale sia la relazione esistita, nel passato, con i non umani, quale sia il rapporto attuale e quale quello futuro.” E conclude: “Come mai i Governi e le strutture di potere, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, hanno deciso di portare avanti una politica di menzogna, per negare qualcosa di fondamentale, ovvero la conoscenza che noi umani non siamo soli in questo universo e che altre intelligenze sono andate e venute per milioni di anni? La nostra archeologia, quella che compie scavi in Turchia e ovunque nel mondo, trova testimonianze straordinarie che non possono essere spiegate come opera di una civiltà di contadini ed allevatori di migliaia di anni fa”.

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Gobekli Tepe proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso?  “La risposta è già a nostra disposizione, e la conosciamo da tempo se non fossimo ancora legati agli antichi pregiudizi a noi spesso tramandati come certezze scientifiche e cioe’ che non erano certo uomini delle caverne quelli che avevano simili conoscenze di ingegneria, matematica e lavorazione della pietra, o che potevano conoscere la scrittura, inventata millenni dopo” dice Schmidt e tutto ciò viene descritto nel suo libro “Sie bauten di ersten  Tempel”, edito in Germania da Beck e tradotto in italiano per “Oltre Edizioni” da Umberto Tecchiati, col titolo “Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle Piramidi”. Molto si è favoleggiato su questo complesso archeologico. Alcuni hanno addirittura scomodato gli scritti biblici, rivedendo in Gobekli Tepe la paradisiaca valle dell’Eden di cui si parla nel libro della Genesi. A detta di Klaus Schmidt: “Gobekli Tepe è un tempio dell’Eden e quanto ritrovato in questo sito rivoluzionerebbe l’archeologia moderna e rivaluterebbe le conoscenze sulle società del mesolitico. Un’ipotesi recente è che il sito fosse un luogo di raccoglimento religioso. Si trova in cima a una vetta, con una vista dominante sulle montagne circostanti e sulle pianure a sud. «All’epoca le persone si sarebbero incontrate regolarmente per tenere fresco il pool genico e scambiare informazioni», dice Jens Notroff, archeologo presso l’Istituto Archeologico Germanico che lavora sul sito. «È un punto di riferimento. Non si incontravano qua per caso». Ma come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso? Schmidt pensa che bande di cacciatori si riunissero sporadicamente nel sito, durante i decenni di costruzione, vivessero in tende di pelle di animali e uccidessero la selvaggina locale per nutrirsi e le molte frecce di selce trovate giocano a sostegno di questa tesi e sostengono anche la datazione del sito. Tutto ciò mostra che la vita degli antichi cacciatori-raccoglitori, in questa regione della Turchia, era di gran lunga più progredita e incredibilmente sofisticata di quanto si sia mai concepito. La storia dell’Eden, nella Genesi, parla di un’umanità innocente e di un passato di uomini semplici che potevano nutrirsi con la raccolta delle frutta dagli alberi, la caccia e la pesca nei fiumi, e trascorrere il resto del tempo in attività di piacere. Poi l’uomo “precipitò” in una vita più dura, con la produzione agricola, con la fatica incessante e quotidiana. Quando avvenne la transizione dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura stanziale, gli scheletri mutarono – per un certo tempo crebbero più piccoli e meno sani, perché il corpo umano si doveva adattare a una dieta più povera di proteine e ad uno stile di vita più faticoso. Allo stesso modo, gli animali da poco addomesticati diventano più piccoli di taglia. Ciò solleva la questione: perché l’agricoltura fu adottata da tutti? Molte teorie sono state proposte a partire dalle concorrenze tribali, la pressione della popolazione, l’estinzione di specie animali selvatiche. Ma Schmidt ritiene che il tempio di Gobekli Tepe riveli un’altra possibile causa. “Per costruire un posto come questo, i cacciatori devono essersi riuniti in gran numero. Dopo avere finito l’edificio, probabilmente rimasero riuniti per il culto. Ma poi scoprirono che non potevano alimentare tante persone con una regolare attività di caccia e raccolta. Penso, quindi, che abbiano iniziato la coltivazione di erbe selvatiche sulle colline. La religione spinse la gente ad adottare l’agricoltura.” La ragione per cui tali teorie hanno uno speciale peso è che il passaggio alla produzione agricola è accaduto prima proprio in questa regione. Queste pianure dell’Anatolia sono state la culla dell’agricoltura. Il primo allevamento di suini addomesticati del mondo era a Cayonu, a sole 60 miglia di distanza. Anche ovini, bovini e caprini sono stati addomesticati per la prima volta nella Turchia orientale. Il frumento di tutto il mondo discende da una specie di Farro – prima coltivata sulle colline vicino a Gobekli Tepe. La coltivazione di altri cereali domestici come segale e avena è iniziata qui.

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Hanno anche conosciuto una crisi ecologica. In questi giorni il paesaggio che circonda le misteriose pietre di Gobekli Tepe è arido e brullo, ma non è stato sempre così. Come le incisioni sulle pietre mostrano, e come resti archeologici rivelano, questa era una volta una ricca regione pastorale. C’erano mandrie di selvaggina, fiumi ricchi di pesce, e stormi d’uccelli; verdi prati erano inanellati da boschi e frutteti selvatici. Circa 12000 anni fa, il deserto curdo era un “luogo paradisiaco”, come dice Schmidt. Quindi, che cosa ha distrutto l’ambiente?

La risposta è: l’uomo.
Quando abbiamo iniziato l’agricoltura, abbiamo cambiato il paesaggio e il clima. Quando gli alberi sono stati tagliati, il suolo è stato dilavato via; tutto ciò che l’aratura e la mietitura hanno lasciato era il terreno eroso e nudo. Ciò che era una volta una piacevole oasi è diventata una terra di stress, fatica e rendimenti decrescenti. E così, il paradiso era perduto. Adamo il cacciatore è stato costretto ad allontanarsi dal suo glorioso Eden, come dice la Bibbia. Naturalmente, tali teorie potrebbero essere respinte in quanto speculazioni. Tuttavia, vi è abbondanza di prove storiche per dimostrare che gli scrittori della Bibbia, quando parlavano dell’Eden, descriveva questo angolo di Anatolia abitato dai Curdi. Nel Libro della Genesi, è indicato che l’Eden è a ovest dell’Assiria. Gobekli si trova in tale posizione. La stessa parola ‘Eden’ deriva dal sumerico e significa ‘pianura’; Gobekli si trova nella pianura di Harran Così, quando si mette tutto insieme, la prova è convincente. Gobekli Tepe, infatti, è un ‘tempio nell’Eden’, costruito dai nostri fortunati e felici antenati – persone che avevano il tempo di coltivare l’arte, l’architettura e il complesso rituale, prima che il trauma dell’agricoltura rovinasse il loro stile di vita, e devastasse il loro paradiso. E ‘una splendida e seducente idea. Eppure, ha un sinistro epilogo, dato che la perdita del paradiso sembra aver avuto un effetto strano e abbrutente sulla mente umana. . Intorno al 8000 a.C., i creatori di Gobekli seppellirono la loro realizzazione e il loro glorioso tempio sotto migliaia di tonnellate di terra, creando le colline artificiali sulle quali il pastore curdo camminava nel 1995. Nessuno sa perché Gobekli fu sepolto. Forse fu una sorta di penitenza: un sacrificio alla divinità della collera, che aveva gettato via il paradiso dei cacciatori. Forse fu per la vergogna della violenza e dello spargimento di sangue che il culto della pietra aveva contribuito a provocare. In una zona vicino a Gobekli Tepe infatti è stata ritrovata la prima pietra sacrificale che nascondeva anche teschi umani. Qualunque sia la risposta, i parallelismi con la nostra epoca sono notevoli. Quando contempliamo una nuova era di turbolenza ecologica, pensiamo che forse le silenziose pietre, vecchie di 12000 anni di Tepe Gobekli, stanno cercando di parlare con noi per metterci in guardia, perché stanno proprio dove abbiamo distrutto il primo Eden.

E probabilmente molto altro deve essere ancora raccontato.

Alfonso Morelli Team – Mistery Hunters

 

 

 

 

 

Fast Radio Buster: Naturali o Artificiali?

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Un Fast Radio Buster (FRB), in italiano lampo radio veloce, è un fenomeno astrofisico di alta energia che si manifesta come un impulso radio transitorio, con durata di pochi millisecondi. Si tratta di lampi molto luminosi nella banda radio provenienti da regioni del cielo esterne alla Via Lattea. La denominazione di ciascun lampo radio veloce è composta dalla sigla FRB seguita dalla data di rilevazione nella forma “AnnoMeseGiorno”. L’universo di per sé e i suoi innumerevoli corpi celesti, emettono segnali radio che però costituiscono una sorta di rumore di fondo, da filtrare per cercare di isolare quei segnali ritenuti interessanti e aventi specifiche caratteristiche. Per comprendere l’importanza della scoperta è necessario fare qualche passo indietro. Fino a una decina di anni fa, gli astronomi non sapevano nemmeno che esistessero i fast radio burst. Il primo fu scoperto quasi per caso nel 2007, il fenomeno divenne noto come il “lampo di Lorimer”, durante una revisione di alcuni dati forniti dal Parkes Observatory nel New South Wales in Australia. Da Parkes sono stati rilevati ben 16 dei 18 FRB scoperti tra il 2001 e il 2016.

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L’osservatorio ha come suo strumento principale un radiotelescopio con una parabola di 64 metri di diametro, con una gloriosa storia di oltre 50 anni alle spalle (ebbe per esempio un ruolo centrale per captare le trasmissioni tv in diretta dalla Luna quando ci fu l’allunaggio nel 1969). A differenza dei classici telescopi che osservano la luce visibile, un radiotelescopio rileva le onde radio emesse dai corpi celesti nell’Universo, consentendo quindi di spingersi molto più lontano nelle osservazioni rispetto a un normale telescopio con specchi e lenti. I radiotelescopi più potenti sono costituiti da una serie di antenne paraboliche, che lavorando insieme permettono di captare segnali a seconda del punto dell’Universo verso cui sono puntate. Un radiotelescopio deve essere puntato verso la direzione giusta e al momento giusto per captare un segnale che dura pochissime frazioni di secondo e che, nella maggior parte dei casi, non si ripeterà mai più. Anche se molti radiotelescopi sono costituiti da svariate parabole dal diametro di decine di metri, la porzione di cielo che può essere coperta da un’osservazione è infinitesimale, se comparata con la vastità della volta celeste.

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 La mancanza di una spiegazione convincente sulla loro causa ha portato a numerose ipotesi. Secondo alcuni, i fast radio burst si producono quando le stelle di neutroni (stelle iperdense, ciò che resta di un’esplosione stellare verso la fine del ciclo vitale di una stella) si scontrano tra loro o con altri corpi celesti. Altri ricercatori hanno ipotizzato che a generare i FRB siano alcune sfortunate stelle, pochi istanti prima di essere completamente risucchiate in un buco nero, mentre c’è chi teorizza che i repentini segnali radio siano prodotti dalle magnetar, stelle di neutroni con un campo magnetico gigantesco (miliardi di volte superiore a quello della Terra), che producono grandi emissioni elettromagnetiche. Nel 2010 fu annunciata la scoperta di altri sedici impulsi radio, rilevati sempre dall’osservatorio di Parkes e che presentavano caratteristiche analoghe a FRB 010724, salvo il fatto di essere di chiara origine terrestre. La scoperta dei pèriti (peryton in inglese), come furono chiamati, gettò un’ombra sull’interpretazione extragalattica per il lampo di Lorimer almeno fino al 2015, quando fu identificata la loro causa: i pèriti si manifestavano quando veniva aperto lo sportellino di un forno a microonde ancora in fase di riscaldamento in prossimità del telescopio.

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 I FRB sono molto sfuggenti ed è estremamente difficile localizzare il loro punto di origine in aree remote dell’Universo. La costanza è stata ripagata un paio di anni fa, quando è stato rilevato un fast radio burst  con una caratteristica che lo rende unico, almeno fra quelli conosciuti: si ripete. Sì chiama FRB 121102, dalla data della prima rilevazione, avvenuta il 2 novembre 2012 con l’antenna di Arecibo, nell’isola di Porto Rico. Nel novembre del 2015, l’astronomo Paul Scholz della McGill University di Montreal ha trovato, in dati di archivio di Arecibo, tra maggio e giugno del 2015, dieci ripetizioni non periodiche di un lampo radio veloce che per misura della dispersione e direzione della sorgente erano compatibili proprio con FRB 121102.

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Ciò ha portato innanzitutto ad ipotizzare che la causa dei lampi radio veloci non possano essere dei fenomeni distruttivi, come la collisione di buchi neri o stelle di neutroni, che non sarebbero ripetibili. Nel dicembre del 2016 è stata segnalata la scoperta di altre ripetizioni nella stessa porzione di cielo, date dalle osservazioni svolte dall’antenna di Arecibo e da un gruppo di ricerca guidato da Shami Chatterjee, della Cornell University, che ha utilizzato le 27 parabole dei radiotelescopi del Very Large Array (VLA) nel New Mexico. Le coordinate ottenute sono state poi inserite negli strumenti dell’Osservatorio Gemini, che ha un telescopio ottico nell’emisfero nord (Hawaii) e uno in quello sud (Cile), e finalmente nel gennaio 2017 è stato annunciato che lo studio ha permesso di identificare la sorgente del segnale in una piccola galassia nana (pochi miliardi di stelle a fronte dei 200/400 miliardi della nostra, la Via Lattea) distante oltre 3 miliardi d’anni luce dalla Terra, vicino la costellazione dell’Auriga. La scoperta, che si è guadagnata la copertina di Nature, è stata possibile grazie anche alla collaborazione con le antenne della European VLBI Network (EVN),fra le quali quella da 32 metri di Medicina dell’INAF, in provincia di Bologna, controllati dal JIVE (Joint Institute for VLBI in Europe) in Olanda.

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«La sensibilità combinata dei telescopi della rete EVN, la grande distanza che li separa l’uno dall’altro e le capacità uniche del processore dati centrale di JIVE, permettono di individuare eventi di appena un millesimo di secondo con una precisione di puntamento in cielo di circa 10 milliarcosecondi: equivalenti più o meno alla dimensione apparente che avrebbe, vista dai Paesi Bassi, una palla da tennis situata a New York», dice uno dei coautori dell’articoli, Zsolt Paragi, del JIVE. «I fast radio bursts sono uno fra i più interessanti fenomeni astrofisici scoperti nel corso degli ultimi dieci anni. Dieci anni durante i quali non eravamo ancora riusciti a individuare l’esatta provenienza di queste esplosioni energetiche. La nuova scoperta, realizzata anche grazie alla partecipazione dei radiotelescopi che abbiamo in Italia è motivo di grande eccitazione, perché fornisce un’informazione nuova e cruciale per comprendere la fisica di questo fenomeno: la distanza dell’oggetto d’origine, individuato con precisione in una remota galassia», sottolinea Steven Tingay, responsabile dell’Unità Scientifica per la radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e direttore dell’Istituto di Radioastronomia dell’INAF di Bologna. Sapere che l’origine di FRB 121102 si trova in una galassia nana può essere un indizio cruciale per determinarne la natura. Il gas presente in queste galassie è relativamente primitivo, almeno rispetto a quello che incontriamo nella Via Lattea e offre dunque un ambiente favorevole alla formazione di stelle assai massicce. Osservando ciò gli scienziati suggeriscono che una possibile causa degli FRB sia proprio il collasso di una di queste stelle. «Tuttavia, dobbiamo essere prudenti», raccomanda Tingay riguardo alle congetture sul possibile meccanismo d’origine. «La storia decennale dello studio degli FRB è una storia di false partenze e di vicoli ciechi, tre passi avanti e due indietro. Non dimentichiamo, poi, che questo particolare FRB è molto speciale: della ventina che conosciamo, è l’unico che si ripete. Pertanto, è anche possibile che a produrlo non sia lo stesso tipo di processo alla base degli altri. In ogni caso, è un risultato che segna un importante progresso in quest’affascinante ambito di ricerca». Spiega Daniele Malesani, astronomo italiano presso l’Università di Copenhagen, che ha partecipato alla campagna osservativa successiva alla scoperta del FRB 121102 «Dai calcoli si può stimare che in pochi millesimi di secondo quella sorgente ha liberato tanta energia quanta quella che in nostro sole irraggia in un giorno intero».

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Ci sono altri 3 importanti FRB che sono stati studiati in questo decennio e sono quello scoperto da Masui, astronomo presso la University of British Columbia e il Canadian Institute for Advanced Research e Jonathan Sievers, dell’Università di KwaZulu-Natal a Durban, in Sud Africa, denominato FRB 110523, l’ FRB 150418 rilevato a Parkes in Australia e studiato anche dal Sardinia Radio Telescope (SRT) dell’INAF e dal telescopio Subaru dell’Osservatorio Nazionale del Giappone (NAOJ), sulle isole Hawaii e quello catturato da da Vikram Ravi del Caltech e Ryan Shannon della Curtin University, rinominato FRB 150807. Il primo è importante perché conteneva dettagli sulla sua polarizzazione che non erano mai stati identificati fino ad allora infatti prima della rivelazione di questo segnale, ai FRB era stata associata solo una polarizzazione circolare ma grazie ad esso è stato possibile individuare sia la polarizzazione circolare che quella lineare. La polarizzazione è una proprietà della radiazione elettromagnetica e indica sostanzialmente l’orientamento dell’onda. Gli occhiali da sole polarizzati sfruttano questa proprietà per bloccare una parte dei raggi solari e i film in 3D la usano per ottenere l’illusione della profondità. I ricercatori hanno utilizzato queste informazioni aggiuntive per determinare che il segnale radio del FRB presentava rotazione di Faraday, una torsione che le onde acquisiscono passando attraverso un intenso campo magnetico. «Sepolto all’interno di un set di dati enorme, abbiamo trovato un segnale molto particolare, che mostrava tutte le caratteristiche note di un Fast Radio Burst, ma anche una componente di polarizzazione in più, mai osservata prima”, ha detto Sievers. Inoltre, le misure di dispersione caratteristiche dei lampi radio, che hanno permesso di scartare altri segnali in una mole di dati di 40 terabyte, possono essere utilizzate per ottenere la regione a cui appartiene la sorgente infatti questo segnale è stato collocato in maniera molto precisa a 6 miliardi di anni luce. In questo caso, la misura esclude i modelli che chiamano in causa le stelle della nostra Galassia e, per la prima volta, dimostra che il FRB deve aver avuto origine in un’altra galassia. «Presi insieme questi dati ci danno più informazioni sui FRB di quante ne abbiamo mai ottenute, e ci forniscono importanti vincoli su questi eventi misteriosi», conclude Masui. «Inoltre, ora abbiamo un nuovo strumento molto interessante che snellisce la ricerca nei dati d’archivio, e questo ci permetterà di scoprire altri FRB e di avvicinarci ad una comprensione migliore della loro natura».

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Il secondo è stato molto studiato perché il segnale radio, pur affievolendosi progressivamente, è stato registrato per circa 6 giorni. Grazie a queste informazioni i ricercatori sono riusciti a individuare la posizione del FRB con una precisione circa 1000 volte migliore rispetto agli eventi precedenti infatti è stata identificata in una remota galassia ellittica, distante circa 6 miliardi di anni luce da noi.  L’osservazione ottica ha permesso anche di misurare il redshift, cioè la velocità alla quale la galassia si allontana da noi a causa dell’espansione accelerata dell’Universo. Oggi i modelli teorici predicono che l’universo sia composto per il 70% di energia oscura, per il 25% di materia oscura e per il 5% di materia ordinaria, quella di cui facciamo esperienza quotidiana. Tuttavia gli astronomi, pur facendo la lista di tutta la materia ordinaria che osserviamo nelle stelle, nelle galassie e nelle vaste regioni permeate di idrogeno diffuso, erano riusciti finora a identificare solo circa la metà della materia ordinaria attesa: il resto non poteva essere visto direttamente, ed è stato dunque denominato come “materia mancante”. “La buona notizia è che le nostre osservazioni sono in accordo col modello teorico: abbiamo trovato la materia mancante” affermò Evan Keane, Project Scientist presso la Square Kilometre Array Organisation, e continuò“ È la prima volta che un lampo radio viene utilizzato per condurre una misura cosmologica”.

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Il terzo è il più luminoso di tutti e Andrea Possenti, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica commentò: «Lo studio aggiunge un esemplare, il più brillante, ad una famiglia finora poco numerosa e che quindi si arricchisce sostanzialmente con l’inserimento di ogni nuovo membro. In più, rispetto alle due decine di FRB noti, questo FRB ha il vantaggio di mostrare una percentuale di polarizzazione lineare elevatissima, dell’ordine dell’80 per cento. Ciò ha permesso una determinazione accurata della cosiddetta “misura di rotazione”, ossia dell’effetto prodotto dal campo magnetico attraversato dal segnale radio sulla direzione della polarizzazione del segnale stesso».

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Ma un nuovo studio, pubblicato su Astrophysical Journal Letters, ipotizza che questi fenomeni misteriosi potrebbero in realtà essere associati ad altre forme di vita nello spazio. Addirittura, potrebbero costituire una prova di tecnologia aliena avanzata: futuristici trasmettitori delle dimensioni di un pianeta, costruiti per alimentare sonde interstellari in galassie distanti. Ad ipotizzare che possano essere segnali artificiali, e quindi provenienti da una ipotetica civiltà aliena, non è l’ennesima e fantasiosa ipotesi di un qualche ufologo, ma di alcuni astrofisici di tutto rispetto dello statunitense Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Dopo dieci anni di ascolto di radiosegnali provenienti dall’universo, il team di esperti, coordinato da Manasvi Lingam e Abraham Loeb, racconta sulla rivista Astrophisical Journal Letters come tali fenomeni, potrebbero essere potenti segnali creati dalla tecnologia molto avanzata di una lontana popolazione aliena. Uno scenario fantascientifico? Non così tanto, secondo Loeb: “I segnali radio veloci sono estremamente luminosi, considerando la loro breve durata e il fatto che le loro sorgenti sono molto distanti. Non abbiamo ancora trovato una fonte naturale plausibile, quindi vale la pena contemplare l’ipotesi che possa esistere una fonte artificiale”. Loeb e Lingam hanno esaminato la fattibilità di creare un trasmettitore radio abbastanza forte da essere rilevabile a distanze così immense. Hanno scoperto che, se il trasmettitore è alimentato da luce solare, la luce concentrata su un’area pari a un pianeta di dimensioni due volte quelle della Terra potrebbe essere sufficiente a generare l’energia richiesta. Un progetto costruttivo di questo genere è ben al di là della nostra tecnologia, ma non è in contrasto con le leggi della fisica. Inoltre hanno preso in considerazione il fatto che un simile trasmettitore possa essere sostenibile da un punto di vista ingegneristico o se le immense energie coinvolte potessero fondere ogni struttura sottostante. Nuovamente hanno scoperto che un dispositivo raffreddato ad acqua potrebbe far fronte al calore. Hanno calcolato anche quale potrebbe essere la dimensione di una “sonda” spinta da un’energia simile a quelle dei FRB, giungendo alla conclusione che potrebbe pesare anche un milione di tonnellate, ossia oltre 20 volte le nostre più grandi navi da crociera. «Si potrebbe immaginare una nave interstellare, o intergalattica, in grado di trasportare un gran numero di persone per generazioni intere: una nave generazionale», commenta Loeb.“Sarebbero, quindi, abbastanza grande per il trasporto di persone tra le distanze interstellari o anche intergalattiche” spiega Lingam. Dalla Terra quello specifico impulso radio potrebbe essere osservato solo per un breve instante, perché l’ipotetica astronave, il pianeta di partenza così come la stella e la galassia sono in movimento.

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“Questo straordinario risultato indica un fenomeno astronomico ancora sconosciuto o inusuale, o potrebbe indicare che si tratta di una vasta rete di comunicazione aliena, e che l’universo pullula di forme di vita intelligenti”, afferma Nigel Watson, autore del famoso libro “Manuale sulle indagini sugli UFO”. E continua: “Ogni segnale insolito dallo spazio ci incoraggia a chiederci se questo provenga da una civiltà aliena. Questo segnale sembra così sfuggente e difficile da interpretare e dovrebbe essere un candidato per ulteriori analisi. Sarebbe fantastico se si trattasse di un segnale alieno, come la consapevolezza che non siamo soli in questo vasto universo avrebbe un impatto drammatico sulla nostra percezione del nostro posto nello schema delle cose.” Loeb  comunque ha sottolineato che tutto ciò è una pura ipotesi speculativa, ma alla domanda se crede davvero che gli FRB possano essere emissioni artificiali ha risposto: «La scienza non è una materia di fede ma di prove. Decidere cosa è probabile, prima di una ricerca, limita la ricerca stessa. Vale sempre la pena avanzare nuove idee e ipotesi, e lasciare che siano poi i dati a parlare».

Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

I PRIMI NEANDERTHAL ERANO ROMANI

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Viveva a Roma la più antica comunità di Neanderthal di cui sia mai stata trovata traccia diretta in Europa. Lo dimostra uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con i paleontologi delle Università della Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre, e dell’Università americana del Wisconsin-Madison, su resti di ossa animali, su alcuni strumenti litici e su due crani appartenenti all’uomo di Neanderthal, il primo rinvenuto nel 1929 dal duca Mario Grazioli, proprietario della cava di ghiaia di Sacco Pastore, località della campagna romana sulla riva sinistra del fiume Aniene, il secondo nel 1935, nella stessa località, dai paleoantropologi Alberto Carlo Blanc e Henri Breuil, conservati presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.

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Alberto Carlo Blanc e Henri Breuil.

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Crani di Sacco Pastore

I risultati, pubblicati sulla rivista Plos One (clicca qui per leggere l’intero studio), aprono nuovi scenari sulle tappe dell’evoluzione dell’uomo e sui flussi migratori attraverso il Vecchio Continente.  La conferma è venuta dal riesame dei resti fossili di daini, ritrovati insieme ai resti umani, appartenenti alla sottospecie Dama dama tiberina, caratteristici dello stadio isotopico tra 8.5 e 7, che equivale ad un intervallo di tempo ben definito tra 295mila e 245mila anni fa. I dati faunistici, uniti agli strumenti in selce dell’industria litica preistorica ritrovati in quattro località vicine a Sacco Pastore (Ponte Mammolo, Sedia del Diavolo, Casal de’ Pazzi e Monte delle Gioie), confermano che quel territorio non può essere più giovane di 200mila anni, in sostanziale accordo con la stima geologica, di un’età di circa 250mila. La scoperta è importante se si considera che la stessa età di 295mila anni è stata ipotizzata dai paletnologi inglesi per gli strumenti in selce ritrovati sui terrazzi fluviali del Solent river, poco a sud di Londra, che sono attribuiti alle prime presenze dell’uomo di Neanderthal in Europa.

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“Sono più vecchi di oltre 100.000 anni rispetto a quanto sinora ritenuto, portando l’età del Neanderthal in Italia a 250.000 anni fa”, rileva il responsabile dello studio, Fabrizio Marra, dell’INGV. E continua: “il lavoro è partito dal punto in cui i ricercatori erano giunti un anno e mezzo fa, quando avevano dimostrato, attraverso la correlazione tra cicli sedimentari e variazioni globali del livello del mare, che i terreni in cui erano stati ritrovati i due crani erano molto più antichi di quanto sino allora ritenuto. Si è evidenziato che nessuno di questi reperti presenta caratteri tali da implicare un’età di 125.000 anni, come ipotizzato negli studi precedenti, mentre risultano del tutto compatibili e oltremodo simili ai sedimenti attribuiti e datati 250.000 anni”. “I resti della Valle dell’Aniene costituiscono la più antica evidenza diretta della presenza dell’uomo di Neanderthal sul continente europeo”, precisa Marra. “Gli uomini di Neanderthal potrebbero essere stati pertanto i protagonisti di una nuova antropizzazione dell’Europa avvenuta più di 250.000 anni fa: anche allora passando attraverso un’Italia ospitale, almeno dal punto di vista climatico, dove proprio nella sua capitale avrebbero stabilito una delle prime comunità”.

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I resti portati alla luce in Italia non sono molto numerosi rispetto all’Europa continentale. Prima di questo studio, l’esemplare di Neanderthal più antico ritrovato in Italia era l’Uomo di Altamura, scoperto in Puglia, incastonato in una cava di calcare nel 1993. Le analisi dei depositi di calcio sullo scheletro datano il reperto dai 128.000 ai 187.000 anni fa. Lo scheletro è rinomato per aver fornito il più antico campione di DNA estratto da sempre da un uomo di Neanderthal.

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Anche in Calabria sono stati ritrovati alcuni di questi rarissimi resti: una porzione cranica a Nicotera (Vibo Valentia) in Contrada Ianni di San Calogero e una mandibola a Reggio Calabria nel quartiere Archi.

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Le ultime tracce dei Neanderthal si perdono in Crimea sul massiccio Ak-Kaya. Qui Neanderthal e Sapiens vissero insieme per un certo periodo di tempo, nelle stesse condizioni climatiche e ambientali.

I Neanderthal prendono il nome dalla valle di Neander presso Düsseldorf, in Germania, dove vennero ritrovati i primi resti fossili. Erano simili agli esseri umani in apparenza, anche se erano più bassi e tarchiati. I loro volti generalmente presentavano un naso largo, una arcata sopraccigliare prominente e zigomi angolati. Sono i nostri parenti estinti più stretti. Fiorenti in Europa per gran parte del Pleistocene, i resti dei Neanderthal sono stati trovati in tutto il continente, dalla costa del Mar Nero della Russia alla costa atlantica della Spagna. Fu un “Homo” molto evoluto, in possesso di tecnologie litiche elevate e dal comportamento sociale piuttosto avanzato, al pari dei Sapiens di diversi periodi paleolitici. Convissuto nell’ultimo periodo della sua esistenza con lo stesso Homo Sapiens, l’Homo Neanderthalensis scomparve in un tempo relativamente breve, evento che costituisce un enigma scientifico oggi attivamente studiato. Le presunte teorie vanno dagli effetti dei Sapiens, attraverso una maggiore competizione violenta per il cibo e per le risorse, dalla trasmissione involontaria di fatali malattie o dalla selezione sessuale,  al cambiamento climatico o anche ad una importante eruzione vulcanica. L’analisi del DNA ha rivelato che il genoma dell’Homo Sapiens e dell’Homo Neanderthalensis è identico al 99,84% e che hanno meno di 100 proteine che differiscono nella loro sequenza amminoacidica. Tuttavia, nonostante la strabiliante somiglianza genetica, le due specie contano differenze fondamentali. In altre parole, le differenze tra le due specie potrebbero essere valutate con una serie di interruttori on/off che attivano o meno parti del DNA.

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Sapiens e Neanderthal si incrociarono più volte nell’Europa di 50 mila anni fa, ma non furono in grado di generare prole sana, in particolare, figli maschi in grado di perpetuare un nuovo mix umano. Lo rivela uno studio di Michael Barton, archeologo della School of Human Evolution and Social Change dell’Arizona State University, sulla genetica dei nostri lontani “cugini” effettuato non sul DNA mitocondriale (quello trasmesso dalla madre), ma sul cromosoma Y di un maschio Neanderthal vissuto a El Sidrón (Spagna) 49 mila anni fa. Le analisi dimostrano che quel cromosoma sessuale è completamente diverso da quello dell’uomo moderno: in pratica, del cromosoma Y dei Neanderthal non c’è più traccia nel DNA dei maschi Sapiens. E questo, nonostante europei ed asiatici abbiano ereditato dall’1 al 3% del patrimonio genetico (si parla di un 20%, forse di un 30%, se invece si considera complessivamente tutto il materiale genetico) dei vicini ominidi come afferma uno studio di Svante Pääbo dell’Harvard Medical School di Boston, uno dei fondatori della paleogenetica. Il DNA del Neanderthal spagnolo presenta mutazioni in tre diversi geni immunitari, uno dei quali produce antigeni che scatenano una risposta immunitaria nelle donne incinte, causando l’aborto dei feti maschi recanti quel gene. In pratica, anche se Sapiens e Neanderthal si incrociarono, anche in tempi relativamente recenti, furono incapaci di generare maschi sani: rimasero vicini, ma separati. Una distanza che avrebbe decretato il declino definitivo dei Neanderthal. Generazione dopo generazione, il DNA dei Neanderthal si sarebbe disperso, assorbito da quello delle popolazioni di Homo Sapiens, molto più numerose.

I Neanderthal comunque sono tra noi. Meglio, dentro di noi con una variante di un gene che regola le funzioni della cheratina, una proteina che aiuta la pelle, i capelli e le unghie che ci avrebbe avvantaggiato in un ambiente freddo. Ma anche con varianti correlate al diabete di tipo 2, alla malattia di Crohn, alla cirrosi biliare, al lupus. Sarebbe questa l’eredità dei Neanderthal che noi Sapiens ci portiamo dietro da almeno 40 mila anni.

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 Il businessman della valle di Neander che veste Armani al Neanderthal Museum di Mettmann in Germania.

 

Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Triora la Salem Italiana

Avete mai sentito parlare di “Inquisizione”?
Credo tutti, almeno una volta nella vita. Il termine racchiude in sé dolore, sopruso, ingiustizia, rabbia. Molte sono state le sue vittime, la maggior parte innocenti, con metodi poco ortodossi e senza rispetto per la vita umana. Un termine che non conosce confini.
E in Italia? Parlando del nostro Paese, particolarmente eclatante il caso della città di Triora, che nel 1587 circa era strategica dal punto di vista commerciale, essendo podesteria di Genova. Ricopriva un ruolo fondamentale negli scambi commerciali tra Italia, Francia e Mediterraneo tutto. In quegli anni fu al centro di una grave carestia, che stava mettendo a dura prova tutta la popolazione. La popolazione viveva nella costante paura della morte, e si ricercava una causa a tutto ciò; in quel periodo era decisamente frequente che venisse usata la medicina naturale, quindi erbe aromatiche e medicinali, ma quello che accadde a Triora lascia ancora oggi molti senza fiato. Si scatenò infatti una psicosi verso tutte quelle persone che erano in grado di guarire tramite le erbe, vennero accusate di stregoneria, di avere sottoscritto un patto con il Demonio che si serviva dunque di loro per ottenere i suoi scopi malvagi.


Complice l’ignoranza, mista alla paura e la religione che fomentava ogni genere di fobia, si diffuse questa convinzione. Intervenne l’Inquisizione e a quel punto non c’era più niente da fare. Venti persone incarcerate ingiustamente, case adibite a prigioni, torture e sevizie di ogni genere pur di ottenere una confessione di qualcosa mai commesso. Molte sono state le vite che vennero stroncate.
Fu inviato a Triora un Commissario di giustizia. In effetti, tra le altre enormità giuridiche rammentiamo che tutte le donne che fossero “nominate” da quelle già inquisite e torturate erano, a loro volta, inquisite e torturate immediatamente, senza che fossero giudicate giustamente e processate, e ciò accadeva con tale continuità, che praticamente quasi tutte le donne del circondario erano diventate “streghe”, a iniziare dalle plebee per finire con quelle di più alto livello socio-economico. Ma il peggio doveva venire: caso volle che il nuovo Commissario, Giulio Scribani, sul quale si nutriva grande fiducia per competenza e rettitudine, fosse misogino e totalmente imbevuto del pregiudizio fondante la caccia alle streghe. Ciò che accadde successivamente è facilmente immaginabile in quanto la psicosi unita all’ignoranza, portarono alla morte di venti donne ed un uomo.
Triora passò dunque alla storia come la Salem italiana, anche se il suo rapporto con il mistero parte dalle origini: lo stemma di Triora contiene l’immagine di Cerbero, cane a tre teste che sta a guardia degli inferi. Non è difficile rimanere affascinati da un borgo talmente colmo di mistero e storia, ma bisogna anche ammettere che molto probabilmente tutta questa situazione è stata creata “ad hoc” per una questione meramente economica. Creare una carestia lì a Triora, ritenuta il granaio d’Italia, per alzare i prezzi del grano, e spostare automaticamente l’attenzione da processi ben più gravi ed importanti che sono così passati in secondo piano. Questa dunque la vera motivazione di tanta cattiveria, incrementare la produzione di grano e alzare i prezzi improvvisando una carestia di cui vennero accusate le streghe. Tutta questa sofferenza ha avvolto Triora in un’atmosfera misteriosa e oscura che ancora oggi è percepita vividamente.


Nel maggio del 2000, il congresso della stregoneria si è riunito proprio a Triora e dopo giorni di convegni, ha deciso di organizzare un’escursione notturna per il borgo e visitare così i luoghi protagonisti del processo. Alcuni dei partecipanti all’escursione hanno avvertito dei malori, ai quali però non si è dato peso in quell’istante, solo successivamente, analizzando le foto e i video fatti quella sera, i protagonisti della vicenda si sono resi conto di alcune luci che si muovevano velocemente, probabilmente “orbs”, agglomerati di materia primordiale dunque, intorno a loro e di alcune forme umanoidi in una nube bianca. Gli stessi partecipanti al congresso hanno aspettato qualche giorno prima di rendere pubblico l’accaduto poiché credevano fossero foto fuori fuoco o difetti delle apparecchiature; controllando e verificando poi però si sono resi conto della veridicità di quello che stavano vedendo. Episodio probabilmente isolato, ma che non ha fatto altro che aumentare il mistero intorno a quello che è considerato uno dei borghi più spaventosi al mondo. Gli stessi abitanti successivamente hanno ammesso di aver visto spesso delle presenze aggirarsi per il borgo, soprattutto nella zona di Cabotina, quartiere periferico malfamato dove si narrava che le streghe si incontrassero per svolgere i loro Sabba e per preparare gli unguenti e gli incantesimi che avrebbero poi causato la carestia. La presenza più “famosa” sarebbe quella di Isotta Stella, nobil donna di Triora tra le prime ad essere accusata di stregoneria. Naturalmente la leggenda sguscia nei meandri del tempo, ma tra gli abitanti resiste la convinzione che effettivamente quel posto incantato e misterioso non sia mai stato abbandonato da coloro che lì hanno vissuto i loro ultimi giorni di vita.
Naturalmente cavalcando l’onda dell’entusiasmo e del turismo, il comune di Triora ha non solo aperto un museo sulla storia della città e sui suoi usi e costumi, ma sulla stregoneria in genere e sull’episodio che ha riguardato il borgo. All’interno dello stesso vi sono sia sezioni storiche dunque, sia una sezione, ubicata nelle cantine dello stabile, dove in origine furono imprigionate le donne; sono state ricostruite alcune scene come gli interrogatori e la prigionia e all’interno di tutto il museo sono state dislocate statue che riproducono l’immagine classica e stereotipata della strega, a cavallo di una scopa ad esempio. Sono contenuti anche dei documenti del processo, ma gli atti originali del processo sono andati persi quasi totalmente.


Tutto questo e molto altro è Triora, luogo magico, circondato dalla natura, avvolto nel mistero e sospeso nel tempo, in un tempo in cui magia e scienza erano un’anima sola.

Annachiara Mele – Team Mistery Hunters