La Madre Geometrica : Vesica Piscis.

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La geometria sacra è un insieme di rapporti e formule che permettono all’uomo di rimanere in contatto con tutte le emanazioni energetiche che giungono costantemente dal cosmo. La geometria sacra è la struttura morfogenica che sta dietro la realtà stessa, è l’immagine della struttura del cosmo e può essere utilizzata come lettura simbolica rappresentativa dell’universo. E’ presente in ogni cosa e nell’armonia geometrica di ogni struttura si ritrova la proporzione evolutiva di ogni elemento dell’universo, di cui rappresenta la verità trascendentale. Con la geometria, l’architettura sacra esprime i concetti più complessi per trasmetterli. Molti scienziati sono convinti che la matematica sia il mezzo con cui spiegare la realtà, ma il vero salto sarà fatto quando sposteranno la loro attenzione sulla forma, unica generatrice delle leggi fisiche.

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La geometria sacra a volte viene chiamata linguaggio della luce o linguaggio del silenzio, questo è molto significativo, in quanto è a tutti gli effetti un linguaggio, è l’idioma attraverso il quale viene creata ogni cosa. E’ recente la scoperta scientifica, che ha dimostrato che il nostro cervello trasforma tutte le informazioni in entrata in immagini, prima di trasformarle in pensieri, parole e concetti e lo stesso avviene in uscita. E’ pertanto dimostrato che il cervello umano funziona per archetipi. Gli archetipi e le icone della geometria sono realtà assolutamente perfette, immutabili, senza tempo e scaturite direttamente dalla “Mente di Dio”. Un’immagine, quasi sempre geometrica, nasconde un significato a volte anche molto complesso.

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Nel simbolo sono spesso racchiusi diversi concetti contemporaneamente, può considerarsi praticamente un codice contenente una mola enorme di informazioni che si trasferiscono nel cervello in maniera subliminale. L’universo è vibrazione, e i principi della Geometria Sacra sono direttamente corrispondenti a tutti i fenomeni di forma d’onda. Tutte le vibrazioni. La Scienza è d’accordo, l’Universo è vibrazione, e la geometria è vibrazione manifesta a livello visivo sul piano del tempo e dello spazio. La Geometria Sacra è l’architettura dell’universo.

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Dall’ archetipo più semplice rappresentato dal punto, l’idea più semplice possibile, l’unità, la prima dimensione, l’onnipresente-onnipotente centro, la radice di tutto il pensiero olistico “IL TUTTO È UNO”,

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si passa all’universo bi-dimensionale con la divisione del punto singolo in due punti, la dualità, formando la prima relazione architettonica dell’Universo e allo stesso tempo creando la prima unità di misura astratta: lo spazio. Improvvisamente, il punto A è qui e il punto B è lì.

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Le potentissima energia contenuta nella prima relazione bi-dimensionale dell’universo (I Due Punti) si manifesta come un moto duale: il moto diritto (dal punto A al punto B) e il moto circolare (il punto B intorno al punto A). Questo movimento duale è chiamato Il Raggio/Arco. E’ il moto radice, il Big Bang concettuale. Tutte le varie energie dell’universo sono ricondotte al gioco tra il Raggio e l’Arco. Il Raggio/Arco è lo Yin e Yang, Luce e Ombra,Sinistra e Destra, Su e Giu, Madre e Padre… e così via. Tutte le manifestazioni di dualità vengono ricondotte al Raggio/Arco.

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Il rapporto senza tempo, sempre tenuto all’interno del Raggio/Arco, espresso scientificamente come Pi-greco (è un numero trascendente o cosiddetto irrazionale avente un valore di 3.14159265. Ai fini pratici, il valore è approssimato a 3,1416), è la formula matematica principale e si sviluppa visivamente per diventare la prima forma chiusa della Geometria Sacra, il Cerchio. Il Cerchio è l’unione e unità, è la manifestazione bi-dimensionale del Singolo Punto. Esso è anche l’essenza del Mandala, poichè contiene TUTTO in sé.

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La prima forma (Il Cerchio) viene creata ruotando il punto B attorno al punto A. Ma I Due Punti sono gemelli perfetti con eguale potenziale, e il punto A può anch’esso ruotare attorno al punto B usando il medesimo raggio. Questa naturale polarità, questo scambio di ruoli, produce un altro cerchio che interseca quello precedente creando la prima forma sovrapposta della Geometria Sacra, chiamata “I Due Cerchi Di Raggio Comune”.
Questi due cerchi sovrapposti con un raggio comune, creano la seconda forma chiusa della Geometria Sacra. Gli antichi chiamavano questo archetipo la Vesica Piscis. Il nome latino, che letteralmente significa “vescica di pesce”, deriva dall’osservazione che la forma di questa figura ricorda quella della vescica natatoria dei pesci. OGNI forma dimensionale di questo cosmo evolve da questa struttura. Questa figura può essere considerata “il grembo materno dell’universo”, infatti da essa, a ingrandimento continuo, si formano le altre strutture.

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Come prima figura si forma il petalo, creato ruotando i primi due punti (A & B) intorno ai nuovi punti di intersezione C & D (i primi figli dell’universo, i gemelli), formato da quattro cerchi di raggio comune e cinque Vesica Piscis, e che rappresenta l’essenza della famiglia rivelata nella Geometria Sacra: i genitori (cerchi 1 e 2) e i figli (cerchi 3 e 4), il cuore della famiglia. Chiamato la “forma-seme” dato che tutte le forme necessarie sono ora presenti.

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Le altre figure sono create tracciando nuovi cerchi attorno ai nuovi punti E,F,G,H e poi così via, dando vita ad un’infinità di Punti, Cerchi, Vesica Piscis e Petali per formare quella che viene chiamato “Il Primo Motivo della Natura” o “Motivo della Creazione” di cui fanno parte il “Germe della vita”, il “Seme della vita”, il “Fiore della Vita” e inscritte in esso altre figure come l’”Albero della Vita” o il “Cubo di Metatron”. Esso è il motivo bi-dimensionale perennemente in espansione che, a livello concettuale, percorre l’intero universo. In altre parole la Matrix, la Griglia Sacra attraverso la quale la Vita si manifesta. Per comprendere ancora meglio il Primo Motivo della Natura è però necessario capire che nella realtà, questa griglia si sviluppa in tre dimensioni, e dove vediamo dei cerchi dovremmo invece immaginare delle sfere che si intersecano, non su un piano, ma in una rete infinita che si espande in tutte le direzioni.

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Da uno dei suoi centri infiniti, il Primo Modello della Natura si divide naturalmente in dodici parti uguali. Questi 12 fette uguali sono di 30 gradi ciascuna e sono alla base dell’antico Sistema delle 12 Case Astrologiche. Questa divisione naturale è anche la responsabile per il nostro orologio di 12 ore e quindi del nostro metodo di divisione del tempo.

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Ritornando alla “Struttura Madre”, cioè la Vesica Piscis o Mandorla Mistica, di per sé è un simbolo arcaico semplice ma dalla grande forza evocativa e simbolica che accompagna la spiritualità umana da millenni.

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Questa figura ha differenti proprietà geometriche che l’hanno resa oggetto di numerose speculazioni filosofiche ed esoteriche nel corso dei secoli. Si può innanzitutto osservare che tracciando il tratto orizzontale mediano e unendo i suoi estremi con i due vertici, si vengono a formare al suo interno due triangoli equilateri uguali e contrapposti. In pratica, essi simbolicamente rappresentano il “Doppio Ternario”, attivo e passivo, maschile e femminile, che portati l’uno sull’altro formano un altro ben noto simbolo della Tradizione: l’Esagramma, o Stella di Davide.

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La particolare costruzione della Vesica Piscis fa sì che il rapporto tra la sua altezza e la sua larghezza sia pari alla radice quadrata di 3, ovvero 1.7320508…, un numero irrazionale, illimitato ed aperiodico, un numero sacro ai pitagorici chiamato “la misura del pesce”. Già Archimede di Siracusa dimostrò, quando si occupò della misurazione del cerchio, che questo rapporto era compreso tra due ben determinati valori razionali. La divisione tra 265 e 153 è quella più bassa per arrivare a questo risultato.

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Si può dimostrare che non esistono altre frazioni ottenibili con numeri minori di questi che diano un’approssimazione migliore per questo valore. Ebbene, il più piccolo di questi numeri, il 153, viene citato da Giovanni nel suo Vangelo (21:11) come numero di pesci miracolosamente catturati nella rete a seguito di un miracolo operato da Gesù dopo la sua resurrezione.

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Molti studi e speculazioni sono stati fatti su questo numero e sui suoi significati esoterici, e sul perché sia stato citato nel passo del Vangelo. Tutti sono concordi, infatti, che nel contesto del racconto del miracolo citare il numero esatto di pesci catturati non ha senso (coincidenza o riferimento esoterico al credo pitagorico?). Giovanni, tuttavia, non sta redigendo un libro contabile, ma sta scrivendo un Vangelo, ossia un libro di fede e di insegnamenti mistici.

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Sant’Agostino spiega che Dio aveva fatto all’umanità due grandi doni: il Decalogo, ossia un gruppo di 10 comandamenti, e i doni dello Spirito Santo, che sono 7. Questi due valori combinati insieme danno il numero 17. Ora, è noto che 153 è un multiplo di 17 tramite il fattore 9 (153 = 9 x 17), ma è anche la somma dei primi 17 numeri, ossia:

153 = 1 + 2 + 3 + 4 + … + 16 + 17

Questo numero è uno di quelli che in matematica vengono definiti “numeri triangolari”. Ma il numero 153 ha molte altre proprietà matematiche. Ad esempio è la somma dei primi cinque fattoriali:

153 = 1! + 2! + 3! + 4! + 5! = 1 + 2 + 6 + 24 + 120

Il 153 è anche un numero “narcisistico”, cioè uno di quegli strani numeri che si possono ottenere da particolari combinazioni delle loro cifre componenti. In particolare, il numero 153 può essere ottenuto sommando i cubi delle sue cifre componenti:

153 = 1³ + 5³ + 3³ = 1 + 125 + 27

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Secondo l’esoterista indiano Drunvalo Melkisedek (nel suo libro “The Ancient Secret of The Flower of Life”) la proporzione della Vesica Piscis indicherebbe la frequenza dello spettro elettromagnetico della luce. La stessa Luce del primo verso della Bibbia, quella stessa di cui Iside si fa portatrice in alcune opere dell’antichità, come il Faro di Alessandria (luce della conoscenza e della consapevolezza). Si tratta di un concetto comune anche ai pitagorici e raffigurato in diverse opere, come la statua della Legge Nuova sul Duomo di Milano e la Statua della Libertà di New York.

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Inoltre considerandone l’impiego misterico e l’utilizzo dei suoi rapporti geometrici nei progetti di alcune notissime opere architettoniche, si giunge ad intuire l’importanza del tutto particolare del soggetto che stiamo trattando. Tutte le costruzioni, qualunque esse fossero, tenevano conto della geometria sacra diventando casse di risonanza delle vibrazioni della terra. Dall’anno Mille in poi, sull’onda dei grandi pellegrinaggi, si cominciarono a costruire chiese studiate e calcolate in funzione di parametri sacri della geometria che condussero gli uomini, dal periodo oscurantista che aveva appena attraversato, a un momento di grande spiritualità.

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Le armonie che derivavano dalla musica erano ritenute l’espressione terrena dell’Armonia divina che Dio aveva emesso nell’atto della creazione e, secondo le leggi di questa armonia, il tempio veniva interpretato simbolicamente come corpo dell’uomo e corpo dell’universo. Per questo la musica usata nelle cattedrali risuonava a tal punto (come quella Gregoriana) che tutta la costruzione portava l’uomo a elevare il proprio stato di coscienza. Unendo la perfezione delle forme geometriche con la scelta oculata del posizionamento sul terreno, con l’orientamento in funzione delle stelle o dei momenti cosmici, con l’attuazione delle regole della geometria sacra, con le proporzioni e con il simbolismo, i costruttori di tutti i tempi tentarono di riunire l’uomo a dio. In architettura, ed in particolare in quella gotica, la forma della “vesica piscis” viene usata come sistema geometrico per il proporzionamento. Questo sistema è stato descritto nel “Vitruvius” di Cesare Cesariano (1521), con il nome di “regola degli architetti germanici”.

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Questo simbolo si rinviene in moltissimi contesti: su megaliti e grotte preistoriche, fu conosciuto nelle prime civilizzazioni della Mesopotamia, in Egitto, in Cina, in India, tra i popoli celti ed in Africa; per gli Ebrei era il simbolo della Creazione dell’Universo, per i Cristiani era il simbolo del pesce, l’Ichthys, acronimo di Iesus Christos Theus Soter, cioè Gesù Cristo figlio di Dio e nella successiva elaborazione dell’iconografia cristiana, la Vesica Piscis viene associata alla figura del Cristo o della Madonna in Maestà e rappresentata in molti codici miniati, sculture e affreschi del Medioevo. Nel Talmud il Messia viene chiamato Dag che vuol dire appunto pesce.

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Questo simbolo, legato alla Dea Madre, secondo René Guénon nel suo libro “Simboli della scienza sacra”, ha una radice Iperborea infatti lui afferma che: “la presenza della Vesica Piscis è stata segnalata nella Germania settentrionale e in Scandinavia e in tali regioni essa è verosimilmente più vicina al suo punto di partenza che non nell’Asia centrale, ove fu senza dubbio portata dalla grande corrente che, derivata direttamente dalla Tradizione primordiale, doveva poi dar origine alle dottrine dell’India e della Persia”.

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Si tratta della vulva della Madre Terra: la mandorla infatti è un chiarissimo richiamo al Femminino Sacro e alle proporzioni della Geometria Sacra di unione degli opposti, analogamente al concetto di Yin e Yang. Le polarità intersecantisi generano il divino figlio della Madre Terra, ossia l’Uomo: un essere superiore in grado di sviluppare dentro di sé l’illuminazione spirituale.

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Ora, essendo essa una figura geometrica formata da sole due linee curve, e dunque un disegno di massima semplicità ed essenzialità, ha fornito nel corso degli anni la base e la struttura di moltissime creazioni artistiche per le civiltà del mondo intero, e non solo: costituisce uno di quei tracciati di base su cui si fondano le complesse architetture realizzate dall’uomo, ma anche dell’universo e l’anatomia degli esseri viventi. Nel corpo umano, gli occhi, la bocca, e quasi tutti gli orifizi attraverso i quali l’interno dell’organismo comunica con l’esterno, sono strutturati geometricamente sulla base della Vescica Piscis.

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Ma perché questa apparentemente semplice figura geometrica ha avuto una così grande importanza nella raffigurazione dell’intelaiatura dell’Universo e dell’iconografia religiosa ed esoterica? La risposta è insita proprio nella sua origine geometrica: essa segna e rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere. Essa è il nucleo unitario preesistente alla separazione degli opposti, o la loro riunificazione. Rappresenta perciò una sintesi, e l’abbandono o il superamento di ogni dualismo. Così se abbinata al Cristo o ad altre figure messianiche dei culti religiosi fondati sul mistero, la Mandorla Mistica ne svela la duplice natura (divina e umana) riunita.

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Se associata alla vulva ne rappresenta la funzione di ponte fra il celato e il manifesto, fra ciò che ancora deve nascere e quel che è già venuto alla luce. La Mandorla Mistica è anche simbolo delle fasi dinamiche che intercorrono fra l’inizio e la conclusione di un’eclissi solare, matrimonio per eccellenza delle sfere celesti, nel quale l’unificazione degli opposti risulta esemplificata, almeno visivamente, al suo massimo grado. È quindi metafora dell’opera, cosmica ma anche umana ed interiore, di creazione del paradosso costituito dall’unione di ciò che sembra inconciliabile: luce ed ombra, bene e male, maschile e femminile, alto e basso, spirito e materia, movimento e quiete.

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Ma importantissimo è anche il significato della Vesica Piscis legato al culto della fertilità. Infatti l’ovale è un simbolo universale del Femminino Sacro, e la forma della vescica richiama anche quella della vulva femminile, il ‘passaggio della nascita’ e l’origine della vita. In Irlanda e in Inghilterra alcune figure di Sheela-Na-Gig, che possono essere viste in alcune chiese di origini molto antiche e che sono chiari simboli di fertilità, vengono rappresentate nude e con le gambe allargate, apertamente mostrando i loro genitali simbolicamente molto sproporzionati rispetto alla figura, come si nota ad esempio nella scultura trovata sulla chiesa di St. Mary e St. David a Kilpeck, nello Herefordshire, Regno Unito.

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Non sfugge a questa simbologia nemmeno Maria Maddalena, vista come origine della Stirpe Reale, portando in grembo la discendenza avuta da Gesù, la stirpe merovingia e il santo Graal: se il Cristo-Pesce è simboleggiato dalla ‘vesica piscis’ in posizione orizzontale, la mandorla-grembo-vulva-coppa-Graal è la stessa ‘vesica’ in posizione verticale. Maddalena è iconograficamente identificabile da un vaso che reca in mano: il vaso, o coppa, o Santo Graal, è una metafora del grembo materno, ricettacolo della vita. Nella tradizione provenzale è Maria Maddalena che, fuggendo da Gerusalemme su di una barca dopo la crocifissione di Gesù, approda in Francia portando con sé il Santo Graal. La dinastia dei Merovingi, re e taumaturghi dotati di poteri di guarigione, è il frutto di questa discendenza divina: Meroveo, il capostipite, si dice sia nato metà uomo e metà pesce (il nome stesso significa, letteralmente, “uomo del mare”), come l’Oannes, figura mitologica dal torso umano e la coda di pesce.

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Un notevole esemplare di vesica piscis è stato posto sul coperchio decorativo del pozzo del Graal a Glastonbury, all’interno del Giardino del Calice. Secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea, prozio di Gesù, avrebbe portato ad Avalon il Calice dell’Ultima Cena (il famoso Santo Graal), e lo avrebbe depositato sotto la collina sacra, da dove è scaturita la sorgente sanguinante, detta così per il colore rosso dato dalla presenza massiccia di ferro nell’acqua. Quindi, secondo la tradizione, il Calice è il recipiente che contiene l’essenza consacrata e Chalice Well e i suoi giardini sono essi stessi un recipiente per l’elisir vivificante della terra madre, Gaia, sotto forma delle acque che sgorgano qui. . Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell’Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

 

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Numerose teorie sulla storicità di Gesù affermano che la cristianità ha adottato certe credenze e pratiche come sincretismo di religioni misteriche come il Mitraismo, dalle quali avrebbe ereditato l’Ichthys. A sostegno di queste teorie è il fatto che sia il simbolo che la denominazione non sono una invenzione cristiana. Ichthys era, infatti il figlio della antica dea babilonese del mare, Atargatis ed era noto in vari sistemi mitici come Tirgata, Aphrodite, Pelagia o Delfina. La parola significava anche ventre e delfino in alcune lingue, e rappresentazioni di questo apparivano nella raffigurazione delle sirene. Il pesce si ritrorva poi in altre storie, fra le quali quella della dea di Efeso (che porta un amuleto a forma di pesce nella regione dei genitali), la Dea Madre cinese Kwan-Yin è una dea-pesce, e così anche la dea Afrodite che, dice la leggenda, nacque dalla spuma del mare. La dea indiana Kali, dopo aver inghiottito il pene di Shiva, diventa Minaksi, la “dea dagli occhi di pesce”, in analogia alla dea egizia Iside, che dopo aver divorato il pene di Osiride diventa Abtu, il Grande Pesce degli Abissi.

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La mandorla, come frutto o come seme, è da sempre un simbolo di fertilità, e come tale è stato associato, per esempio, alla dea frigia Cibele. Anche la ninfa greca Phyllis è stata trasformata dagli dei in un albero di mandorle. A Delfi, dove c’era l’oracolo di Apollo, la Pitonessa (o Pizia) profetizzava vaticini a chi lo consultava, ed il luogo era marcato da un omphalos di forma ovoidale. Inoltre nell’antica Grecia, “pesce” e “grembo materno” si esprimeva con la stessa parola: delphos.

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Troviamo la Vesica Piscis nei pressi dell’Antro della Sibilla di Cuma dove è chiaramente connessa con la Luna e la fertilità. Le ventotto tacche nelle pareti tufacee lo collegano al calendario mensile lunare, associato al ciclo femminile e alle mestruazioni, simbolo a loro volta della fertilità femminile. La Dea Lunare è qui colei che genera la vita sulla Terra, nel pieno rispetto del concetto della Triplice Dea.

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Caratteristiche sono anche molte sepolture nel cimitero vichingo di Lindholm Høje in Danimarca.

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Molti sigilli di ordini religiosi, come ad es. quello dei Cavalieri Gaudenti, e sigilli di Gran Maestri sono stati racchiusi all’interno di forme a mandorla invece di forme rotonde, più usuali. Modernamente, la troviamo parimenti rappresentata nella forma dei collari indossati dagli officianti dei rituali massonici, ma è anche considerata la forma più appropriata per inserirvi le figure dei sigilli delle logge, esempio lampante è il simbolo dell’ Ordo Templi Orientis di cui fece parte anche l’esoterista e scrittore Aleister Crowley.

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Nei tarocchi la ventunesima carta chiamata “Il Mondo” raffigura proprio una donna in una Vesica Piscis. La carta numero XXI dei tarocchi è l’ultima della serie che, iniziata con il Matto, la carta non numerata, via via si sviluppa fino ad arrivare a compimento della ricerca della propria identità. Dal Mondo, il compimento, si può sempre iniziare un’altra fase della vita vestendo di nuovo le vesti del mendicante, di quello che abbandona tutto e inizia da capo mettendosi in strada, in discussione, ed affrontando le difficoltà che ne conseguono. Una corona d’alloro, segno del vincitore nell’antichità, che circonda una fanciulla ignuda, dal viso estremamente rilassato. Intorno quattro Icone, l’angelo, il bue, l’aquila e il leone. Queste rappresentazioni circondano la donna nella ghirlanda, come se fossero quattro diversi tipi di energia base, in sinergia tra loro. Sono per l’ennesima volta riferimento a simboli che vengono dall’antichità. Per la tradizione cristiana rappresentano i quattro evangelisti. Per gli astrologi erano i quattro segni cardinali dello Zodiaco, rispettivamente Acquario, Toro, Scorpione, Leone. Ma sono anche a memoria dei quattro elementi, Acqua, Terra, Aria e Fuoco.

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La Dea Madre di ogni umanità ha partorito i suoi templi consacrando, con la sua presenza silenziosa, diversi luoghi sulla faccia del pianeta. Colei che non possiede altro Genere che il Principio si è adattata a far da cornice al Cristo di Chartre, si è infusa nella globalità dell’impianto del grande santuario di Karnak e nella sostanza progettuale del tempio di Tell el-Amarna.

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In merito a queste osservazioni indichiamo due tra le opere architettoniche più note del passato: Castel del Monte e la piramide di Cheope. Entrambe le costruzioni sono state realizzate attraverso l’applicazione e lo sviluppo dei rapporti geometrici della vescica e questa cosa sott’intende un legame tra i due edifici che si pone oltre il semplice confronto formale.

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Nel tempio di Osiride ad Abydos è intagliato nella pietra,o meglio, è scavato talmente in profondità che anche raschiando per diversi centimetri la pietra, rimane sempre visibile, un fiore della vita. E’ stata usata una tecnica ancora oggi sconosciuta, che nessuno è stato ancora in grado di spiegare e replicare.

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Particolare è la sfera che si trova sotto la zampa dei “Leoni di Fu” nella città proibita a Pechino dove sulla sua superficie troviamo proprio una seria di Vesica Piscis formanti una rete.

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Molto famosi sono anche i Crop Circles o cerchi nel grano che compaiono in tutto il mondo e solitamente sono costruiti basandosi appunto sulla geometria sacra e soprattutto sulla figura della Vesica Piscis. La teoria più diffusa è che queste formazioni siano fatte da popoli extreterrestri che usano proprio questo codice universale per comunicare con noi lasciandoci dei messaggi impressi nei campi.

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Questo simbolo a causa della sua chiara associazione con la sessualità è utilizzato nella società moderna in diversi loghi di marchi famosi come Gucci, Chanel, DC Shoes, Mastercard e sigarette Kool solo per citare alcuni esempi.

Una nota curiosa.

In una visita della nostra Associazione presso l’Insediamento rupestre di Zungri, in provincia di Vibo Valentia, abbiamo notato sul muro interno di uno dei silos presenti nello splendido villaggio, una grande Vesica Piscis, scolpita in maniera diligente e rispettando le proporzioni, un motivo in più per visitare questo magico sito sul Monte Poro fatto di grotte scavate nell’arenaria e di sorgenti naturali che sgorgano dal nulla.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

fonti: amoredivino.it, simbolisignificato.it, ginocacinodiangelo.blogspot.it, orizzontemagazine.it, angolohermes.com

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Sentieri Sincronici ed Inaspettate Scoperte … Intervista senza ospite

La strada che porta alla conoscenza è una strada che passa per dei buoni incontri
(Baruch Spinoza)

Sono ormai alcuni mesi che come Associazione Culturale abbiamo intrapreso una collaborazione con il Dott. Gabriele Montera, autore dei libri Il Calice Svelato e Remedia. Tutto nato da una telefonata nella quale mi si chiedeva di incontrare questo scrittore. Un incontro casuale, caratterizzato dalla freddezza iniziale figlia della poca conoscenza.Eppure in pochissimi minuti tra una battuta e l’altra insieme ad Adele Filice, la persona che ci ha presentato Gabriele, mi sono reso subito conto che si parlava la stessa lingua, si è deciso quindi di realizzare un’intervista sulla nostra web radio Radio MH, ma da subito si è capito che non sarebbe stata una normale intervista e infatti prendendo spunto dal sotto titolo del suo libro “appunti di un insolito viaggio”, abbiamo deciso di intraprenderlo insieme senza una meta precisa con l’unico scopo quello di coinvolgere più viaggiatori possibile.Un po’ come Forrest Gump quando iniziò a correre senza un reale motivo, ma che venne lentamente seguito da migliaia di persone, non sapendo bene né il motivo né la meta. Meta che in realtà inizia ad essere abbastanza chiara per noi, ma per non fare spoiler come si usa dire ora, lasceremo a voi la scoperta. E’ un viaggio particolare e come recitava un vecchio spot, per molti, ma non per tutti. No non è presunzione, semplicemente è un sentiero di libertà che non può percorrere chi non vuole e soprattutto non può “vedere” chi non è disposto a scorgersi verso il nuovo. Da Vinci’s Shadow questo è il palinsesto creato ad hoc per questi lavori dell’amico Montera.

Certo nel calice svelato è Leonardo il protagonista, ma in realtà lo è sempre anche in questo momento ecco perché la sua ombra ha preso vita ecco perché aleggia costantemente nelle nostre azioni.
In molti si chiederanno cosa centra Leonardo da Vinci con Cosenza? E’ stata la prima domanda che ho posto a Gabriele, in realtà molto più di quanto potessi immaginare, ma non pensate ad una presenza fisica pensate piuttosto alla sua ombra appunto ai collegamenti apparentemente nascosti alle persone che possono essere coinvolte in una storia affascinante, che attraversa la fisica quantistica, l’alchimia, la storia, tocca personaggi del calibro di Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Gioacchino da Fiore, Jung, non è facile spiegarla ecco perché consigliamo a chi non lo avesse fatto di ascoltare le puntate già registrate, ve ne saranno altre, ma anche altre novità che presto vedrete.

In questo percorso è però doveroso anche soffermarsi su alcuni aspetti non di poco conto anzi. Il Calice svelato non è un libro “inventato”, ma racconta appunto una scoperta e direi che scoperta, probabilmente per la portata della quale non si è dato il giusto valore storico. Parliamo della reale presenza del Santo Graal nell’ultima cena di Leonardo da Vinci. Parliamo di un volto e forse anche di altro. Ma allo stupore che ovviamente coglie tutti quando per la prima volta vengono messi difronte all’evidenza, segue una naturale domanda perché lì?
In effetti mi sono da subito chiesto perché il calice fosse lì, che cosa volesse dire Leonardo, quale era il significato nascosto dietro a questi indizi?
Certo è che un genio come Leonardo non poteva certo limitarsi a dipingere un evento della portata dell’ultima cena, se dell’ultima si tratta, senza dire la sua senza inserire la sua visione il suo messaggio. Durante le interviste con Gabriele abbiamo spaziato parlando di rosacroce e della possibile appartenenza di Leonardo, di Filosofia e quello che ho notato con meraviglia è stato proprio il palesarsi di connessioni sinaptiche che hanno dato vita a continui sbalzi, quasi come se fossero scariche elettriche che di volta in volta illuminavano un angolo buio con nuove idee e nuove connessioni.


Connessioni che inevitabilmente coinvolgono altre persone in un turbinio di eventi sincronici che si aprono a ventaglio d’innanzi i nostri occhi. E ogni singola scelta che facciamo genera nuove connessioni. Questi eventi queste persone apparentemente in modo casuale si stanno incontrando e questo dà vita alla creazione di nuovi sentieri che prima non esistevano. Come se ognuna delle persone coinvolte in questa storia sia un orologio tutti in negozi diversi, ma che segnano la stessa ora in attesa di risuonare all’unisono. Ecco è questa la sensazione che ho in questo momento. Non a caso ogni volta che ci si incontra il battito del tempo diventa più forte, e questo ci sta portando a nuove collaborazioni, che si spera coinvolgeranno la nostra terra. Perché l’ombra di Leonardo non coinvolge solo aspetti della vita del genio toscano, ma grazie al libro Remedia di cui tratteremo nei prossimi mesi in maniera originale, cercheremo di far conoscere posti della nostra città e non solo, guardandoli con occhi nuovi. C’è ad ogni modo un aspetto che non posso non considerare ed è quello della poca volontà di evidenziare nuove forme di pensiero per inserirle nell’offerta culturale artistica della nostra terra, sforzandosi invece di rimanere ancorati a tradizioni superate ormai da secoli. Basti pensare a Gioacchino da Fiore citato da Obama, o a Telesio e appunto a Leonardo che non hanno fatto altro che suggerirci di guardare dentro di noi per avviarci verso una “resurrezione” spirituale che ci allontani dal vecchio modo di pensare. Dei veri rivoluzionari, senza armi, ma con la ,mente.

Detto ciò consiglio a tutti coloro che avranno voglia di intraprendere questo insolito viaggio di iniziare guardando le prime due puntate di Da Vinci’s Shadow, non è un percorso da affrontare con i ritmi moderni, non è un video da guardare di sfuggita sul telefonino, ma da assaporare e magari da affrontare come una ricerca personale, coadiuvandosi con dei libri, perché tra gli obbiettivi non c’è certamente quello di dare delle risposte o certezza, se mai di far nascere in ognuno delle domande e di cercarsi le risposte. Di disinstallare la conoscenza acquisita fino ad ora per far spazio alla nuova.

In milioni hanno visto la mela cadere, ma Newton è stato quello che si è chiesto perché.
(Bernard Baruch)

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

Il Tesoro della Calabria: il “Codex Purpureus Rossanensis”

 

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Il “Codex Purpureus Rossanensis” è un Evangeliario greco miniato, del formato di 260 x 307 mm, su pergamena colore rosso-porpora (da qui il nome “Purpureus”), di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario. I pregi del manoscritto sono numerosi, tali da renderlo il “capolavoro” della produzione libraria ed artistica bizantina e un “unícum” di valore inestimabile. La bellezza del manufatto (è probabilmente il più antico e meglio conservato documento librario e biblico della cristianità) fa di esso “la più fulgida gemma libraria della Calabria, che da solo fa Museo” (Ciro Santoro). Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione degli amanuensi, è radice e fonte della dottrina cristiana e della cultura europea. Ottimo è l’equilibrio tra fede e scienza, tra religiosità e tecnica raffinata, tra pazienza e abilità, quale si manifesta sia nella scrittura sia nelle illustrazioni. Oggi il Codex Purpureo si presenta mutilo dei vangeli di Giovanni e Luca; ma in origine raccoglieva i testi completi. Il frontespizio presenta, infatti, una rota riccamente decorata in cui si inseriscono entro clipei le effigi degli evangelisti, e dentro la quale ricorre la scritta in greco “prospetto della sinfonia degli evangelisti”.  Tale iscrizione rimanda alla lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano. In questa lettera egli informa che Ammonio di Alessandria (padre della chiesa vissuto tra il 265 e il 340 d.C.) aveva realizzato una esposizione sintetica dei quattro vangeli, affiancando il testo di Matteo agli altri vangeli canonici. All’inizio di ciascun libro vi erano i Kephalaia, cioè gli indici dei capitoli, e la tavola miniata con l’evangelista di cui rimane solo quella di Marco.

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Il codice è di elevatissima qualità e presenta una dimensione medio-grande; ha una forma più o meno quadrangolare come era consuetudine in età tardo antica per i grandi libri d’apparato. La sua qualità elevata era anche data dall’uso dell’oricello, un colorante di origine vegetale, il cui uso era abbastanza diffuso tra le classi più elevate per il suo notevole costo, in epoca tardo-imperiale. Il Codex presenta le prime tre righe dei Vangeli con lettere d’oro, mentre il resto del testo è in argento eseguita in una maiuscola biblica disposta su due colonne. Per il resto i titoli che accompagnano le miniature presentano la maiuscola ogivale diritta. Il testo è distribuito su due colonne di 20 righe ciascuna (un’impostazione grafica giornalistica ante litteram).  Le parole non recano accenti, né spiriti, né sono tra di loro separate, né compaiono segni di interpunzione, tranne il punto ortografico (“punctum”) che segna la fine dei periodi.  Quando, invece, inizia il periodo, la prima parola si apre con una vocale o consonante più grande. Per la preziosità del manoscritto, la raffinatezza dei materiali impiegati la loro alta qualità si può dedurre che dovette essere utilizzato in onore di Cristo, Rex regnantium e Megas basileus. Questo codice, noto anche come il “Rossanensis”, è uno dei sette codici miniati orientali esistenti nel mondo. Tre sono in siriaco e quattro in greco. Questi ultimi sono il “Manoscritto 5111 o Codex Cottonianus”, in possesso della British Library di Londra (di cui, però, a causa di un incendio nel XVII secolo, è rimasto qualche esiguo e decomposto frammento soltanto di una pagina), la”Wiener Genesis”, conservata presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna (costituita da 26 fogli, 24 dei quali miniati), il “Frammento o Codex Sinopensis”, custodito presso la Bibliothèque National di Parigi (formato da 43 fogli e 5 miniature) e infine il “Codex Purpureus Rossanensis”, che, con i suoi 188 fogli, pari a 376 pagine, è il Codice più ampio, più prezioso, più importante di quelli sopra citati; pare che un quinto codice greco, il cosiddetto “Codice o frammento «N»” (contenente una miniatura sulla lavanda dei piedi), esista nella città russa di S. Pietroburgo ex Leningrado.

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Dal punto di vista estetico, è diffusa la convinzione tra gli storici dell’arte che le illustrazioni pittoriche delle miniature, il portamento e la severità dei protagonisti e dei personaggi, i motivi stilistici, il gusto della metafora e dell’allegoria, l’efficace tavolozza policromatica etc. rappresentino nel “Rossanensis” la continuità dell’arte classica e pagana, che nell’Oriente (specificamente in Palestina, in Asia Minore, in Siria, ad Alessandria) ha avuto i suoi qualificati centri di produzione e di irradiazione.  Il ”Codice” di Rossano, perciò, mentre raccoglie, in sintesi, l’eredità e le suggestioni della cultura artistica ellenistica e di quella religiosa cristiana, svolge l’originale ruolo di tramite e di anello di congiunzione tra la sensibilità creativa del mondo antico, avviata verso la decadenza, e quella del mondo medievale e bizantino, destinata alla nuova egemonia culturale europea. Il “Codex Purpureus Rossanensis” è, altresì, un documento ineguagliabile nella sua carica straordinaria di spiritualità, di contenuti, di messaggi, di forte tensione e, nel contempo, di sereno “pathos”, che trasudano le antiche ed espressive pagine di questo Evangeliario.

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La peculiarità del Codex Rossanese è data dalle 15 miniature, scene tratte dai Vangeli che si richiamano alle celebrazioni della settimana santa bizantina, fatto questo che sottolinea una destinazione anche liturgica del libro. In particolare le miniature riprendono:

  • la risurrezione di Lazzaro (tav. 1);
  • l’ingresso di Gesù a Gerusalemme (tav. 2);
  • la cacciata dei venditori dal tempio (tav. 3);
  • la parabola delle io vergini (tav. 4);
  • l’ultima Cena e la lavanda dei piedi (tav. 5);
  • la comunione col Pane (tav. 6);
  • la comunione col Calice (tav. 7);
  • Gesù nell’orto del Getsemani (tav. 8);
  • la guarigione del cieco nato (tav. 11);
  • la parabola del Buon Samaritano (tav. 12);
  • Gesù davanti a Pilato e pentimento di Giuda (tav. 13);
  • il tribunale di Pilato ed il confronto Gesù – Barabba (tav. 14);
  • l’Evangelista Marco (tav. 15).
  • Fuori testo sono da considerare le Tavole 9 (Frontespizio delle tavole dei Canoni) e 10 (la lettera di Eusebio a Carpiano in cornice dorata e decorata con fiori ed uccelli).

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Di esse 10 illustrazioni presentano la medesima impostazione visiva e grafica: la parte superiore è occupata dalla scena evangelica ed è separata da una sottile linea blu dalla scena inferiore, che è riservata, nella parte centrale, a quattro Profeti, dipinti a mezzo busto, tutti con il braccio destro alzato, con l’aureola e soltanto Davide e Salomone anche con la corona regia; al di sotto dei Profeti, che con la mano destra indicano l’avverarsi delle loro profezie nella scena superiore, ci sono infine le loro citazioni in cartigli o rotoli. Il protagonista, il centro gravitazionale, di quasi tutte le miniature (tranne le nn.  IX, X e XV) è la figura, fiera, pensosa, ieratica, autorevole, regale, egemonica, di Gesù: il Cristo barbuto, con i capelli lunghi, riversi sul collo e sulle spalle (e non sulla fronte come privilegerà la successiva arte bizantina), con intense e sempre diverse espressioni del volto, con un grande aureo nimbo crucifero o aureola intorno alla testa, con il mantello greco o himation di colore oro, che lascia scoperto il braccio destro ed i sandali.  Sotto l’himation Gesù indossa una tunica lunga manicata o chitone, che è di colore marrone in alcune miniature (Tavv. I, II, III, VIII), mentre in altre è di colore blu-turchino (Tavv.  IV, V, VI, VII, XI, XII, XIII, XIV), perché è cambiato il miniaturista o per un significato simbolico oscuro.  Gesù, inoltre, viene rappresentato in movimento, con il braccio destro e la mano alzati (Tavv. I, III, IV, V/a, VIII/a): l’accorgimento del miniaturista mira a rendere visibile il momento in cui il Cristo sta per proferire le frasi evangeliche, molte delle quali riportate nella parte superiore o inferiore della scena evangelica della tavola (“ Titula historiarum”).

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Non si possono escludere, comunque, altre destinazioni anche in considerazione della solennità delle scene e della preziosità del materiale scrittorio, che non era certo di uso comune e quindi forse proveniente da ambiente nobile e aristocratico. E allora potrebbe trattarsi di un Codice da parato: un codice-oggetto, cioè, destinato all’ostentazione in una casa di rango sociale elevato. Una terza ipotesi, avanzata come la precedente dal Prof. Guglielmo Cavallo dell’Università La Sapienza di Roma, uno dei massimi studiosi italiani di paleografia e storia della scrittura, vede nel Codex un atto di pietà finalizzato alla salvazione dell’anima per conto di un aristocratico committente-donatore. In altri termini, nel mondo bizantino si poteva commissionare un libro sacro donandolo poi a qualche chiesa o monastero allo scopo di ottenere con quell’opera di beneficenza la salvezza dell’anima. Il Codex potrebbe aver avuto proprio questa funzione gratificante.

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Le tre ipotesi, comunque, non necessariamente si devono auto escludere, per cui la funzione inizialmente unica potrebbe aver assunto anche gli altri significati. Da oggetto di ostentazione (“status symbol”) e gesto di pietà volto ad ottenere la salvazione dell’anima, è diventato anche oggetto di culto liturgico. Il professor Cavallo afferma: ”L’Italia centro-meridionale era nella tarda antichità e tanto più continuò a essere più tardi crocevia e meta di greco-orientali per convergenti motivi geografici, etnici, politici. Dal VII secolo – spinte dall’eresia monotelita e ancor di più dalle invasioni o incursioni slave, persiane e arabe che travagliavano gravemente l’impero bizantino – ondate di greco-orientali, soprattutto monaci ma anche elementi del clero e laici, giungevano in Sicilia, e da questa in Calabria e a Roma dislocandosi in particolare da Egitto, Palestina, Siria. Si trattò, altresì, di migrazioni non solo d’individui ma pure di modelli, quali soluzioni artistiche, formule liturgiche, istituti giuridici, e di oggetti, tra cui icone, avori, libri. A emigrare da Bisanzio e dai territori a est di Bisanzio nell’Italia meridionale era anche gran parte della classe dirigente, laica ed ecclesiastica, tanto che alcuni tra i papi ‘greci’ dal 642 al 752 provenivano o dalla Sicilia o dalla Calabria: classe sociale ristretta, ma che deteneva e trasferiva in queste regioni modelli e oggetti. Il Rossanensis purpureus, dunque, può esser giunto in Calabria mediante una di queste ondate d’immigrazione, direttamente o passando prima attraverso la Sicilia o magari Roma. L’invasione araba della Sicilia da una parte e la destrutturazione dell’elemento greco a Roma dall’altra determinarono più tardi una varia dislocazione di materiali greci che trovò un ricettacolo privilegiato nella Calabria bizantina dei secoli IX e X. Sicuro in ogni caso è che la vicenda del Rossanensis purpureus venne a legarsi indissolubilmente a Rossano, e Rossano vuol dire la Calabria, la regione che per testimonianze archeologiche, tradizione di pietà, costumi, dialetti conserva, forse più di qualsiasi altrove, il segno e il ricordo dello stretto legame tra l’Italia e la Grecia antica e medievale.”

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Certo è che ci troviamo di fronte ad un documento di valore inestimabile, che, tra l’altro, conferma la storica funzione di ponte tra Oriente ed Occidente della Calabria. È da ritenere, pertanto, che il Codex fosse conservato nel tesoro della Cattedrale fin dall’antichità. Ciò giustifica anche come sia potuto sfuggire nel sec. XVI al Cardinale Sirleto, interessato ai manoscritti dei monasteri più che a quelli di conservazione ecclesiastica. In aggiunta c’è da riportare un Memoriale del 1705, conservato nell’Archivio Vaticano fatto pervenire al papa dal clero di Rossano in polemica con l’Arcivescovo Andrea Adeodati, in cui si dice:

“Beatissimo Padre. Il Clero e Publico della Città di Rossano prostrati a’ piedi della S.V. le fanno sapere, come nella Chiesa Metropolitana di detta Città, quale prima officiava sotto il rito greco, e poi da più secoli in qua fu introdotto il rito Latino; e perché si ritrovano quantità di libri greci con lettere e figure dorate e miniate, formate sopra fogli di corteccia d’alberi, quali libri si teneano in gran stima per l’antichità e singolarità”.

Cos’altro possono essere questi “libri greci con lettere e figure dorate e miniate” se non il Codex Purpureus? Inoltre, denunciano proprio l’Arcivescovo di essere “nemico dell’antichità” e di avere “fatto sotterrare i suddetti libri sotto il pavimento della sacristia e proprio sotto il lavabo dei sacerdoti, senza curarsi del danno, che faceva a detta chiesa e città, col privarli di cose così memorabili”. Ed, infine, “ricorrono” perché il Santo Padre possa apportare “opportuno rimedio” alla gravissima vicenda.  L’arcivescovo, con la nota dell’11 ottobre dello stesso anno al cardinale Paolucci, segretario di stato della Santa Sede, respinge tutti i gravi addebiti (il documento è conservato nell’Archivio Vaticano, è stato segnalato da P. Francesco Russo nel suo “Regesto Vaticano per la Calabria” vol.  IX, reg. n. 50547, pag. 443, ed è stato studiato e divulgato da Luigi Renzo sulla terza pagina de “La Gazzetta del Sud” e nel suo libro “Sprazzi di Calabria.  Società, storia e cultura” del 1994, pp. 25-32). S’ignora sia l’esito della controversia sia i risvolti tuttora oscuri della stessa.

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La seconda notizia sul Codice di Rossano la fornisce, nel 1831, Scipione Camporota, canonico della Cattedrale della città, che dà ai fogli una prima sistemazione e l’attuale numerazione delle pagine con inchiostro nero. Notizia abbastanza approssimativa la da Cesare Malpica, che nel suo Diario di viaggio nel 1845-46 annota:

“II Capitolo del Duomo (di Rossano, n.d.r.) possiede un tesoro in un libro antichissimo che contiene gli Evangeli scritti in Greco, con caratteri d’argento sovra carta azzurrina, con belle e curiose miniature in testa alle pagine. Par che sia opera fatta al cominciar del medio Evo, quando Odorisi da Gubbio, e Franco Bolognese introdussero in Italia l’arte del miniare. I signori Canonici tengano pur gelosamente questo monumento, che ricorda l’antichità della loro Cattedrale, e i tempi famosi d’Italia. Questo volume in bellezza non cede a quelli di simil natura che io vidi in S. Nicola di Bari, e in S. Pietro in Galatina”.

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È vero che non si nomina esplicitamente il Codex, ma il fatto non desta meraviglia perché l’etichetta Codex Purpureus Rossanensis si deve ai due studiosi tedeschi Gebhardt e Harnack, che nel 1879-80 pubblicizzarono l’esistenza del documento. Ancora nel 1878, del resto, un anno prima dell’arrivo dei due studiosi, il medico rossanese Pietro Romano in suo breve saggio storico ( “Frammento di storia patria sul duomo ed episcopio di Rossano”, pp. 41-42), ricorda l’esistenza a Rossano di un “libro misterioso ed arcano”, chiamato semplicemente “libro antichissimo degli Evangeli Greci”, che, avendolo cercato ma non avendolo trovato, viene paragonato all’ “araba fenice, che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa!”, anche se ammette che la notizia “viene confermata da persone degne di fede e dalla testimonianza come il Malpica”.

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Assodato allora che il Codex è stato di proprietà della Cattedrale da tempo immemorabile, restano ancora alcuni quesiti tra cui quando è stato portato a Rossano e da chi. Gli storici convengono che a portarlo in Occidente siano stati tra l’VIII-IX secolo i monaci melchiti in fuga dalla Siria, dalla Palestina, dall’Egitto e dalla Cappadocia, sia a causa dell’odio iconoclasta dei bizantini (i monaci erano perseguitati perché ritenuti i principali diffusori del culto delle immagini), sia a causa degli Arabi che avevano invaso tutto il Medio Oriente e quindi non restava loro nemmeno il deserto per vivere in pace. La Calabria per la vicinanza con l’Oriente e per la natura stessa del terreno offrì a questi monaci profughi un rifugio ideale per continuare la loro vita ascetica, anche se lontani dalla madre patria. Una di queste comunità, ipotesi molto possibile, si stabilisce in qualcuno dei tanti monasteri rupestri ipogei, costituiti da grotte di arenaria, del tipo eremitico o lauritico (il monaco vive da solo in una grotta, ma in altre grotte vicine vivono altri monaci), che formano allora la famosa “Montagna Santa” (“Aghion Oros”) della città jonica, dove portano quanto di più prezioso avevano prodotto nella loro patria di provenienza, che, proprio perché prezioso, continua a fare loro da tramite con la Divinità ed impreziosisce la nuova patria di adozione. Il territorio di Rossano proprio in questo periodo infatti si trasformò in una piccola Tebaide. Possiamo ritenere alla luce di tali fatti che questi monaci sopraggiunti si siano portato dietro il Codex, poi rimasto in dote alla Cattedrale greca di Rossano. Se poi accettiamo l’ipotesi precedentemente del Codex da parato e quindi commissionato per essere esposto all’ammirazione in una casa di nobile ceppo, potremmo anche supporre che a portarlo sia stato un nobile aristocratico della corte di Bisanzio trasferito a Rossano e che da questi poi sia stato donato, magari come gesto votivo atto ad ottenere la salvazione dell’anima, alla Cattedrale per uso liturgico.

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Non sembri ingiustificato quanto stiamo dicendo ove si pensi che tra i secoli IX-X Rossano si afferma sempre più come centro militare e di cultura fino a diventare, nella seconda metà del sec. X, sede dello Stratego, città-guida della Calabria bizantina e quindi luogo di richiamo e di riferimento per l’aristocrazia in cerca di spazio. In qualunque modo sia pervenuto a Rossano, si può supporre che il Codex sia rimasto in uso nella Cattedrale fino alla soppressione del rito greco, avvenuta intorno al 1462. I canonici greci, ormai in assoluta minoranza, dovettero loro malgrado lasciare forzatamente la Cattedrale per trasferirsi nella chiesa di S. Nicola al Vallone, dove, secondo alcune voci era ubicata l’antica cattedrale bizantina. Il Codex, non più usato dopo la rimozione del rito, col passare del tempo è stato del tutto dimenticato in qualche angolo della sagrestia in balia degli eventi. Sarebbe stato ripescato, sia pure mutilo, dopo l’incendio che l’ha in parte distrutto, conservandolo poi senza alcuna rilevanza tra gli oggetti del tesoro. In un certo senso il silenzio su questo oggetto ha consentito di salvare il Codex da furti e manovre speculative, operazioni normali in tempi non certo benevoli nei confronti delle opere d’arte locali e degli stessi beni della Chiesa. Pensiamo ai commerci di cose sacre degli ecclesiastici, ai sequestri della Cassa Sacra, ai saccheggi dei francesi tra 700 e 800.

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Delle fonti dicono che, quando il Codex è tornato alla ribalta delle cronache Europee, i Canonici stavano cercando di venderlo per trovare i fondi necessari da destinare alla ristrutturazione del Coro della Cattedrale e che solo l’intervento oculato e tempestivo dell’arcivescovo Pietro Cilento riuscì a bloccare in tempo l’operazione. Anche i due tedeschi hanno avuto un secco rifiuto alla richiesta di acquisto, malgrado avessero offerto una ingente somma di denaro, ma indubbiamente bisogna però riconoscergli il merito di aver richiamato sull’Evangeliario l’attenzione del mondo della cultura aprendo per il documento un orizzonte più vasto e qualificato. Da allora, infatti, gli studi specialistici si sono susseguiti con passione addentrandosi nel merito dei contenuti esegetici, storici e artistici del meraviglioso Codex Rossanensis.

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Gli spazi dedicati al Rossanensis sono inseriti all’interno del Museo Diocesano e del Codex, anch’esso interamente rinnovato al fine di proporre una visione privilegiata degli ulteriori antichi tesori di arte sacra che lo spazio museale conserva grazie anche a un moderno allestimento multimediale. A contenere l’opera sarà una bella scatola di seta per proteggere come un bozzolo la preziosa pelle marocchina della sua copertina e un climabox che come una culla perfettamente climatizzata e sicura, garantirà un fresco costante. Tanto che le preziose pagine, nel 2013 sfogliate sotto gli occhi di Papa Francesco e dell’allora presidente Napolitano, ora potranno essere girate solo una volta all’anno.

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Il Codex Purpureus Rossanensis, riconosciuto nel 2015 dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, ed è stato collocato nel programma di conservazione del patrimonio documentale “Memoria del mondo” (“Memory of the world”), al fine di proteggere questo patrimonio da rischi connessi all’amnesia collettiva, alla negligenza, alle ingiurie del tempo e delle condizioni climatiche, dalla distruzione intenzionale e deliberata.

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Il restauro è stato affidato nel 2012 all’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario (ICRCPAL) del Ministero dei Beni Culturali, affinché venissero eseguite approfondite analisi biologiche, chimiche, fisiche, tecnologiche e tutte le necessarie cure per il suo restauro e la sua conservazione. Attraverso il coordinamento di un Comitato di ricerca appositamente costituito presso l’Istituto, è stata condotta un’indagine interdisciplinare al fine di chiarire gli aspetti conoscitivi ancora irrisolti insieme alla redazione di linee-guida per la migliore conservazione dell’antico manufatto dal punto di vista ambientale.

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Il lavoro degli studiosi ha fornito, altresì, significative risposte sulla storia e sull’esecuzione del volume, oltre a dettare importanti indicazioni generali sulla fattura e lettura dei codici di analoga provenienza e periodo storico. Nei tre anni di studio e indagini sul Codex si è giunti ad una “rilettura” importante del codice stesso. Il restauro è stato effettuato in modo estremamente rispettoso del volume, per non alterarne ulteriormente le fragilità dovute all’invecchiamento naturale e a varie vicissitudini tra le quali il restauro, fra il 1917 e il 1919, di Nestore Leoni, al tempo famoso miniaturista, i cui interventi, sfortunatamente, hanno modificato in maniera irreversibile l’aspetto delle pagine miniate.

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Quasi tutti i ricercatori concordano nel datare il codice intorno alla metà del secolo VI. La legatura, in pelle scura, risale invece al secolo  XVII o XVIII. Le pergamene, contrariamente a quanto si credeva non sono state trattate con il murice, un mollusco gasteropode (conchiglia) da cui si ricavava la porpora reale (diffusa dai fenici), ma utilizzando l’oricello, un colorante di origine vegetale. Colorante, evidentemente a disposizione dell’antico laboratorio che trattò le pergamene. Tale importante esito si è ottenuto confrontando i risultati ottenuti su campioni appositamente preparati nel laboratorio di chimica con quelli forniti dagli originali, analizzati in spettroscopia di riflettanza con fibre ottiche (FORS). Le analisi di laboratorio, eseguite in micro-Raman, micro-Infrarosso in Trasformata di Fourier (FTIR) e in Fluorescenza da Raggi X (XRF), su alcuni pigmenti originali e altri appositamente preparati in laboratorio, hanno permesso di approfondire le conoscenze sui materiali pittorici impiegati nell’alto medioevo e forniscono la prima evidenza sperimentale dell’uso della lacca di sambuco in un manoscritto così antico.

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Inoltre, l’assenza nel manoscritto di ogni tipo di preparazione delle miniature conferma l’origine Bizantina del codice. Una tavolozza pittorica, composta da molti colori (bianco, nero, rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco, viola, rosa, malva, oro), è stata usata nel prezioso manoscritto. Inoltre, l’oro puro e l’argento sono stati utilizzati per la scrittura dei Vangeli, così come è stato utilizzato inchiostro nero per i titoli. Alcune parti sbiadite dei testi in argento, in epoca sconosciuta, sono state sovrascritte con inchiostro nero. Fortunatamente, per i tecnici incaricati a svolgere le analisi, il miniaturista (o miniaturisti) non ha macinato finemente i pigmenti utilizzati per le miniature. Così è stato possibile analizzare spettroscopicamente ogni singolo pigmento, anche quando applicati in miscela, favorendo così l’identificazione delle materie coloranti.

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Per il professor Cavallo: “La carica di spiritualità che vi è insita è restituita, innanzi tutto, dal colore della pergamena e dalle sue valenze simboliche. Il nesso tra porpora e sangue richiamava il sangue versato da Cristo sulla Croce, e da quanti per il trionfo della Croce avevano dato la vita. Purpurei sono dunque i martiri. Altresì la porpora non era solo correlata al simbolismo del sangue espiatorio versato sulla Croce, ma anche al colore della tunica fatta indossare a Cristo per irriderne la regalità che, insieme alla corona di spine, quel colore evocava. Con Costantino e in epoca successiva, la porpora, come simbolo congiunto del potere imperiale e della sacralità divina, una volta proiettata sul libro sacro, ne faceva oggetto di adoratio e di pompa liturgica in occasione di cerimonie sacre.”

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Il 2 luglio 2016 il Codex è stato riportato a Rossano da Roma, e per la città e la regione è stato un giorno di festa. Disse Umberto Broccoli, famoso archeologo: “L’arrivo del Codice a Rossano è paragonabile a quando si tolsero i ponteggi alla Cappella Sistina a Roma”. Il Monsignor Satriano invece commentò così:” Sta risorgendo una comunità di uomini e donne che sta producendo benessere non in termini economici ma inteso come crescita spirituale dunque bene dell’essere. Questo è il frutto maturo di un albero che è cresciuto bene”. Per Sgarbi il Codex “rappresenta, seppur nelle difficoltà di godimento di poche pagine, una testimonianza fondamentale del mondo cristiano e dell’Occidente bizantino che ha a Rossano un suo rifugio e la sua fortezza”.

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Sul futuro del Codex, la responsabile delle comunicazioni per il restauro del manoscritto, Rosi Fontana affermò: “Il Codice appartiene a Rossano e Rossano sicuramente è il suo Codice Purpureo: possiamo immaginargli ancora altri 1.500 anni di vita. Oggi è in una super teca, super climatizzata, monitorata 24 ore su 24. Quindi è tenuto nel migliore dei modi possibili e la sua musealizzazione continuerà per lunghissimo tempo ed è certamente il monumento più importante dell’Italia Bizantina del Sud.”

Un pezzo di storia che da solo vale il viaggio in Calabria.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Gaia e le sue Linee Energetiche

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Sin dall’antichità gli insediamenti umani non sono mai stati casuali.
Grande attenzione veniva data non solo alle risorse che un territorio offriva ma anche alla sua “salute energetica”. Per percepire tale salute si utilizzavano metodi legati ad abilità oggi non più considerate attendibili, quali la radioestesia, le capacità rabdomantiche se non le visioni o le divinazioni. In ogni caso un luogo doveva emanare un certo tipo di energia per essere adibito ad una certa funzione e non per niente in questi posti furono costruiti maestosi edifici in cui si praticava il culto degli dei e la gente veniva regolarmente in pellegrinaggio per offrire doni propiziatori. Appare nella sua evidenza che qui si concretizzavano notevoli influenze positive. Tutto ciò ci fa pensare che esista una fisiologia energetica della Terra che in qualche modo era palese ai nostri predecessori. Dolmen, obelischi, menhir, piramidi, le grandi cattedrali ne sono un esempio. Nulla era dato al caso. La prima e più vasta rete energetica conosciuta dagli antichi e giunta fino a noi è composta da Cardo Mundi e Decumano; ma bisogna arrivare al secolo scorso, con gli studi di Watkins con le Ley Line, Peyrè, Curry e poi Hartmann, con le loro reti, per finire con Oberto Airaudi con le sue linee sincroniche per avere nuove teorie sulle griglie energetiche che coprono il nostro pianeta, griglie geobiologiche che possono essere utilizzate per equilibrare la nostra salute e l’ambiente che ci circonda.

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La parola geobiologia, nasce dai due vocaboli geo (Terra), bio (vita) e logos (dottrina) e rappresenta perciò lo studio delle influenze che le energie della terra possono avere sulla vita in genere (vegetali, animali, uomo), ed i mezzi più adatti per risanare i luoghi ove tali energie fossero disarmoniche. Essa raduna in sé la conoscenza e le esperienze accumulate da tante scienze riconosciute (geologia, fisica, biologia, architettura, ecc.), e non ancora riconosciute (rabdomanzia, radiestesia, ecc.). La Terra possiede, come tutto ciò che vive nell’Universo, un corpo fisico ed uno energetico, in cui possiamo riconoscere dei percorsi energetici e centri specifici, paragonabili a quelli presenti nell’uomo. Come le correnti nervose partono dal nostro cervello per arrivare ai punti più lontani del corpo, così le correnti telluriche, sorte dai diversi centri nervosi del pianeta, lo attraversano dandogli la vita. In alcuni punti particolari, l’intensità della radiazione terrestre è abbastanza forte da modificare la composizione chimica delle piante che vi crescono, da attirare gli animali che vi trovano una energia più salutare e, in genere, anche noi umani sentiamo istintivamente i luoghi positivi, dove stiamo volentieri come affermato dal professore canadese Persinger, con i suoi ultra decennali studi di geofisica applicata alla neuropsicologia degli stati modificati di coscienza. Per esempio, molti dei luoghi storici dove avvengono guarigioni miracolose o della divinazioni oracolari sono sovrastanti corsi d’acqua sotterranei con un’energia molto forte. Anzi in molte cattedrali o templi questi corsi d’acqua sono stati appositamente deviati così da passare sotto l’altare e creare frequenze particolari. Si pensi a Lourdes o a Chartres o alla sorgente di Fatima.

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E’ stata individuata anche un’altra singolare correlazione, quella tra luogo sacro e movimenti tellurici. Ad esempio l’Oracolo di Delfi era posizionato sopra una faglia tellurica in una zona sovente soggetta a terremoti. E’ pur vero che le doti divinatorie della Pizia sono oggi spiegate con l’esalazione dell’etilene che fuoriusciva dalle falde del terreno ma queste ipotesi possono comunque convivere senza grossi problemi.

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In oriente lo studio delle simmetrie dell’ambiente circostante permetteva di determinare i luoghi dove costruire; greci e latini facevano pascolare e dormire le greggi sui terreni da abitare e poi ne controllavano lo stato delle viscere. Aùguri e sacerdoti detenevano il potere di determinare i luoghi di culto e guarigione, generalmente pieni di energia positiva. Lo sapevano anche i maestri muratori che costruirono attorno al 1100 in Francia ben 80 cattedrali gotiche, riprendendo le misteriose conoscenze dei Templari.

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E noi sappiamo che molti santuari moderni sono stati costruiti su resti di templi antichi che a loro volta sorgevano su luoghi benefici già usati prima. Gli antichi conoscevano bene anche l’orientamento del letto e sapevano che la posizione migliore per dormire è quella con la testa rivolta verso Nord e i piedi verso Sud. In questo modo il magnetismo terrestre può fluire più facilmente nel nostro organismo e apportare un sonno più ristoratore. Lo scrittore britannico Ruth Borchard dichiarò: “Più la forma di vita è elementare, più le sue capacità innate (gli istinti), compresa la Rabdomanzia, sono valide, integre e infallibili. La mente cosciente può acquisire queste capacità solo con uno sforzo perseverante e non le potrà mai utilizzare con la sicurezza propria degli animali”. La rabdomanzia, dal greco ràbdos, è una tecnica che impiega l’uso di una bacchetta (di solito una forcella di nocciolo) allo scopo di individuare giacimenti di minerali o localizzare delle acque sotterranee. I Cinesi la praticavano già circa duemila anni fa ed erano diventati molto esperti nelle ricerche relative al sottosuolo infatti un’incisione su legno, risalente all’anno 147 a.c. raffigura un Imperatore cinese, appartenente alla dinastia Hia, con in mano un oggetto la cui forma evoca quella di un diapason. Un’iscrizione spiega, senza possibilità di equivoci, che tale strumento era usato per scopi rabdomantici e sembra che tale Imperatore sia stato uno dei più grandi idrologi dell’antichità.

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Gli Etruschi godevano fama di essere ottimi conoscitori delle influenze cosmiche e telluriche, essi piantavano delle aste nel terreno per migliorare le culture o deviare i fulmini. I Romani utilizzavano delle bacchette (dette lituus) con cui le persone sensibili scoprivano falde sotterranee per l’alimentazione delle truppe. In questo modo furono scoperte (probabilmente per puro caso) un certo numero di sorgenti termali.

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Le fasce magnetiche che ricoprono la Terra non sono rigide linee e non presentano sempre un andamento perfettamente geometrico. Le maglie si distendono e si allungano, si comprimono e hanno capacità di deformarsi in presenza di vari fattori come temporali, fulmini, tempeste magnetiche, fasi lunari, terremoti, fenomeni vulcanici, alluvioni, corsi d’acqua sotterranea, ma anche ripetitori radiotelevisivi, antenne di telefonia mobile, trivellazioni, reti fognarie, condutture metalliche di acqua, gas o altro. Non sono neppure nocive di per sé, ma sono indice di vitalità della Terra in quanto essere vivente, non solo: la loro natura le rende vie di comunicazione tra i vari esseri viventi e tra questi e il resto dell’universo. La nocività si manifesta quando i campi elettromagnetici naturali entrano in conflitto con quelli artificiali accumulando in eccesso livelli di energia.

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Le pietre avrebbero avuto un ruolo di vitale importanza nei riti praticati. I giganteschi blocchi granitici di Stonehenge, di Baalbek e centinaia d’altri templi antichi venivano issati in posizione eretta poiché considerati accumulatori di potere magico. Il potere s’imprigionava grazie a qualche misteriosa interazione tra le forze della Terra e quelle del subconscio. A tal proposito è calzante la testimonianza che proviene dalla misteriosa Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), dove gli indigeni raccontano di come i Moai si muovessero grazie al “mana” del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. E’ descritta come una forza magica che esercitava il suo potere dall’interno stesso delle statue, apparentemente senza interventi fisici dall’esterno. Forse la conoscenza di antiche tecniche per la manipolazione delle forze della Terra si è inesorabilmente persa col tempo.

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Le reti energetiche più conosciute e studiate sono:

  • Cardo Mundi e Decumano
  • Reti di Peyrè, Hartmann e Curry
  • Ley Lines
  • Linee Sincroniche

 

CARDO MUNDI E DECUMANO

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Il CARDO MUNDI (cardine del mondo) è la proiezione dell’asse terrestre sulla crosta generata dalla rotazione terrestre e costituisce un campo elettromagnetico che va da Nord a Sud e presenta un picco energetico ogni 24 mt. Perpendicolarmente ad esso si trova un altro campo energetico che va da Ovest verso Est: il DECUMANO (De Cuius Manus = la mano degli dei che fa girare la terra) il cui picco energetico è ogni 30 mt. La parola ha origine dalla linea tracciata dagli aùguri quando interpretavano i presagi degli dei. Non è ben chiaro dai testi consultati se i picchi energetici coincidano con i punti di intersezione delle due linee. Per il momento li consideriamo ipoteticamente coincidenti. Cardo Mundi e Decumano erano conosciuti dagli antichi, tanto che i Romani chiamavano Cardo e Decumano le vie principali delle città. Nei “Corpus Agrimensorium Romanorum”, raccolta di testi che risalgono a circa 2000 anni or sono, si illustrano i vari sistemi di rilevamento, le aree, per la catalogazione e l’inserimento delle costruzioni. L’individuazione dell’origine avveniva a cura di un sacerdote, che, come un rabdomante, mediante un lituo, un bastone sacro con la parte superiore ricurva, simile ad un bastone pastorale nelle fissava due direzioni cardinali, nord e ovest il centro delle direzioni energetiche della rete geodinamica ortogonale di base, cioè il cardo e il decumano, a 90° tra di loro e provenienti, il Cardo da nord e il Decumano da ovest. Solo dopo questa rituali i sacerdoti potevano stabilire la salubrità o meno del luogo. Questa rete geodinamica avvolge tutto il globo e veniva usata come assi cartesiani per ubicare edifici soprattutto, dedicati al sacro. I templi e le chiese venivano eretti seguendo rigidamente l’onda portante di questi allineamenti energetici. Il Decumano, con il suo fluire da ovest verso est, genera due vettori a 45° dal proprio asse, nominati con le direzioni dalle quali provengono: il nord/ovest e il sud/ovest. Le linee che vanno da NordOvest a Sud Est vengono considerate sinistrose, con energia a rotazione antioraria, assorbenti e quindi potenzialmente dannose per l’organismo. Le linee che vanno da NordEst a SudOvest hanno invece energia a rotazione oraria, radianti e quindi potenzialmente benefiche.

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Il Prof. Walter Kunnen, ricercatore belga, ha studiato questi fasci di energia, utilizzando e mettendo a punto uno strumento di misurazione da lui riscoperto:l’antenna di Lecher, in grado di rilevare, con una frequenza impostata, l’intensità, la polarità, e la direzione, sia di un’onda portante che di un onda portata o pendolare. Sulla base di questi studi si riesce a dare un interpretazione alla funzione per la quale venivano costruiti gli edifici, ovvero, le casse armoniche che amplificavano il segnale energetico ricevuto. Erano quindi templi o chiese di esaltazione se vi era prevalenza di segnale NordEst a SudOvest oppure di penitenza se dominava il vettore di NordOvest a Sud Est. Più di 10 anni ricerche svolte su tantissimi siti, con diverse datazioni temporali, confermano queste tesi e addirittura riescono a stabilire come, i costruttori del sacro, riuscivano a deviare, tagliare e dividere le linee energetiche, per ottenere risultati a loro utili All’interno di questo reticolato di base si collocano come frattali le altre reti energetiche terrestri.

 

RETI di PEYRE’, HARTMANN e CURRY

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Circa cinquanta anni fa, scienziati tedeschi e francesi, scoprirono che la terra è solcata da una fitta rete di raggi di perturbazione cosmotellurica. Essa è composta da numerosi campi di forza lineari, intersecantesi tra loro in punti detti nodi, composti da forze di varia natura che si sovrappongono e si sommano tra loro. Ma già nel 1937 Peyré di Bagnoles-de-l’orne segnalò al Congresso Internazionale della Stampa Scientifica, l’esistenza di raggi tellurici in fasce verticali, parallele e perpendicolari al meridiano magnetico, formanti una scacchiera di circa 8 m di lato, e nel 1947 pubblicò il libro “Radiations cosmo-telluriques: leur topographie sur toute la planète, leur rapport possible avec la pathologie humaine, animale, vegetale et notamment avec le cancer”.Nell’opera si faceva il punto delle conoscenze intorno ai raggi Peyré, e il loro rapporto con le malattie dell’uomo, degli animali e delle piante e in particolare con il cancro. Alcuni anni dopo il dott. Hartmann, da cui la griglia, o rete H, prese il nome, si accorse che la linee che la compongono formano dei veri e propri muri invisibili, ma misurabili, che dalla superficie terrestre attraversano tutta la biosfera. Hartmann raccolse nel libro Krankheit als Standortproblem (malattia come problema dovuto al luogo) una serie di articoli scritti in più di trent’anni. In un articolo del 1951 afferma: “Secondo le osservazioni che ho fatto sussiste una legame fra l’irraggiamento terrestre e la malattia. I raggi della Terra provocano un effetto patogeno soltanto su strisce strette (larghe circa 5-10 cm) che si manifestano come zona di stimolo, ovvero di reazione del rabdomante”.

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Riguardo agli effetti sulla salute Hartmann effettua quelle che egli stesso definisce “osservazioni sconvolgenti” e scrive infatti: “Eccetto pochissime malattie, come l’influenza, il morbillo, il raffreddore, eccetera, ci sono poche malattie che non siano causate da una striscia stretta”. Alcuni anni dopo, nel 1968, Hartmann parla invece per la prima volta di “griglia a rete globale”. Dato che ogni sistema vivente sulla Terra è sottoposto ad influenze cosmiche e telluriche, l’organismo subisce le variazioni di frequenza e d’intensità del campo elettromagnetico del pianeta, dovute alla rotazione del globo terrestre su sé stesso e alla sua rivoluzione intorno al sole. Il nostro pianeta si comporta insomma come la piastra negativa di un immenso condensatore, l’altra parte del quale, il cosmo, costituisce la carica positiva. Questa cosmo coppia provoca un campo di natura elettromagnetica, il cui punto di origine è il centro della terra.

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Esso si manifesta sotto forma di una vasta griglia invisibile che copre tutta la superficie del pianeta e in corrispondenza della quale si verifica l’emissione di particolari radiazioni. Gli studi hanno confermato le teorie, soprattutto per i seguenti due aspetti:

  1. Esiste un rapporto molto stretto fra determinati luoghi e l’insorgenza di certe malattie (ciò è anche confermato da diversi studi epidemiologici);
  2. Vivendo per lunghi periodi in particolari zone geopatiche, il corpo umano reagisce per adeguarsi alle variazioni, ma così facendo può facilmente sviluppare malattie.

Su tutta la terra, dalla superficie del suolo alla biosfera, esiste dunque un vero e proprio reticolo, le cui maglie si trovano ogni due metri circa sulla direzione nord-sud e perpendicolarmente ogni 2,5 metri circa su quella est-ovest. Lo spessore della “maglia” (detta anche “parete” della rete) è di circa 21 centimetri che, come la distanza dall’una all’altra, può variare a seconda della natura del suolo.

Il pericolo per la salute è massimo nei punti di incrocio fra le maglie. Così come le correnti marine alterano la forma delle reti da pesca, la forma dei reticoli si modifica in corrispondenza di corsi d’acqua, materiale elettrico, ferroso o metallico in genere o altro ancora che vedremo più avanti.

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Il reticolo ha quindi tre zone di intensità diversa:

  1. La zona neutra: essa è compresa fra i limiti di ciascun riquadro; in essa non vi sono radiazioni rilevanti e le attività vitali vi si svolgono senza alterazioni. È la zona ideale per la vita dell’uomo, specie per rimanervi lunghi periodi e per il sonno.
  2. Le pareti: per tutta la loro lunghezza costituiscono una zona di prima intensità, la cui debole azione non può nuocere all’uomo, a meno che l’intensità non sia aumentata da fenomeni diversi.
  3. I nodi: le zone di massima intensità di radiazioni telluriche; si trovano all’intersezione delle pareti e dunque sono dei riquadri di circa 21 cm di lato; anche qui le dimensioni possono variare notevolmente e sono aumentate da oggetti metallici, specie se collegati alla corrente elettrica, da corsi d’acqua e da faglie sotterranee e cavità del sottosuolo. Altri tipi di perturbazione sono causati da accumuli di metano, radon, petrolio e altro.

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Sapendo che tutti i materiali vibrano e irradiano, il campo radiante naturale è la base per la genesi e la conservazione della vita, che gli organismi viventi sono sensibili a campi elettromagnetici (CEM) di diversa frequenza e che oggi alle radiazioni naturali (onde Spherics, onde di Schumann, etc.) si aggiungono quelle create dall’uomo con inevitabili interferenze reciproche ne consegue che nell’uomo moderno abbiamo una diminuzione delle resistenze ai campi patogeni a causa dello stato di intossicazione generale, causato dalla vita innaturale che conduciamo, piena di interferenze energetiche e alimentari; gli effetti negativi variano da persona a persona, ma si acuiscono quanto più lungo è il periodo di esposizione al nodo o se l’individuo è già ammalato. I disturbi iniziali sono del tutto aspecifici e di tipo funzionale, ma hanno una forte tendenza alla cronicizzazione (insonnia, astenia, cefalea, depressione, vertigini, scarsa concentrazione, etc.). Dopo diversi anni possono insorgere malattie cardiovascolari, degenerazioni cellulari, tumori. I riscontri sono ormai migliaia, ottenuti sia tramite esami di laboratorio che tramite statistiche. Famosissimo è l’esperimento di Hartmann stesso su 24.000 topi di laboratorio. Dopo aver rilevato il reticolo nella zona dell’esperimento, Hartmann collocò delle gabbie con 12.000 topolini nelle zone neutre della rete e i restanti sui nodi del reticolo e poi inoculò in tutti i topolini la stessa quantità di cellule tumorali. Nelle settimane successive constatò che i topolini che vivevano sui nodi si ammalarono tutti di cancro e morirono nel giro di 40 giorni, mentre la malattia crebbe durante i primi giorni nei topolini posizionati in zona neutra poi si stabilizzò per un lungo periodo. Alla fine del periodo di osservazione erano sopravvissuti 8.000 topolini. L’organismo, non indebolito dal campo di disturbo geopatico, era addirittura riuscito a vincere la malattia. Un altro degli esperimenti più interessanti è quello del Dr. Petschke. Egli scelse tre punti di un tavolo, uno neutro, uno lungo la parete e uno sul punto di incrocio della rete di Hartmann. In questi punti, scrupolosamente, effettuò 62 esperimenti sulla velocità di sedimentazione del sangue. Si ebbero enormi variazioni del risultato, dipendenti dalla posizione delle provette, certamente non ascrivibili alla casualità. La sedimentazione risultò ritardata sul reticolo e sull’incrocio e normale nel punto neutro.

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La griglia descritta da Hartmann si restringe verso i poli e si allarga in corrispondenza dell’equatore, non è rigida ma è come una maglia che tende ad allargarsi o restringersi in presenza di altri campi magnetici. La rete H subisce variazioni della sua regolarità geometrica e del grado di patogenicità dei suoi campi, in numerosi casi tra cui fattori di natura cosmica come temporali, fulmini, tempeste magnetiche, fasi lunari, macchie solari, particolari coincidenze astrali, venti, irraggiamento cosmico, oppure fattori di natura tellurica come terremoti, fenomeni vulcanici, alluvioni, corsi d’acqua sotterranea, faglie, falde freatiche, cavità sotterranee, masse metalliche, sacche di gas o petrolio e fattori di natura tecnica come miniere, trivellazioni, reti fognarie, condutture metalliche, pilastri in ferro-cemento nel sottosuolo, qualsiasi forma di agopuntura artificiale, scavi per l’accatastamento di residui metallici, scorie radioattive e ogni tipo di rifiuto in genere. Gli studi hanno indicato che dodici ore prima che avvenga un terremoto il reticolo subisce una distorsione. Gli animali solitamente sono sensibili alle distorsioni temporanee del reticolo e lo evidenziano con stati di agitazione e comportamenti anomali. L’intensità dei campi della rete H subisce anche variazioni secondo un ritmo circadiano. Dalle ore 0 alle ore 2 e dalle ore 12 alle ore 14, si ha un aumento della patogenicità della rete, mentre tra le ore 5 e le ore 7 e tra le ore 17 e le ore 19, l’effetto geopatogeno raggiunge i suoi picchi di minore intensità.

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I nodi di Hartmann possono essere trovati guardando gli animali. Su un nodo le api impazziscono, fanno moltissimo miele e poi cadono in esaurimento, a meno che l’apicultore non le sposti dopo il periodo di produzione fino a primavera. I gatti stanno sui nodi quindi l’uomo non dovrebbe mai stare dove di solito sta un gatto. I cani e cavalli scansano i punti negativi e, se noi mettiamo la cuccia in un punto geopatogeno, rifiutano di entrarci; si dice che dove sta bene un cane sta bene anche l’uomo. In Asia i nomadi fanno il campo dove i cani selvatici si fermano a riposare. Termiti e formiche fanno i nidi sopra i nodi, che per di più sono sopra corsi d’acqua tanto che alcune tribù africane scavano i pozzi proprio sotto i formicai.

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Nelle Alpi bavaresi, nel luogo dove si vuole costruire una stalla o una casa, si mette un formicaio e, se le formiche vanno via, il luogo va bene. Gli alberi indicano zone patogene se il tronco è marcio e cavo, ci sono tumori o rigonfiamenti del legno, muschi molto verdi e brillanti sul tronco per 4 o 5 m anche dalla parte non a nord (il muschio indica generalmente la parte a nord), siepi gialle, fusti che si contorcono come se volessero scappare ecc. Sull’uomo si guarda la resistenza elettrica della pelle che varia per influssi di campo. Si misura il potenziale con elettrodi sulla pelle che danno la curva di resistività e se si e’ in zona neutra, la curva e’ piana e tranquilla mentre se si è su un nodo la curva è accidentata. Hartmann ha fatto 125000 di questi georitmogrammi (variazioni di resistività cutanea).

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La Rete di Curry, dal nome del medico tedesco che l’ha studiata, ha natura elettrica e pare sia di origine cosmica; è disposta in modo diagonale rispetto a quella di Hartmann: le sue “fasce” si propagano da nord/nord-ovest a sud/sud-est e da sud/sud-ovest a nord/nord-est, formando un angolo di circa 45° rispetto all’asse magnetico terrestre. I lati sono di circa 3 – 3.5 metri ma possono essere estremamente variabili; ciò rende molto difficile la loro corretta individuazione. I punti di incontro sono anche qui detti nodi e data la loro maggiore carica elettromagnetica (maggiore anche dei nodi H), sono considerati perturbanti causando le geopatie già descritte per i nodi H. I nodi C possono assumere anche dimensioni che dai 50 cm. giungono fino al metro. La rete Curry è mobile, estremamente variabile e perturbabile da altri fattori di origine naturale o artificiale. Non va infine dimenticato che aumenta la propria intensità dalle ore 23.00 alle ore 04.00 circa.

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La rete di Curry non sostituisce o nega l’esistenza della rete H, ma ad essa si sovrappone e con essa interagisce. I punti, in cui i vertici delle maglie della rete di Hartmann corrispondono con quelli di una maglia del reticolo di Curry, sono particolarmente patogeni per l’uomo. I camini cosmo-tellurici della rete di Curry sono condotti verticali che rendono possibile il fluire di energie dal cielo alla terra e viceversa. La loro dislocazione è indipendente dalle anomalie della struttura della terra. Le loro forme sono cilindriche con diametro variabile da un camino ad un altro. Si compongono di un nucleo che ha un’attività più intensa della circonferenza. Alcuni sono larghi fino a 60 centimetri. La loro funzione risiede nel fatto che permettano un flusso di inspirazione/espirazione della terra. E’ un fluire lento, circa 2 – 3 minuti (ispirazione), durante il quale il diametro del camino si allarga. Segue una breve pausa e poi il flusso si inverte con un’espirazione di circa 3 minuti.

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La rilevazione di tali flussi è delicata, difficile ed eseguita con metodi radioestesici. Studi francesi hanno evidenziato che all’interno di ogni chiesa medievale veniva individuata una zona marcatamente negativa. Il punto veniva evidenziato con una pietra, “la pietra dei morti” ed era il luogo ove veniva collocato il feretro durante le funzioni del commiato. Analogamente esistevano zone ad alta energia dove di solito era per esempio collocato il fonte battesimale.

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Le Reti di Hartmann e Curry sono misurabili con il galvanomerto (misura le correnti elettriche anche deboli) e il geomagnetometro (registra il magnetismo di origine terrestre), oltre che con la radiestesia e il comportamento animale.

 

LEY LINES

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Nel 1920 Alfred Watkins , stava percorrendo con la propria auto le strade di Blackwardine, nell’Herefordshire, in Inghilterra, quando, osservando la cartina, si rese conto che moltissimi siti preistorici, in quella zona per lo più megalitici, e edifici di culto erano allineati e collegabili tra loro con precise linee rette, costituite, anche nella realtà, da piste, sentieri, di circa due metri di larghezza. Dopo una serie di approfondite ricerche, che sfociarono nei volumi Early British Trackways e The Old Straight Track, Watkins giunse alla conclusione che quelle linee erano risalenti al periodo pre-romanico, forse addirittura al neolitico; che fossero poi state ricalcate nell’età del bronzo e del ferro e preservate in modo occasionale durante la cristianizzazione, giungendo quasi intatte fino a noi. Queste direttrici sono state chiamate ley lines o linee di prateria. Larghe all’incirca due metri ed equidistanti tra loro, percorrerebbero l’intera superficie terrestre, incrociandosi tra loro formando una griglia. Su questi incroci sorgerebbero i templi e i luoghi sacri e sotto di esse scorrerebbero fiumi sotterranei o sarebbero presenti filoni di minerali metallici.

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Riguardo la loro funzione, Watkins inizialmente riteneva che le ley lines fossero semplici vie di comunicazione tra luoghi di rilevanza sociale e religiosa particolarmente forte nel periodo neolitico. Tuttavia, il fatto che molte lines ricalchino il percorso del sole durante i solstizi o quello della luna, lasciava pensare che essere avessero anche una funzione legata all’ambito spirituale infatti, sempre secondo Watkins, esse potevano costituire una sorta di percorso, di tracciato, da compiersi durante alcune particolari celebrazioni o cerimonie. Il fatto stesso che le lines colleghino luoghi di culto come siti megalitici o zone di sepoltura o chiese pare confermare tale interpretazione. Secondo il parere dello studioso Martin Gray, nei punti di intersezione, spesso posti in corrispondenza di corsi d’acqua sotterranei o, comunque, chiare anomalie del suolo, si svilupperebbero dei centri di potere, da intendersi come luoghi in cui la latente energia della terra, grazie agli influssi dei corpi celesti, viene riattivata, quasi ridestata. Con la predisposizione di pietre in verticale (menhir o dolmen), i nostri antenati avrebbero avuto la concreta possibilità di sfruttare tale energia, convogliandola in giusta misura: enormi macigni verticali posti ad arte, di cui ignoriamo tutto, anche il modo con cui furono trasportati da luoghi lontanissimi, ma situati nei luoghi in cui dovevano dar luogo a particolari attività, solitamente dedicati alla preghiera, all’invocazione di Entità benefiche ed alla ricerca di un collegamento tra il proprio spirito e la divinità. Oggi, in simili luoghi, ritroviamo le rovine di antichi centri di culto se non costruzioni a forte valenza religiosa.

teaserbox_2452250402Inizialmente, Watkins non attribuì alle ley-lines alcun significato soprannaturale o magico: ad attribuire un primo connotato soprannaturale alle “linee di prateria” fu l’occultista e scrittore Dion Fortune, che nel romanzo del 1936 The Goat-footed God conferì alle ley-lines caratteristiche magiche, legate al culto della terra. In seguito, due rabdomanti inglesi, il capitano Robert Boothby e Reginald Smith del British Museum, collegarono i tracciati delle ley lines alla presenza di falde acquifere sotterranee e all’esistenza di ipotetici flussi elettromagnetici. Ancora, due ricercatori nazisti, Wilhelm Teudt e Josef Heinsch, piegando la ricerca all’esaltazione incondizionata della razza ariana, conclusero che gli antichi Teutoni avevano contribuito alla realizzazione di una fitta rete di linee astronomiche, le cosiddette Heilige Linien, la quale avrebbe collegato tra loro i più importanti luoghi sacri dell’antichità. Teudt localizzò uno di questi punti nel Teutoburgo Wald district nella Bassa Sassonia, centrata attorno la formazione rocciosa di Die Externsteine.

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Continuando a parlare di ley line, c’è da dire che questi flussi energetici sono molto diversi, per struttura, dai nodi geopatici e hanno anche polarità diverse: i nodi energetici che si creano all’intersezioni delle varie reti energetiche (Hartmann, Curry), sono per noi esseri umani un’energia negativa (difatti si chiamano nodi geopatici) e cioè energia che ci danneggia. L’energia delle ley lines invece, è costituita da fiumi energetici (come le correnti nel mare) di pura e potente energia sottile che attraversano l’etere in una direzione ed è sempre quella; questi flussi ci energizzano, ci attivano i chakra e possono costituire per noi esseri umani una notevole fonte di guarigione. Non sappiamo ancora bene come nascano le ley line; possiamo trovarne una all’improvviso e possiamo non trovarla più dopo chilometri, sempre all’improvviso. Secondo la Geobiologia, le leyline possono essere lunghe da pochi metri a centinaia di chilometri, larghe da 2/3 metri a 100/120, di altezza che va da pochi metri ai 30/50 e il flusso energetico scorre sulla superficie del terreno seguendo i rilievi del suolo e quindi salendo anche su per colline e montagne. L’intensità, quantificata in Bovis, che è lo strumento utilizzato per la misurazione delle cosiddette energie sottili, risulta variabile dai 6/7000 bovis, ai 15/16.000 bovis per quelle più potenti. Il reticolato di questa antica rete globale formerebbe percorsi dritti e tutta una serie di triangoli sull’intero pianeta, tanto da far individuare collegamenti già noti, come quello Tra Carnac in Francia e Karnak in Egitto passando da Lione e dai fori romani, oppure quello tra Dodona, Thebes e il monte Ararat, o ancora la famosa linea di San Michele solo per citarne alcuni.

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Nel 1969 lo scrittore John Michell riprese il termine ley lines, associandolo a teorie spirituali e mistiche su allineamenti di forme terrestri, sulla base del concetto cinese del Feng Shui. Riteneva infatti che una rete mistica di ley lines esistesse in tutta la Gran Bretagna. Secondo l’antica disciplina cinese che significa vento e acqua, a rappresentazione dei due elementi principe della Terra, le ley lines suddividerebbero la Terra in un vero e proprio reticolato energetico. Paul Deveraux avrebbe poi concluso che tutti i cerchi di pietre possano indicare la presenza di una ley line. La sua forza verrebbe misurata in base alla lunghezza, alla precisione della deviazione, al numero dei marcatori energetici ed al loro significato individuale.

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Su tali basi, si possono individuare le ley lines in diverse categorie di base, quali quelle astronomiche, funerarie e geometriche. Secondo una delle più accreditate teorie, le origini del Feng Shui, nonostante siano ancora incerte, sembrano risalire alle tombe del Neolitico, e seguire i suoi principi nella costruzione. Ciò confermerebbe le teorie di Mitchell. Non a caso, nella costruzione del dinamico equilibrio di Yin e Yang, il primo, principio oscuro e femminile, è rappresentato dall’acqua; il secondo, principio caldo e luminoso maschile, è rappresentato dal vento, inteso nel senso del respiro. Entrambi indispensabili, si applicano nella vita quotidiana anche nell’arredamento interno degli edifici. Dopo la pubblicazione del libro di Michell, la versione spiritualizzata del concetto fu adottata da altri autori e applicata a paesaggi e luoghi di tutto il mondo.

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Entrambe le versioni della teoria furono criticate per il fatto che le distribuzioni casuali dei punti servivano inevitabilmente a creare allineamenti apparenti. La deduzione che le linee avessero non solo funzione di comunicazione tra luoghi simbolo, ritenuti sacri, ma che fossero connesse all’energia spirituale di un posto, introdusse allo studio della magia e dell’esoterismo. Non a caso si parla spesso di Stonehenge come di uno dei siti megalitici più energetici esistenti al mondo, e dove spesso le persone si riuniscono per “ricaricarsi”. E’ altrettanto vero che di luoghi come Stonehenge ne esistano infiniti altri: basti pensare ad Avebury HengeSilbury HillCastlerigg stone circle, o i Menhir della nostra Sardegna.

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Lo stesso esempio viene fatto a proposito dei crop circles, molti dei quali compaiono proprio in quella zona. I monoliti contengono quarzo, eccellente canalizzatore di energia. Si tratta però di energie non misurabili secondo le leggi fisiche, ma attraverso la psiche o il subconscio. Potremmo definire questi punti dei veri e propri chacka della Terra, tanto che possono essere intercettati facilmente attraverso la rabdomanzia. Dove compaiono i crop circles invece, si sono registrati particolari infrasuoni e si è osservato come, in quei momenti l’energia che si sprigiona in quelle aree sia talmente elevata da influire su cellulari, registratori e telecamere.

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Proprio l’allineamento geometrico di Silbury, Avebury ed i complessi megalitici di Stonehenge e Glastonbury si combinano a formare un triangolo rettangolo che attraversa il paesaggio inglese.

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L’ipotenusa è formata dalla ley line di San Michele inglese, che attraversa l’Inghilterra, lungo l’apice del Sole allo zenith nel mese di maggio. Avebury si trova infatti esattamente 1/4 di un grado a nord di Stonehenge. La English Michael Ley Line rappresenta la principale linea di energia che collega i principali siti megalitici e altri imponenti edifici di culto in Inghilterra.

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Ma il culto dell’Arcangelo Michele è professato in tutta Europa e i luoghi sacri dedicati a questo santo sono posizionati su un’unica linea retta con un allineamento perfetto, inspiegabile, è solo una casualità? Skellig Michael (Repubblica Irlandese) posto all’estremo nord di questa linea su un’isola dell’Irlanda, raggiungibile soltanto con il mare calmo, St Michael’s Mount (Cornovaglia – Inghilterra sud-occidentale) a poca distanza da Stonehenge, con il tempo diventò una delle mete di pellegrinaggi più importanti del medioevo in Gran Bretagna., Mont Saint Michel (Normandia – Francia) l’isola incantata nel nordest della Francia, la Sacra di San Michele (Val di Susa – Piemonte) dall’origine incerta e punto mediano della linea, San Michele del Gargano (Monte Sant’Angelo – Puglia) il più famoso luogo di culto micaelico dell’occidente, Monastero di San Michele (Isola di Simi – Grecia) attaccata quasi alla Turchia, nel Dodecaneso meridionale, in un’insenatura stupenda del mare Egeo e per finire il Monte Carmelo (Gerusalemme) sacro agli ebrei, ai cristiani, ai musulmani e ai bahá’í è il viaggio che percorre questa linea perfetta è molto potente.

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Forse ancora più sorprendente è il fatto che i tre luoghi più importanti ovvero Mont Saint Michel, la Sacra di San Michele  e il santuario di Monte Sant’Angelo si trovano alla medesima distanza, 1000 chilometri. Inoltre la Linea Sacra è in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del Solstizio di Estate e per questa è anche chiamata la ley line di Apollo.

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Nel 1936 il filologo francese Xavier Guichard pubblica il libro “Eleusis-Alesia” dove riporta la scoperta di misteriosi allineamenti esistenti tra paesi di tutta Europa accomunati da alcune peculiari caratteristiche: l’assonanza nel nome con la parola ”Alesia” e la collocazione in vicinanza di fiumi, pozzi o fonti di acque minerali. Nell’antico idioma indoeuropeo alis significa asilo, rifugio, ed è straordinario verificare come esistano molte città che richiamano tale vocabolo nel loro nome e come tutte convergano verso una cittadina della Francia meridionale oggi nota come Alise-Saint-Reine e un tempo chiamata Alesia (ad Alise si trova la “Fontana inesauribile di Santa Regina” che, si narra, abbia guarito 50.000 ammalati). Tra le città allineate troviamo Alassio in Liguria, Aliso in Corsica, La Aliseda in Spagna e molte altre; è probabile che il “ristoro” possibile in queste località non sia solo di tipo fisico per eventuali pellegrini, ma che possa essere soprattutto di natura spirituale in virtù delle caratteristiche energetiche di questi luoghi collocati in punti speciali del reticolato terrestre.

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Le ley line possono anche sporcarsi durante il loro tragitto e portare a valle la congestione sottile che incontrano sul loro percorso. E’ stato sopra detto che una ley line è un flusso enegetico con una direzione come un fiume. Se una ley line incontra una fabbrica, una centrale elettrica, un cimitero, una discarica, un giacimeto radiattivo, essa si congestiona e si “trascina” con se la congestione acquisita e se voi avete situata un’abitazione a valle del flusso energetico della line, vi vivrete la congestione che la line ha “incontrato” sul suo procedere. Se l’intensità della ley line è alta, essa riuscirà poi a “autopulirsi” dalla congestione. C’è anche da dire che con lo sviluppo attuale delle civiltà occidentali e ora anche del terzo mondo, una qualsiasi ley line incontra sul suo cammino necessariamente siti congestionati e quindi, a differenza di un passato dove gli inquinamenti tecnologici non esistevano, una ley line si porta dientro necessariamente qualche congestione.

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Il suo percorso attraversa congestioni che possono essere sia naturali, che create dall’uomo. Queste congestioni sono naturali quando la ley line incontra energie geopatiche di grande ampiezza e intensità, oppure giacimenti di minerali a noi nocivi come l’uranio, o altri agenti naturali a noi altamente tossici. Le congestioni create dall’uomo possono essere pozzi neri, discariche, cimiteri, centrali nucleari, centrali elettriche. Il caso di gran lunga peggiore è essere situati a valle di una ley line che passa attraverso una centrale atomica.

LE LINEE SINCRONICHE

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Le linee sincroniche sono grandi fiumi di energia che circondano il nostro pianeta e lo collegano all’universo. Lungo le linee sincroniche si sviluppa l’evoluzione della vita e dell’essere umano e si addensano gli eventi principali in grado di direzionare sincronicamente le forme e la loro trasformazione. Sono le “autostrade” sulle quali viaggiano le forme-pensiero e le idee, attraverso le quali transitano le anime in prossimità della loro incarnazione. Delle Linee Sincroniche ne parla per la prima volta la Comunità di Damanhur, in particolare nel libro di Oberto Airaudi, Linee sincroniche: Gli scorrimenti energetici del pianeta, editato nel 1998.

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La Terra è attraversata da diciotto Linee principali: nove con direzione Nord-Sud e nove con direzione Est-Ovest”, che gli antichi cinesi chiamavano la “Schiena del Drago” o “Vene del Drago”. La grande muraglia cinese è stata eretta su una Linea Sincronica ed è spesso chiamata “dorsale del Drago”. Come per le nadi del corpo umano, l’intersecarsi di due o più linee determina un punto di regolazione dell’intero sistema energetico (per le linee sincroniche si parla di “nodo splendente”). Le Linee Sincroniche trasportano pensieri e idee e attraverso di esse è possibile collegarsi a qualsiasi punto del pianeta e possono accelerare il corso degli avvenimenti intervenendo sulle probabilità. Tutto l’universo è percorso da queste linee che, tra loro collegate, creano una rete di comunicazione tra i mondi, le stelle e le galassie ove sia presente la complessità della vita. In tempi passati, non solo costruire lungo una Linea Sincronica era auspicabile e maggiormente produttivo, ma spesso i “nodi splendenti”, divenivano sede di luoghi di culto particolari, al fine di sfruttare al meglio le concentrazioni energetiche e di potere che contribuivano all’insorgenza di particolari fenomeni.

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La differenza tra Linee Sincroniche e Ley Lines sta nel flusso energetico che le due portano. Le linee sincroniche sono determinate da energie psico-energetiche ( la conoscenza, l’immaginazione, il linguaggio emozionale, l’elevazione dello spirito, le trasformazioni dal punto di vista psichico, l’accesso alle altre dimensioni, l’energia sottile plasmabile col Pensiero), per questo catalizzano gli flusso degli eventi grazie alle sincronicità spazio-temporali (da qui il loro nome) e non sono dritte. Le Ley Lines sono linee energetiche rette che collegano vari luoghi sacri del neolitico, ma questo tipo di energia è un’emanazione delle energie prodotte dalla Terra che produce una risonanza con l’energia di tutti gli esseri viventi che hanno un contatto con essa. L’energia e il potere delle Linee Sincroniche non è localizzato solo in perfetta corrispondenza con la vena, ma si espande, parimenti può essere influenzato senza che determinati avvenimenti si svolgano proprio su di essa. Queste linee non scorrono per la loro intera lunghezza sulla superficie della Terra: solo in alcuni punti esse sono affioranti. Il loro tragitto è soprattutto ipogeo o aereo. L’impiego dell’adeguata conoscenza “magica” consente di inviare o ricevere informazioni e pensieri da tutto il mondo e persino dal cosmo, programmare le reincarnazioni e viaggiare nello spazio. Le linee sincroniche si dividono in Grandi linee e linee Minori. Le Grandi linee si suddividono a loro volta in 9 linee orizzontali e 9 linee verticali. Le Minori a loro volta si dividono in 2 al loro interno con scorrimento opposto ,ruotando a spirale attorno a un baricentro.

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Le linee verticali:

PRIMA: si trova al centro dell’Oceano Pacifico e scorre fino al Polo Sud

SECONDA: attraversa il Canada,va negli USA,in Messico,tocca alcune isole nel Pacifico e dal sud America raggiunge il polo sud

TERZA: passa x il Perù,il Cile e la Terra del fuoco,poi raggiunge il polo sud

QUARTA: attraversa la Groenlandia,affiora a Capo verde e scende verso sud

QUINTA: dal nord attraversa l’irlanda,il sud dell’Inghilterra(Stonehenge),arriva in Bretagna,scorre fino alle Alpi,scende in Italia,arriva in Egitto e poi dal centro Africa procede verso il polo sud

SESTA: entra in Russia,Polonia,Ungheria,Austria,Italia,scende fino alla Grecia,Turchia,Libano,Israele,torna in Egitto e scende verso il polo sud

SETTIMA: attraversa il Pakistan e il Nepal,l’India e segue il corso dei fiumi.Si inabissa verso il centro della terra senza arrivare al polo sud

OTTAVA: attraversa l’Unione Sovietica,scende fino all’Himalaya,prosegue in Thainlandia e scende verso il polo sud

NONA: parte dalla Siberia,arriva in Cina,scende verso la Nuova Zelanda e raggiunge il polo sud

Le linee orizzontali:

A: incontra la prima in Alaska e in Canada la seconda e la terza. Sfiora l’Islanda,l’Irlanda e l’ Inghilterra.

B: resta in Usa nei pressi del lago Ontario,poi si tuffa nell’ Atlantico,prosegue in Portogallo,Spagna,Francia,Italia,Jugoslavia,Romania fino in Cina e Giappone.

C: nasce nel Pacifico,sfiora la California,prosegue in Messico,si tuffa nell’Atlantico,raggiunge il Mediterraneo,arriva in Egitto e poi prosegue verso il Pakistan e Iran e da qui verso il Nepal.

D: in Perù,Amazzonia,Atlantico.Arriva in Egitto e nella penisola arabica,il Mar Rosso e prosegue verso l’India,la Birmania.Poi sprofonda nel mare verso terra.

E: affiora nel Pacifico poi prosegue verso il Brasile.Da qui raggiunge l’Africa e poi l’oceano Indiano

F: dal Cile attraversa il Sud America e si tuffa nell’Atlantico.Raggiunge l’Africa del sud,il mar Rosso e risorge verso l’Australia.

G: sud America,Atlantico,Africa fino all’ Australia

H: costa sud Americana fino alla terra del fuoco.Poi Atlantico fino all’Africa e da qui prosegue fino in Australia.

I: Terra del Fuoco,Atlantico e molte zone non abitate.

In questo periodo storico, sono molto attive le verticali seconda ,quinta e sesta e le orizzontali A,B,C.

La terza è un po’ meno attiva mentre la Nona, ha aumentato il suo potenziale.

Le linee Minori si originano quasi sempre in 3 circostanze:

1)nei punti di maggiore vicinanza tra le grandi linee.

2)quando le grandi linee sono aggrovigliate.

3)in corrispondenza di fiumi, isole o montagne

Possono essere considerate “porte energetiche”, per entrare in contatto con altre dimensioni o livelli evolutivi. Sono individuabili con la radiestesia, l’osservazione della morfologia e della storia del territorio ma anche mediante viaggi astrali e medianità. Ley Lines e Linee Sincroniche si distinguono così dalle Reti Hartmann e Curry non avendo corrispondenze con le linee magnetiche terresti.

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E’ scientificamente provato che utilizziamo solo il 10% delle nostre potenzialità cerebrali. Anche la percezione, attraverso i nostri sensi, è parziale. Riusciamo ad udire solo determinate frequenze, così come riusciamo a vedere e percepire solo una gamma limitata di radiazioni cromatiche. Tutto ciò è considerato normale, mentre non si pensa altrettanto di persone che estrinsecano capacità “extrasensoriali”. Dagli studi di Sergio Costanzo, scrittore e biologo, si viene da porsi una domanda: “Che cos’è dunque un luogo d’energia?” Il luogo è per definizione “una porzione di spazio materialmente o idealmente delimitata”. Dalla notte dei tempi, le necessità fondamentali dell’essere umano sono rimaste inalterate: reperire il nutrimento fisico e spirituale. E’ per rispondere a questo bisogno primordiale, che l’uomo nel corso dei millenni, ha delimitato fisicamente ma soprattutto idealmente, luoghi particolari per caratteristiche geofisiche ed energetiche. Energia, un termine derivato dal greco, dato dalla fusione di due parole, “en” dentro ed “ergon”, lavoro, opera. Dunque i “Luoghi d’Energia” non sono altro che porzioni di spazio idealmente o materialmente delimitati in grado di produrre autonomamente e intimamente un lavoro. In altre parole luoghi capaci di estrinsecare energie di varia natura che inevitabilmente si compenetrano e interagiscono con tutte le altre forme di energia, inclusa quella compressa, ovvero, la materia. Associare i due termini ed i significati che sottendono è invero abbastanza arduo ed inusuale almeno per l’uomo moderno, ma questo concetto è stato il fondamento su cui si è basata la ritualità e quotidianità umana in ogni epoca ed ad ogni latitudine. I luoghi d’energia da sempre rappresentato un punto di riferimento, per l’uomo alla ricerca del benessere, della salute fisica ma soprattutto del contatto col trascendente.

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Come dice lo stesso Sergio Costanzo: “Nel corso dei millenni, in virtù delle loro caratteristiche, questi luoghi sono divenuti luoghi di culto, in onore di divinità, le più disparate, o luoghi di cultura e potere. Paradossalmente questo intimo legame tra energia e fede, energia e conoscenza, ne ha decretato l’alienazione e l’oblio. Le nebbie del passato, vanno gradualmente dissolvendosi e da più parti autorevoli voci si alzano, nel tentativo di portare l’uomo, a riappropriarsi di quella cultura e quella conoscenza che gli erano proprie. Purtroppo, agli albori del terzo millennio, vittima consapevole eppur complice di una fretta imperante, l’uomo ha poco tempo e poca voglia di porsi domande e in questo contesto di cultura preconfezionata, preferisce assumere una forma mentis non propria alla quale si conforma e si adatta. Un sapere che era proprio di tutte le culture antiche e che era stato trasmesso e conservato con cura da generazioni di sciamani, sacerdoti, veggenti, sensitivi, druidi, profeti, monaci e architetti. Ecco dunque il perché di questo luogo ideale e materiale, un tentativo modesto di aprire uno spiraglio, di esplorare il nostro mondo, di concepire la Terra come un essere vivo e pulsante capace di agire, reagire e soprattutto interagire con l’uomo e la sua energia. Templi, caverne, menhir, piramidi, moschee, piccole pievi romaniche o maestose cattedrali, chi di noi in certi luoghi non si è sentito almeno una volta accolto, abbracciato, sollevato, e il suo respiro si è fatto sincrono, ritmato, con un respiro più ampio, immenso. Questi luoghi che dalla preistoria hanno richiamato a se l’uomo, sono stati frequentati, armonizzati, modificati, usurpati, ma ancora oggi il battito della terra è forte e presente”.

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Nel loro insieme queste linee costituiscono una sorta di sistema nervoso della Terra, in quanto veicolano nel loro flusso. Il corretto funzionamento del reticolato energetico terrestre è importantissimo per la salute del pianeta e dei suoi abitanti: oggi purtroppo tale funzionamento è gravemente ostacolato da costruzioni e comunità moderne edificate senza alcun rispetto del sacro e dalla continua creazione di forme pensiero dense e negative. L’ “Ipotesi Gaia” (derivato da quello dell’omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea) è una teoria di tipo olistico formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 in “Gaia. A New Look at Life on Earth”, trovando poi numerosi consensi nel mondo scientifico e si basa sull’assunto che tutte le componenti geofisiche del pianeta Terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all’azione degli organismi viventi, vegetali e animali: ad esempio la temperatura, lo stato d’ossidazione, l’acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla Terra presentano un equilibrio variabile nel tempo che evolve in sincronia con il biota.

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Questa teoria ha fatto si che il mondo moderno si riappropri del biocentrismo a discapito di un egoistico antropocentrismo. Mettere al centro dell’universo l’Uomo (un astratto Uomo con la U maiuscola) significa contraddire una banale realtà: senza le piante, gli animali, l’aria, l’acqua, noi uomini non esisteremmo neppure. È un delirio di onnipotenza. Un eccesso di presunzione. È un’illusione su cui si sono strutturati immensi e presuntuosi quanto fragili sistemi di pensiero, che ci hanno separato dal mondo reale portandoci a credere che esista un pensiero puro disincarnato, che tutto sia stato creato per noi, che siamo liberi di abusare di piante, animali e ogni altro elemento naturale. Che siamo i signori e padroni del mondo. Oggi la scienza, con il contributo decisivo dell’ecologia, è arrivata a ripensare in termini completamente nuovi, ma insieme antichissimi, la struttura stessa del mondo in cui viviamo. Una caratteristica basilare dell’ecologia è l’interdisciplinarietà creando una scienza trasversale, che lega fra loro tutte le scienze della natura e dell’uomo, prendendo a modello la natura stessa, in cui tutti i fenomeni sono legati indissolubilmente. Per andare avanti, l’ecologia è tornata alle radici, si è ricollegata a visioni del mondo che erano ritenute primitive, oscurantiste, curiosità antropologiche o che semplicemente erano ignorate.

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È sotto il nome di Gaia che risorge la concezione della Terra come sistema simile a quelli viventi, come unico organismo dotato di capacità di autoregolazione, finalizzata al benessere complessivo di ogni componente della biosfera. Il termine “biosfera” (la sfera del vivente) venne coniato nel 1875 dal geologo e filosofo austriaco Edward Suess. Secondo Suess, il mondo vivente è una “totalità capace di sostentarsi”, che ha un substrato geologico; fa parte integrante della superficie della Terra, interagisce con l’atmosfera (l’aria) e la litosfera (l’involucro esterno solido della Terra, la crosta terrestre, fatta di rocce,in Greco “lithos”). Il primo scienziato, tuttavia, a sostenere che “la Terra è un organismo vivente”, “un singolo organismo gigantesco in evoluzione” fu il mineralogo, radiogeologo e geochimico russo Vladimir I Vernadsky (1863-1945). Prima ancora, diversi scienziati avevano anticipato la concezione della Terra-organismo: nel 1700, lo scozzese James Hutton  dicendo: “Io ritengo che la Terra sia un super-organismo e che il suo studio appropriato debba essere fisiologico”, e il francese Jean Baptiste Lamarck: “I fenomeni viventi non sono a sé stanti, fanno parte di un tutto più vasto, la natura.Sono comprensibili solo alla luce della loro costante interazione con il mondo non vivente”. Nel 1800, il geografo ed enciclopedico francese Eliseé Reclus affermò: “L’uomo è la natura che prende coscienza di sé”. Concetto che sarà ripreso dall’ecologia profonda eliminando anche qui l’antropocentrismo: anche gli alberi, le rocce, i delfini hanno e sono coscienza, seppure diversa da quella umana, intendendo per coscienza l’informazione che appunto in-forma, mette in una forma l’energia sottostante a ogni fenomeno fisico.

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E secondo alcuni pensatori, come il biochimico inglese Rupert Sheldrake, tutta la vita è coscienza, e si evolve sotto l’influenza di “campi morfogenetici”, sorta di memorie cosmiche attive in cui si plasma l’evoluzione. I campi morfogenetici sono “stampi” prodotti dall’accumularsi di esperienze delle forme viventi; così sarebbero i campi morfogenetici entro cui si svilupperebbe l’evoluzione delle forme e delle funzioni. Sheldrake è autore fra l’altro del libro “La rinascita della natura. Un nuovo rapporto tra scienza e divinità. L’ecologia come ‘essere’ e non solo come ‘fare’”, ed. Corbaccio, Milano, 1993. Un esempio di come gli scienziati possano fare “scandalo”, anzi come questo sia il loro mestiere, se fatto bene. L’ipotesi Gaia è una teoria scientifica, ovvero un costrutto mentale provvisorio, che potrà essere modificato in base a nuovi studi e ricerche; non è una verità di fede, una religione, un’interpretazione spiritualista o animista della realtà naturale. Tuttavia ha saputo, al di là delle sue intenzioni, mobilitare l’immaginazione e il sentimento. Oggi è la base di una nuova concezione globale che vede l’essere umano come semplice parte di un tutto molto più grande, non più signore e padrone ma custode della natura e della vita. Riprendendo anche le tradizioni dell’ermetismo (secondo il quale “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”), la nuova scienza degli insiemi e la teoria olografica della realtà (quella secondo cui in ogni parte c’è il tutto: la dimostrazione scientifica sarebbe data dalla clonazione, con cui si riesce a ricreare da una cellula l’organismo intero) scoprono che le simbiosi di piccoli organismi (cellule), e le stesse differenziazioni funzionali all’interno di una cellula, sono riprodotte a più grandi dimensioni. Questi “insiemi”, detti anche “oloni”, sono unità autosufficienti ma a loro volta composte da sotto-insiemi, e parti di insiemi più grandi. Una città, come un corpo umano, ha parti dedicate allo studio, alla riflessione, all’immaginazione, all’informazione (come il cervello e il sistema nervoso), al commercio e al nutrimento (come il sistema digerente), all’evacuazione (discariche, fogne), alla circolazione, al trasporto (come il cuore, le vene, la linfa), alla riproduzione, alla produzione. Allo stesso modo, la natura, la biosfera.

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In questo grandissimo organismo, noi siamo una piccola parte, ma importante come lo sono tutte le minime parti; forse possiamo paragonarci ai sensi e al cervello; ma, per altri versi, visto ciò che stiamo combinando all’ambiente, anche a una malattia, a un parassita fastidioso. Vittorioso sul piano tecnologico, economico, militare, l’Occidente deve cercare nuove vie per risolvere le gravi situazioni di squilibrio causate dal suo stesso successo, di fronte alla profonda crisi ambientale, sociale e politica. Il successo si sta ripiegando su se stesso come un guanto. Il disastro attuale delle guerre per il petrolio è un grido di disperazione del grasso occidente che non vuole prendere atto (nei suoi dirigenti-petrolieri-armaioli guerrafondai, non nei milioni di persone sempre più coscienti) che il futuro o sarà ecologico, o non sarà.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

ALCHIMIA E SCIENZA MODERNA : ESEMPI DI LINGUAGGIO ERMETICO

Il principio fondamentale dell’Alchimia, cioè il concetto dell’UNITA’ della MATERIA (DA UNO IL TUTTO-IL TUTTO IN UNO),sul quale si fonda la possibilità di trasmutazione degli elementi, è la più sudata conquista della scienza nella nostra epoca. Durante il sec.XIX si pensava che essa fosse ormai uscita per sempre dal dominio nebuloso dell’Alchimia a causa della scoperta dell’immutabilità
e indivisibilità degli elementi che, in tutte le reazioni chimiche, dimostravano l’invariabilità dei pesi delle sostanze reagenti all’inizio e poi alla fine della reazione.
Nel sec.XX, con le nuove scoperte della fisica atomica, si comprende che l’atomo non è INDIVISIBILE nè IMMUTABILE e,quindi, la trasmutazione metallica è possibile, come asserivano gli antichi filosofi. Ciò ha portato ad una rivalutazione dell’Alchimia,anche se non ammessa ancora in via ufficiale,perché negli ambienti scientifici è sempre difficile ammettere i propri errori.
Tante sarebbero ancora le cose da scoprire e da imparare da uno studio serio, senza preconcetti, delle antiche scienze ermetiche,alla luce delle ultime scoperte della Fisica, della Chimica e dell’Astronomia, se la scienza attuale fosse capace di un po’ di umiltà e di rivedere le proprie certezze con spirito critico,perchè la finalità è la stessa(il potere sulla materia),ma lo scopo è diverso:mentre al filosofo ciò serve per comprendere il mondo, allo scienziato serve per dominarlo.

Tavola di Smeraldo.(E’ il cardine dell’Achimia)
E’ vero, senza menzogna,certo e verissimo: ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto,
e ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso; mediante queste cose si compiono i miracoli
d’una sola cosa.
E poichè tutte le sono e provengono da UNA con la mediazione di UNA, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica per adattamento.
Il Sole è suo padre e la Luna sua madre. Il vento l’ha portata nel suo ventre.
La terra è la sua nutrice e il suo rifugio. Il Padre di ogni cosa, il Telesma del mondo è qui.
La sua forza o la sua potenza restano intatte, se essa è cambiata in Terra. Tu separerai il sottile dal grossolano, la terra dal fuoco, piano piano, con grande industria. Sale dalla terra e discende dal cielo e riceve la forza delle cose superiori e delle cose inferiori. Tu possederai con questo mezzo la gloria del mondo e tutta l’oscurità si allontanerà da te.
E’ la forza più forte d’ogni forza, perchè essa vincerà ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida.
In tal modo è stato creato il mondo. Da ciò deriveranno dei mirabili adattamenti, dei quali qui si indica il metodo.
Per questa ragione io sono stato chiamato ERMETE TRISMEGISTO,perchè posseggo le tre parti della filosofia universale.
Ciò che ho detto dll’OPERA è completo.

Dal testo ” La Turba dei filosofi”
Voi parlate assai oscuramente e troppo. Ma io voglio indicare completamente la Materia, senza tanti discorsi oscuri. Io ve lo ordino, o Figli della Dottrina: congelate l’Argento vivo.
Di più cose, fatene due, tre e di tre una.Una con tre è quattro. 4,3,2,1; da 4 a 3 vi è 1; da 3 a 4 vi è 1,
dunque 1 e 1, 3 e 4. Da 3 a 1 vi è 2, da 2 a 3 vi è 1; da 3 a 2 vi è 1. 1, 2 e 3 e 1, 2 di 2 e 1, 1.
Da 1 a 2, vi è 1; dunque 1. Vi ho detto tutto.

I TAROCCHI


I Tarocchi sono composti di 78 carte, divise in Arcani maggiori ( 22 carte), e Arcani minori ( 56 carte). La loro origine è controversa, ma sembra accertato che tutti i mazzi di carte da gioco conosciuti in Europa, derivino dai Tarocchi Lombardo-Veneziani, la cui origine rimane, però, un mistero. Pare che gli Arcani maggiori, detti anche Trionfi o Chiavi, fossero noti molto tempo prima della comparsa degli Arcani minori che, divisi in quattrro gruppi di 14 carte ciascuno, detti Semi ( Coppe, Spade, Bastoni e Denari), sono stati utilizzati quasi esclusivamente per il gioco. Oggi , nelle carte da gioco francesi, i quattro semi classici sono stati sostituiti come segue: Spade= Picche; Bastoni= Fiori; Coppe= Cuori; Denari = Quadri.


Se le cose sembrano abbastanza chiare per quanto riguarda gli A. Minori, si complicano molto nel caso dei Trionfi, che rappresenterebbero, con il loro simbolismo particolare, dei concetti esoterici attinenti alla sapienza degli antichi sacerdoti Egiziani di Khem. Le alte conoscenze detenute da costoro sarebbero state trasmesse, nel corso dei secoli, oralmente da maestro ad allievo, in tutta l’area che oggi è denominata Medio Oriente; in seguito sarebbero passate nel mondo Greco- Romano e, in epoca Alessandrina, sarebbero comparse le prime opere scritte che trattano di Filosofia Ermetica ( dal nome di Ermete Trismegisto, mitico fondatore della dottrina, detto ” tre volte grande”, perché in possesso delle tre parti della filofia: l’ Alchimia, la Magia e l’Astrologia). Tutte le dottrine esoteriche del passato, ed anche quelle che vanno per la maggiore ai giorni nostri, sono un derivato dell’antica Scienza Ermetica, introdotta nell’Occidente Cristiano dagli Arabi, durante il Medioevo. In questo particolare periodo storico, insieme ai primi testi di Alchimia, compaiono anche le prime versioni delle 22 carte degli Arcani maggiori dei Tarocchi, che, secondo alcuni studiosi di esoterismo dei secoli XIX e XX, contengono delle figure simboliche di chiara ispirazione Alchemica; esse rappresenterebbero una sintesi delle varie fasi della Grande Opera. Nell’ occultismo si attribuisce agli A. maggiori un’ importanza capitale,in quanto considerati un trattato di alta fiosofia, esposto per immagini. Una cosa è certa: queste carte particolarissime rimangono assolutamente mute per colui che non ha acquisito la facoltà di farle parlare; al contrario, esse possono dire molte cose a coloro che sanno interrogarle con sagacia. Il libro della Natura rimane, per noi, uomini moderni, chiuso da sette sigilli; le sue immagini ci sconcertano, poichè non comprendiamo più che le parole, la cui sonorità, purtroppo, ci stordisce completamente. Allo studioso di Scienze Ermetiche, gli Arcani maggiori dei Tarocchi appaiono come un’opera meravigliosa, in cui le figure, nella loro semplicità espressiva, nelle loro forme e nei loro colori, riescono a rivelare dei concetti universali, che possono essere espressi compiutamente solo mediante dei simboli, poichè il linguggio umano, diventato filosofico e preciso solo da poco tempo, è ancora inadatto ad esprimere dei concetti che appartengono ad un periodo particolare, in cui le parole si prestavano poco ad esprimere idee astratte.

Enrico Iaccino – Team Mistery Hunters

L’ALCHIMIA NEL MEDIOEVO

Tralasciando le leggende, possiamo affermare che le origini storiche dell’Alchimia occidentale si collocano in Egitto nei primi secoli della nostra era. Come già detto, all’Egitto riconduce il nome dell’Arte ( da KEME) e quello del suo mitico fondatore, Ermete Toth oltre a documenti attendibili che confermano la tradizione.
Con il passare degli anni il filone egiziano-alessandrino si arricchisce di elementi ellenistici e continua con il nome di Ermetismo nella letteratura gnostica pagana e cristiana. Dal V sec. d.C.
da Alessandria l’Arte passa a Bisanzio, ma è con gli Arabi, nel mondo Islamico, che l’Alchimia raggiunge il suo massimo sviluppo grazie all’opera di GEBER (VIII sec. d.C.), AL-RAZI e AL-FARABI(X sec. d.C.) per poi passare in Europa,sia attraverso la Spagna,sia in seguito a contatti diretti fra Oriente ed Occidente attraverso le Crociate.

Nell’alto medioevo, a partire dalla fine del sec.XI, inizia in Occidente il periodo d’oro dell’Alchimia,che si protrarrà fino al Rinascimento: re, papi, principi,mercanti,scienziati,gente comune,si avvicinano a questa dottrina: molti con il miraggio di riuscire a realizzare la trasmutazione metallica,pochi con l’intento di esplorare e comprendere i segreti della natura.
Nell’ambito della cultura cristiana (S. Alberto Magno,XII-XIII sec,S. Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Arnaldo di Villanova, Raimondo Lullo, Nicola Flamel,Basilio Valentino, Bernardo Trevisano) l’Alchimia si presenta come una filosofia della Natura, contrassegnata da due aspetti fondamentali: la SEGRETEZZA e la presenza costante di un Momento Operativo, accanto a quello Teoretico. Essa era e rimane, nei secoli successivi, un’Arte di carattere squisitamente esoterico, con un linguaggio ed un simbolismo particolari.

In questo particolare periodo (inizio del sec. XII) nasce l’Ordine dei TEMPLARI; nell’arte compare lo stile GOTICO e si sviluppa la FRANCA MASSONERIA, elementi,questi, che meritano un discorso a parte per la loro importanza nell’ambito della scienza alchemica.

Altro elemento importante è la nascita di una nuova scienza, parallelamente all’Alchimia, destinata ad evolversi in modo autonomo: la CHIMICA. Essa incomincia a svilupparsi ad opera dei cosiddetti
Spagiristi o Soffiatori,cioè degli aiutanti di laboratorio dei Filosofi che, basandosi sul significato letterale dei termini usati dai loro maestri(zolfo, sale, mercurio,antimonio, magnesia, etc.) presero
ad operare autonomamente con queste sostanze, facendole reagire fra di loro e realizzando, così,
molti dei composti chimici che oggi conosciamo e a cui nessuno nega una loro importantissima utilità. Ma l’Alchimia è una cosa diversa!

Enrico Iaccino – Team Mistery Hunters