I PERSONAGGI CALABRESI CHE HANNO FATTO LA STORIA (1° Parte)

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Iniziamo quest’altra rubrica sulla Calabria, dopo aver evidenziato bellissimi castelli, aree archeologiche, miti e leggende, o Città fantasma. Questa volta vogliamo parlarvi di personaggi noti e meno noti, da Filosofi a Scienziati o Letterati, di cui tutti conoscono il nome, ma non hanno la benché minima idea della loro influenza nel mondo. Parliamo di personaggi storici di diverse epoche, i quali con la loro saggezza e genialità hanno ispirato personaggi più noti, ma non per questo superiori. Siamo sempre più consapevoli che per portare il nome della nostra Regione oltre i confini locali è necessario prendere coscienza, noi per primi, dei nostri tesori e della nostra storia. Ma altrettanto importante è conoscere le opere e le attività, e non solo i nomi, dei nostri figli più illustri. Quanti di voi hanno parcheggiato la loro auto in una via che per molti è un nome, hanno trascorso del tempo in una piazza, senza sapere a chi fosse dedicata? Alcune hanno nomi altisonanti Kennedy, Mazzini che difficilmente possono non essere conosciute, ma altre hanno nomi di uguale se non addirittura maggiore importanza, ma spesso ignoriamo di chi stiamo parlando. L’idea di questo articolo in realtà nasce qualche anno fa quando per trovare un negozio nella mia città (Cosenza) ho dovuto usare il tom tom, che ovviamente mi indicava tutte le vie e piazze che avrei dovuto attraversare. Proprio lì mi sono reso conto di quanti nomi trascuravo l’origine. E’ nata da lì una curiosità e quindi una ricerca e uno studio su questi personaggi. Oggi spero di fare cosa gradita iniziando con questi primi nomi, in realtà sono tantissimi, concentrandomi principalmente su personaggi Calabresi.
Avendo citato la mia “diletta” città non posso che iniziare dal grande Filosofo Bernardino Telesio. Vi indicherò quindi per lui come per gli altri alcuni cenni principali sperando di accendere la curiosità e la voglia di bramare altro. Sono tutti dati facilmente reperibili sul web, ma la speranza è che leggendo delle loro vite e dei loro pensieri,in questa carrellata, si possa generare la volontà di riscoprire i loro studi.

BERNARDINO TELESIO

Nato a Cosenza nel 1509 da famiglia nobile, riceve una buona formazione classica sotto la guida dello zio Antonio, umanista e poeta, che il giovane Bernardino seguirà, a partire dal 1517, anche nei suoi spostamenti verso Milano, Roma (dove avrà modo di stabilire contatti e legami con esponenti del mondo ecclesiastico e della stessa curia papale) e Venezia. Dopo un probabile passaggio nell’ambiente universitario padovano e un periodo di meditazione solitaria in un convento benedettino sulla Sila, sposa Diana Sersale. Nel 1563 è a Brescia, per incontrare un autorevole aristotelico, Vincenzo Maggi, professore a Padova e a Ferrara, e sottoporre al suo giudizio le tesi filosofiche che ha ormai intenzione di divulgare. Incoraggiato dal parere positivo di Maggi, nel 1565 pubblica a Roma, presso Antonio Blado, il De natura iuxta propria principia, in due libri. Dopo un prolungato soggiorno romano, Telesio torna stabilmente a vivere a Cosenza, pur mantenendo legami molto forti con la città di Napoli, e in modo particolare con la casa di Ferrante Carafa, dove troverà costante ospitalità e protezione. E proprio a Napoli, nel 1570, vede la luce la seconda versione del De natura, ancora in due libri, ma ampiamente corretta e rielaborata e con un titolo lievemente modificato: De rerum natura iuxta propria principia. Contestualmente, presso il medesimo stampatore napoletano Giuseppe Cacchi, Telesio fa uscire anche tre opuscoli: il De colorum generatione, il De mari e il De his quae in aëre fiunt et de terraemotibus. Nel 1586, ancora a Napoli, viene pubblicata l’ultima (e definitiva) rielaborazione del De rerum natura, in nove libri. In questo giro di anni Telesio compone o riordina pure diversi opuscoli di argomento fisico e medico-fisiologico, spesso polemici nei confronti dell’Aristotele dei Meteorologica e di Galeno. Dopo la sua morte, avvenuta a Cosenza nel 1588, nove di essi saranno pubblicati dall’allievo Antonio Persio sotto il titolo di Varii de rebus naturalibus libelli(Venezia 1590). Nel 1596 il De rerum natura e gli opuscoli Quod animal universum ab unica animae substantia gubernatur e De somno (entrambi inclusi nella silloge del 1590) saranno inseriti, sia pure con la clausola attenuante donec expurgentur, nell’Indice dei libri proibiti promulgato da Clemente VIII. Ma l’expurgatio sarà presto liquidata dagli organismi censori come impossibilis, trasformando la condanna condizionata in un divieto integrale, destinato a soffocare bruscamente, come nel caso delle tante proibizioni di quegli anni, un dibattito culturale tutt’altro che periferico o irrilevante.


Principi e forze del mondo naturale
Il laboratorio degli scritti telesiani è particolarmente complesso e intricato. Perennemente insoddisfatto delle soluzioni via via individuate e fermate nelle edizioni a stampa e, insieme, preoccupato per le reazioni degli avversari e delle autorità ecclesiastiche, il filosofo sottopone i suoi scritti a una revisione continua, instancabile. E questo è vero soprattutto nel caso dell’opera maggiore, con le sue tre stesure a stampa, le redazioni intermedie, il costante movimento di varianti. Riarticolata senza posa, la posizione telesiana resta tuttavia sostanzialmente immutata nei suoi tratti distintivi e nelle linee di fondo.L’obiettivo principale del filosofo è quello di superare l’immagine aristotelica del mondo. L’esercizio della sensibilità rivela che quel che agisce in natura non sono le forme sostanziali, le cause o le qualità aristoteliche, ma piuttosto due principi attivi o forze fondamentali, creati da Dio all’inizio del mondo. Questi principi sono il calore e il freddo. Il calore ha la sua sede nel Sole, il freddo nella Terra.Il Sole e i cieli, in quanto corpi ignei e caldi, si muovono per virtù propria, per un moto naturale che non necessita, per essere spiegato, del ricorso al primo motore o alle intelligenze motrici della tradizione aristotelica. Mentre la Terra, principio del freddo, rimane necessariamente immobile e inerte al centro dell’universo (di conseguenza, nessuna apertura, nella filosofia telesiana, a suggestioni copernicane).Le due forze universali, incorporee, necessitano di un sostrato fisico su cui esercitare la propria attività. Telesio identifica questo supporto o principio passivo nella materia o mole corporea, la quale, di per sé inerte, subisce innumerevoli trasformazioni indotte dal calore e dal freddo, nel loro contrasto perenne per il predominio e la reciproca assimilazione, in cui gioca un ruolo fondamentale il principio di autoconservazione. Il caldo è forza che illumina, riscalda, alleggerisce, dilata la materia e la mette in movimento; mentre il freddo la condensa, ispessisce, appesantisce e immobilizza.E proprio da questo rapporto, ed equilibrio, fra contrari la natura trae la spinta al divenire e la possibilità stessa della vita: il calore celeste si diffonde sulla Terra e dalla tensione, dalla polarità fra i due principi si originano tutti i fenomeni e i processi, compresa la generazione degli esseri viventi, la cui diversità, complessione e grado di vitalità è correlata alla quantità di calore e movimento da essi recepita.In natura si dà quindi una sostanziale unità e continuità: fra cielo e terra, dato che i corpi celesti sono ignei, e dunque né eterei, né impassibili, né inalterabili; e fra i diversi enti, dato che la differenza tra esseri inorganici, animali e uomo appare legata a una differenza di grado e non di natura.
L’uomo fra spiritus e anima
Anche l’uomo, che Telesio colloca al vertice degli enti mondani superiori, è immerso in questa dimensione squisitamente naturale. La sua complessione fisica, ma anche i meccanismi della conoscenza e della vita morale sono il prodotto e l’espressione di un processo cosmico più generale: come per ogni altro ente, anche nell’uomo il calore celeste si concentra e si caratterizza in una porzione di materia terrena, pervadendola e in certo modo strutturandola come organismo vivente. A partire da questo presupposto, Telesio individua il criterio ultimo di spiegazione dei processi conoscitivi umani nel concetto di spiritus. Lo spiritus è il luogo in cui, nei corpi animati, si specifica e si manifesta al suo livello più alto e acuto la sensibilità (cioè la capacità di percepire modificazioni o alterazioni) di cui ogni ente, nella natura telesiana, è dotato. “Simile e parente del cielo”, vale a dire espressione della vita universale del cosmo, lo spiritus è una sostanza materiale estremamente sottile e rarefatta, generata dal principio del calore, capace di movimento, coestensiva ai corpi e quindi mortale. Nella psicologia e nella gnoseologia telesiana lo spiritus presiede alle funzioni vitali dell’uomo e, in quanto organo e strumento non solo della sensazione, ma di ogni possibile attività conoscitiva (dall’immaginazione alla memoria, allo stesso esercizio dell’intelligere), assorbe e riassume in sé le funzioni tradizionalmente proprie dell’anima.

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Preoccupato di annullare in questo modo ogni tratto di specificità umana, Telesio accosterà successivamente al concetto di anima/spiritus, “generata dal seme” e quindi materiale e mortale, l’immagine di una mens superaddita, vale a dire un’anima superiore e immortale, infusa direttamente da Dio (substantia a Deo immissa). Questa seconda anima, tuttavia, non sembra esercitare alcuna funzione conoscitiva specifica; il suo ruolo, e il suo senso, attengono piuttosto alla dimensione pratico-morale: essa si pone all’origine dell’aspirazione dell’uomo a valori soprasensibili ed eterni, trascendenti la semplice dimensione della vita naturale. E proprio in base a questo ordine di considerazioni, è motivo di discussione fra gli interpreti se questa duplicazione di anime sia frutto di una effettiva evoluzione della riflessione telesiana oppure una misura meramente prudenziale, una concessione all’ortodossia metafisica e teologica.

Dalla conoscenza alla morale
Nonostante le cautele (o i compromessi), anche sul terreno delicato e scivoloso dell’etica Telesio non rinuncia al suo deciso naturalismo. Nell’ultimo libro del De rerum natura (1586) egli declina e sviluppa i presupposti della sua gnoseologia sul piano della morale, delineando una fenomenologia dei vizi e delle virtù dominata dall’azione dello spiritus, e ancora una volta ispirata al concetto chiave di autoconservazione. Nel contatto con le cose, lo spiritus prova sensazioni piacevoli oppure dolorose. Ciascun ente percepisce con piacere (e tende quindi a ricercare) eventi e fenomeni volti a perfezionare e tutelare il proprio essere, mentre percepisce con dolore (e tende a rifuggire) quanto può danneggiarlo o distruggerlo. Questa disposizione dello spirito a perpetuarsi e dispiegarsi liberamente, in quanto capace di orientare le azioni e le scelte degli uomini, si identifica con la virtù: al fondo, un calcolo o una previsione corretta dell’utile e del vantaggioso che Telesio interpreta di conseguenza come realtà naturale, non culturale. Polemizzando con le soluzioni dell’Etica Nicomachea, egli sottolinea che la virtù non si costruisce né si esplica attraverso l’educazione, l’esperienza, la ricerca e la costruzione di una misura. È piuttosto la maggiore o minore perfezione e purezza dello spirito di ciascun individuo a determinare il suo temperamento, la qualità della sua azione morale, e, per estensione, perfino i costumi e gli ordinamenti dei diversi popoli.
Se gli ideali dell’etica telesiana sono improntati alla moderazione, alla temperanza, alla costruzione di mutui legami fra uomini, il bene che lo spiritus è in grado di conseguire, “secondo natura e secondo le proprie forze”, necessariamente “momentaneo” e talora “incerto”, appare peraltro in armonia con il “vero bene” dell’uomo, garantito dalla promessa divina di salvezza e di immortalità.
Del resto, in tutta la filosofia telesiana il finalismo del mondo naturale e gli stessi meccanismi di conservazione sembrano trovare la loro ultima ragione di essere nel perfetto, e ordinatissimo, atto creatore di Dio. Una sapienza creatrice e ordinatrice che l’uomo può celebrare e contemplare, ma mai penetrare. All’interno di questa filosofia non è di fatto possibile, né sul piano epistemologico, né su quello etico, forzare i confini della conoscenza sensibile per cogliere il disegno nascosto dell’artefice del mondo.

Ricezione e influenza delle dottrine telesiane
L’eversivo naturalismo telesiano suscita negli ambienti filosofici italiani immediato interesse, dibattiti spesso vivaci e non poche polemiche (la più nota e significativa è quella con Francesco Patrizi da Cherso). Ma non mancano pure avversari più insidiosi e pericolosi: nel mondo delle università, nei circoli romani e nella stessa città di Cosenza, come rivela la lettera inviata da Telesio nell’aprile 1570 al cardinale Flavio Orsini, arcivescovo della città, ove si registrano con preoccupazione le “proposizioni contra la religione” individuate nei suoi scritti da alcuni concittadini: “ch’io metto l’anima mortale, et che negho ‘l Cielo sia mosso dall’intelligentie” (Girolamo De Miranda, Una lettera inedita di Telesio al cardinale Flavio Orsini, “Giornale critico della filosofia italiana”, 72, 1993, fasc. 3, p. 374).
E nonostante il gran lavoro di riscrittura e la costante volontà di negoziato con avversari e autorità ecclesiastiche, negli anni Novanta anche la sua opera sarà investita dal severo intento di normalizzazione e dalle rigidissime chiusure filoaristoteliche e filotomiste che caratterizzano il papato di Clemente VIII. Ormai consolidati e sempre più consapevoli e selettivi, gli organismi inquisitoriali ampliano il proprio perimetro di azione e di controllo, puntando a colpire non soltanto l’eresia religiosa e dottrinale, ma ogni forma di dissenso culturale. Si apre così una fase di verifica minuziosa dell’ortodossia di filosofi, naturalisti e scienziati, al fine di attenuare o ridurre a formulazioni consone al dettato scritturale, alla norma teologica o al precetto scolastico anche il pensiero dei novatores e le formulazioni della nuova fisica. In questa prospettiva, l’iscrizione all’Indice dei testi telesiani appare ascrivibile non solo a un generico antiaristotelismo, ma anche e soprattutto al carattere materialistico e immanentistico della sua filosofia (certo non incrinato dal dispositivo un po’ forzato dell’anima a Deo immissa), unito a una cosmologia che insiste sull’unità e omogeneità di mondo celeste e mondo sublunare.
Ma, al di là delle resistenze e dei divieti, il richiamo alla concretezza dei processi naturali e il rifiuto del principio di autorità sono elementi destinati a esercitare una suggestione indiscutibile e potente sui contemporanei. Già i primi lettori del De rerum natura percepiscono e interpretano le dottrine telesiane, costruite con lessico e immagini volutamente arcaizzanti, come un palese recupero della filosofia naturale presocratica. Così, il nesso – istituito in modo particolare da Patrizi – fra Telesio e Parmenide innesca una riflessione sui caratteri della materia e della corporeità i cui echi arriveranno fino a Francis Bacon (sua è la definizione di Telesio come “riformatore di non poche opinioni e primo degli uomini nuovi”) e Pierre Gassendi.
E anche Bruno e Campanella si confronteranno con le sue dottrine e non mancheranno di attribuirgli una funzione di rilievo nella sovversione dell’auctoritas aristotelica, premessa ineludibile per la costruzione di una filosofia della natura davvero nuova e libera da ipoteche secolari. La lettura del De rerum natura, con la sua dottrina della sensibilità universale, avrà per Campanella i caratteri di una vera e propria rivelazione, celebrata sia nella Philosophia sensibus demonstrata che nel celebre sonetto dedicato al “gran Telesio”. Mentre Bruno, pensatore mai particolarmente prodigo di elogi, nel De la causa, principio et uno ricorderà con dichiarato rispetto l’“ingegno” del “giudiciosissimo Telesio” e la sua “onorata guerra” contro Aristotele, giustamente combattuta alla luce di una concezione positiva e vitale della natura e delle forze che operano in essa. Ma non basta: perché l’immagine, tracciata in primo luogo da Campanella, di Telesio come capostipite della genealogia dei novatores sarà destinata a una lunga fortuna, soprattutto nell’Italia meridionale. Qui, infatti, fino alle soglie dell’Illuminismo, il filosofo cosentino, pur letto in misura sempre minore, sarà regolarmente evocato come maestro esemplare di un processo di rinnovamento culturale ancora in atto, e simbolo di una declinazione squisitamente italiana della libertas philosophandi.

 

GIOVAN BATTISTA D’AMICO

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Nome tornato agli onori della cronaca proprio in questi ultimi giorni, per le vicende inerenti il nuovo planetario che si appresta ad aprire i battenti a Cosenza, ma a differenza del precedente noto davvero solo a pochi.
Astronomo, Filosofo, matematico è nato a Cosenza nel 1511 ed è morto a Padova nel 1538, autore dell’operetta De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis set epicyclis, pubblicata a Venezia nel 1536 e nel 1537 e a Parigi nel 1549.Le sue osservazioni furono una delle fonti per il lavoro di Niccolò Copernico. Da (wikipedia) Contemporaneo di Bernardino Telesio, frequentò lo Studium dei Domenicani, università aperta a tutti e non solo all’ordine dei Padri Predicatori. Per il resto della sua biografia si conosce ben poco se non quanto trapela dalla sua maggiore opera, il De motibus corporum coelestium iuxta principia peripatetica sine eccentricis et epicyclis, pubblicato nel 1536 a Venezia per i tipi di Giovanni Patavino e Venturino Roffinelli. Dalla sua opera si traggono le uniche scarne notizie relative alla sua vita, ovvero, come da lui stesso riportato nell’opera, che Amico fosse cosentino di nascita e che all’epoca della pubblicazione avesse la giovane età di 24 anni. Questo farebbe collocare la nascita dell’Amico a Cosenza forse nell’anno 1512, seppure alcuni studiosi propendano per il 1511. Tuttavia la nascita dell’astronomo risulta di difficile datazione non essendo noto in quale mese del 1536 il De motibus fu pubblicato e in quale periodo esso venne compilato dall’autore.Sempre all’interno del De motibus, nel proemio, l’Amico riferisce di essere stato allievo di Vincenzo Maggi (1498-1564), Marco Antonio Passeri detto il Gènua (1491-1563) e di Federico Delfino (1477-1547), professori all’Ateneo di Padova negli anni precedenti la pubblicazione del De motibus e anche professori del Telesio; queste informazioni porrebbero l’Amico nel filone di pensiero dell’aristotelismo padovano rinascimentale e dimostra che l’astronomo cosentino avesse frequentato l’Università di Padova, una delle più prestigiose dell’epoca, dalla quale tuttavia non si ha certezza se si fosse licenziato con una laurea, dato che il suo nome non risulta in nessuna lista di laureati di quell’ateneo. Dopo la frequentazione dei corsi di Padova parrebbe, ma anche qui non vi è certezza alcuna, che l’Amico fosse stato ammesso all’Accademia Cosentina forse nell’anno 1537, ovvero un anno dopo la prima pubblicazione a stampa del De motibus e un anno prima della morte del giovane astronomo che avrebbe avuto fra i 26 e i 27 anni. Va detto che il De motibus fu la prima operetta a mettere in discussione il modello tolemaico e che l’opera si concludeva anticipando per sommi capi alcuni dati oggetto di una futura pubblicazione e che promettevano di essere assolutamente rivoluzionari. L’Amico considerò due ordini di obbiezioni che erano state mosse al sistema esposto da Aristotele: da una parte le combinazioni di movimenti circolari che egli aveva supposto non spiegavano tutte le particolarità del percorso degli astri, dall’altra la variazione dei diametri apparenti della Luna e del Sole escludeva che essi si trovassero sempre ad ugual distanza dalla Terra. L’Amico aumentò quindi considerevolmente il numero delle sfere deferenti (e delle relative reagenti) attribuite a ciascun pianeta. La variazione, poi, dei diametri apparenti del Sole e della Luna, se pur la sua rilevazione non fosse dovuta a difetto degli strumenti, era spiegata dall’Amico, con cause geometriche. Da questa considerazione gli studiosi tendono a pensare che la prematura morte per assassinio di Amico fosse stata provocata dall’invidia della sua dottrina, così come suggerito da un anonimo che compose l’epitaffio del giovane astronomo nel quale si leggeva:
« IOAN. BAPTISTÆ AMICO Cosentino, qui cum omnes omnium liberalium artium disciplinas miro ingenio, solerti industria, incredibili studio, Latine Grece atque etiam Hebraice percurrisset feliciter, ipsa adolescentia suorumque laborum & vigilarum cursu pene confecto, a sicario ignoto, literarum, ut putatur, virtutisque, invidia, interfectus est MDXXXVIII. »
(Monumentorum Italiae, quae hoc nostro saeculo & a Christianis posita sunt, libri 4, pag.11)
ovvero “ammazzato da ignoto sicario si pensa per invidia della sua scienza e delle sue virtù”.

Nel 1538 Amici venne assalito, derubato e ucciso mentre camminava nei vicoli di Padova. Il processo contro ignoti che seguì accertò che era scomparsa una borsa contenente alcuni documenti, che forse erano proprio le carte con quelle rivoluzionarie osservazioni che aveva promesso l’autore, o almeno così sembrava credere l’Inquisizione nel processo postumo per eresia che subito dopo istituì contro lo studioso defunto. Dell’Amico fa menzione nella sua orazione in morte di Telesio, Giovanni Paolo d’Aquino, filosofo e oratore calabrese nato a Cosenza e morto intorno al 1612, che definisce l’Amico “così grande astrologo e filosofo” e nulla aggiunge alla sua biografia rispetto a quanto già noto. Un mistero impossibile da risolvere, visti i secoli trascorsi. Quel che resta certo è che, pochi anni dopo, le intuizioni del cosentino si rivelarono meritevoli di considerazione. Sembra che fossero note  anche al grande Niccolò Copernico, che pubblicò la sua teoria, nel De revolutionibus orbium coelestium appena cinque anni dopo la morte di Amico. E secondo alcuni non fu solo un caso.

 

BARLAAM

Così il Petrarca:
La morte mi ha privato del mio Barlaam. Ma, a dir vero, io stesso me ne ero privato. Non mi accorsi che l’onore si sarebbe risolto in un mio grave danno. Difatti, aiutandolo a diventare vescovo, persi il maestro con il quale avevo cominciato a studiare con fiduciosa speranza (Familiares, XII, 2.7).
Barlaam Calabro, al secolo Bernardo Massari, conosciuto anche come Barlaam di Seminara o Barlaam di Calabria (Seminara, 1290 ca.; † Avignone giugno[1], 1348), è stato un monaco, vescovo, matematico, filosofo, teologo e studioso della musica bizantino. Uomo di vasta cultura, fu maestro di lingua e di letteratura greca di Francesco Petrarca e di Giovanni Boccaccio, rivoluzionò l’aritmetica, scrisse di musica; ma fu anche profondo teologo, che si oppose alla dottrina dell’esicasmo dei monaci della Chiesa d’Oriente.
Nacque a Seminara, nei pressi di Reggio di Calabria, verso la fine del XIII secolo, e tradizionalmente si riporta l’opinione di Ferdinando Ughelli[2], non documentalmente provata, che il nome di battesimo fosse Bernardo.Le notizie certe sulla sua formazione si ricavano dalla bolla con cui papa Clemente VI lo nominò vescovo di Gerace: il documento informa che Barlaam fece il percorso monastico e sacerdotale in Calabria, nel monastero basiliano di Sant’Elia di Capasino (diocesi di Mileto).Dagli scritti di Barlaam stesso apprendiamo anche che egli fu formato nella fede nell’ambito della Chiesa Ortodossa, che in quegli anni era ancora molto diffusa nell’Italia meridionale[3]. Al contrario, non abbiamo evidenze sulla formazione culturale: tuttavia, emerge dai suoi scritti una profonda conoscenza dei filosofi greci, specialmente di Platone e Aristotele, ma anche di San Tommaso d’Aquino e della Scolastica, per cui si devono presupporre contatti con le maggiori scuole di filosofia e teologia dell’Italia meridionale e centrale.
Nella seconda metà degli anni Venti del XIV secolo si mise in viaggio, verso l’Etolia e Tessalonica, per poi giungere a Costantinopoli (approssimativamente nel 1326 o 1327) dove regnava Andronico III Paleologo, e dove il dotto Barlaam guadagnò i favori dell’imperatrice Anna di Savoia. Divenne igumeno dell’importante convento di San Salvatore; nel frattempo scrisse con successo trattati di logica e di astronomia (ne è sopravvissuto sino a noi uno sull’etica stoica) che lo resero famoso; ottenne una cattedra nell’università. Il suo successo come filosofo lo portò però anche allo scontro con l’intellighenzia della capitale e scatenò la gelosia dell’umanista bizantino Gregorio Niceforo, un professore nel monastero di Chora che in un suo libello narrò della sfida accademica tenutasi fra i due eruditi nel 1331 su tutti gli argomenti dello scibile umano di quei tempi. Dopo la sfida, Barlaam divenne stimato professore nel secondo centro culturale dell’impero, Tessalonica, dove ebbe fra i suoi allievi alcuni dei migliori futuri teologi e dotti bizantini: Gregorio Acindino, Nilo Cavasila, Demetrio Cidone.

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Nel 1333-1334, nell’ambito delle trattative per la riunificazione tra le due Chiese di Oriente e di Occidente, giunsero a Costantinopoli i domenicani Francesco da Camerino, arcivescovo di Vosprum, e Riccardo, vescovo di Cherson, incaricati dal papa Giovanni XXII.Grazie al suo prestigio e alla stima di cui continuava a godere presso gli ambienti di corte, Barlaam fu scelto dal patriarca Giovanni Caleca come portavoce della Chiesa ortodossa.Il punto di divisione, come noto, era principalmente il dogma della processione dello Spirito Santo: in tale occasione Barlaam sviluppò le sue argomentazioni teologiche e filosofiche, sulla base delle posizioni del volontarismo di Duns Scoto e Guglielmo di Occam, in opposizione alle tesi domenicane basate sul realismo di San Tommaso d’Aquino.
Le posizioni delle due parti rimasero inconciliabili e le trattative non ebbero alcun risultato; ma Barlaam, nelle sue dissertazioni, sviluppò anche critiche verso l’esicasmo e sottolineò la differenza di valore tra la teologia scolastica e la contemplazione mistica; con ciò divenne inevitabilmente protagonista di una violenta polemica contro le concezioni ascetiche e mistiche dei monaci del Monte Athos nella persona soprattutto di Gregorio Palamas.Nei confronti del monaci athoniti Barlaam ebbe parole dure, accusandoli di eresia gnostica e deridendoli col nomignolo di umbilicamini (omphalopsychoi). Il dibattito divenne uno scontro, che sfociò in una denuncia di eresia mossa da Barlaam contro Palamas davanti al patriarca Giovanni Caleca con lo scritto “Contro i Massaliani.La controversia, non vista di buon occhio dalle autorità che desideravano mantenere la pace religiosa, fu risolta nel Concilio di Costantinopoli (1341). Il discorso finale tenuto da Andronico, che celebrò una generale riconciliazione, non rispecchiò la realtà dei fatti: Barlaam, perdente, vide la condanna delle proprie dottrine e fu costretto a scusarsi formalmente con gli esicasti e a sospendere ogni futuro attacco verso di loro.Addirittura Giovanni Caleca, con un’enciclica, condannò le tesi di Barlaam e impose la distruzione dei suoi scritti.
Nel frattempo, nel 1339 era stato inviato da Andronico III ad Avignone come delegato in missione diplomatica in Europa, alla quale l’imperatore intendeva sollecitare un intervento per una crociata contro l’avanzata dei Turchi ottomani.
Barlaam si era recato a Napoli, insieme a Stefano Dandolo, presso Roberto d’Angiò e poi a Parigi da Filippo VI di Valois per chiedere aiuti militari; infine i due erano andati presso la Curia di Avignone di papa Benedetto XII per ottenere la sua approvazione alla crociata (in cambio Barlaam aveva prospettato un concilio ecumenico per la riunione delle due grandi Chiese).La missione non aveva avuto buon esito, a causa della situazione politica europea, ma nell’occasione Barlaam aveva costruito delle importanti relazioni personali.
Nel 1341, dopo il fallimento del concilio di Costantinopoli e la morte di Andronico III (15 giugno), Barlaam nel mese di luglio tornò in Calabria e da lì raggiunse a Napoli l’umanista Paolo da Perugia con cui collaborò nella compilazione delle Collectiones e nel riordinamento della libreria angioina.Tra l’agosto di quell’anno e il novembre del successivo fu ad Avignone da papa Clemente VI.Questo soggiorno fu particolarmente importante, perché Barlaam conobbe Francesco Petrarca, al quale insegnò il greco e dal quale fu avviato alla conoscenza del latino, con cui aveva poca dimestichezza; ma ancor più importante fu il definitivo passaggio di Barlaam alla fede cattolica.

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Grazie alla nuova obbedienza al papa, alle sue qualità personali e all’intercessione dei buoni uffici di Petrarca, gli fu assegnata la diocesi di Gerace, di cui Barlaam fu nominato vescovo il 2 ottobre dello stesso 1342, consacrato dal cardinale Bertrando del Poggetto.A Gerace non ebbe vita facile, a causa dei contrasti con la curia di Reggio.
L’ultima missione diplomatica
Nel 1346 fu nuovamente inviato in missione diplomatica dal papa a Costantinopoli in un rinnovato tentativo ecumenico.Tuttavia la situazione nella capitale bizantina era sempre molto tesa: sul trono sedeva Anna di Savoia reggente in nome del figlio Giovanni V; nel 1343 Palamas era stato arrestato e scomunicato.Giovanni Caleca, diventato nemico degli esicasti, fu deposto il 2 febbraio 1347 e il giorno stesso Giovanni Cantacuzeno, favorevole agli esicasti e appoggiato da Palamas tornato in auge, si autonominò coimperatore accanto a Giovanni V.Barlaam, già compromesso dalle sue precedenti posizioni, non poté far altro che tornare in Occidente.
In primavera fece ritorno ad Avignone, dove rimase fino alla morte avvenuta probabilmente agli inizi di giugno 1348.In effetti, non conosciamo la data certa della morte, ma la bolla di nomina di Simone Atumano, suo successore a Gerace, datata 23 giugno 1348, descrive l’evento come recente.
La copiosa produzione di Barlaam è andata in parte perduta e di quella sopravvissuta la maggior parte è ancora inedita. Ce ne è giunto un elenco con gli incipit nella Biblioteca graeca di Johann Albert Fabricius. Si contano opere teologiche, fra cui:
opuscoli contro la processione dello Spirito Santo Filioque;
scritti sul primato del papa;
il progetto di unione delle Chiese elaborato per la prima missione ad Avignone (in greco);
un discorso per il sinodo di Costantinopoli (in greco);
due discorsi in latino tenuti al cospetto di papa Benedetto XII;
varie lettere e scritti in latino successivi alla conversione;
otto lettere relative allo scontro con gli esicasti;
l’opera Contro i Messaliani è perduta in quanto fu distrutta a seguito della sconfitta di Barlaam nella disputa; ci restano solo alcune citazioni in altre fonti.
Opere filosofiche:
Ethica secundum Stoicos ex pluribus voluminibus eorumdem Stoicorum sub compendio composita, che espone l’etica stoica (mostra un’ottima conoscenza di Platone);
Le soluzioni dei dubbi proposti da Giorgio Lapita:
opere scientifiche:
Arithmetica demonstratio eorum quae in secundo libro elementorum sunt in lineis et figuris planis demonstrata, che è un corfimentario al secondo libro di Euclide;
un’opera in sei libri di algebra e aritmetica;
Logistica nunc primum latine reddita et scholiis illustrata, che è un trattato di calcolo con frazioni ordinarie e sessagesimali con applicazioni all’astronomia. L’opera fu pubblicata a Strasburgo nel 1592 e a Parigi nel 1600, insieme ad una sua traduzione in latino;
un commentario alla teoria dell’eclissi solare dell’Ahnagesto di Tolomeo;
una regola per la datazione della Pasqua;
commentari su tre capitoli degli Armonici di Tolomeo; questi capitoli trattano la relazione fra i numeri primi del Sistema Perfetto greco e le sfere celesti, come le consonanze musicali e il movimento dei pianeti si debbano trovare attraverso i numeri, e come le qualità delle sfere si accordino con quelle dei suoni musicali.
Sino ai tempi più recenti le opere teologiche e legate all’attività diplomatica sono state più studiate, mentre ultimamente si è rivalutata l’opera di Barlaam anche come acutissimo e brillante scienziato, versatile e innovativo, oltre che come significativo contributore nella reintroduzione del greco in Occidente, attraverso l’insegnamento della lingua a personalità come Paolo da Perugia e Petrarca e anche Boccaccio.

La novella di Barlaam
L’ENIGMATICO ZOO DELL’ANTELAMI SCOLPITO SUL BATTISTERO DI PARMA

Il complesso ha tre portali. Uno si apre sul lato settentrionale ed è chiamato della Vergine. Il secondo, che guarda a occidente, è detto del Giudizio e, per le regole liturgiche, costituisce l’ingresso principale. Il terzo, definito della Vita, è senza dubbio il più semplice. Evocano rispettivamente la nascita di Cristo, il suo ritorno per giudicare gli uomini e la possibilità di salvezza dalle tentazioni demoniache. L’ultimo, tuttavia, si differenzia dagli altri per la straordinarietà del contenuto. Nella lunetta c’è un bassorilievo che contiene una rappresentazione allegorica dell’esistenza umana. Al centro, tra i rami di un albero, siede un giovinetto con i piedi appoggiati al tronco.

La mano mancina estrae del miele da un alveare e l’altra lo porta alla bocca. Intanto, però, due roditori non facilmente definibili cercano di recidere le radici della pianta, mentre in basso un drago che sputa fiamme attende minaccioso che il ragazzo precipiti giù. Ai lati della pianta si vedono 4 tondi. L’inferiore a sinistra mostra il carro del sole trainato da due cavalli. Apollo impugna una frusta e punta verso la notte, quasi a voler fugare le ultime tenebre. Il superiore ritrae un profilo maschile che rappresenta il giorno. Nel medaglione in basso a destra si nota il cocchio della luna mosso da due tori, che Diana stimola con un pungolo. Intorno sono disposti due fanciulli nudi che suonano delle trombe e due bimbetti vestiti che cercano con dei bastoni di frenare la veloce corsa della biga. In quello più in alto si scorge la notte con una fiaccola e dietro la testa di un toro.


Il tessuto simbolico sembra quasi scontato e ricorda che l’esilio terreno è incessantemente consunto dall’implacabile incalzare del tempo, mentre le fauci dell’inferno attendono chi ha preferito la dolcezza dei piaceri effimeri al vero bene. In ogni modo i protagonisti del quadro non sono un’invenzione dell’artista. Prescindendo dai miti pescati tra i tesori della civiltà classica, lo scorcio ricalca fedelmente il succo d’un romanzo conosciuto nell’Europa occidentale a partire almeno dal X secolo. Si tratta dell’adattamento ellenico d’una leggenda popolare che parla di Josafat, figlio del re indiano Abenner. Costui decide di tenere il figlio nella bambagia, o meglio in un luogo di delizie, per evitare che subisca le sofferenze del mondo. Ma, nonostante tutte le precauzioni del padre, a un certo punto il principe incontra le cruciali testimonianze dell’infermità, della vecchiaia e della morte. E, incalzato dagli interrogativi che sorgono spontanei di fronte alle prove del dolore, sotto la guida dell’eremita Barlaam scopre la vita non edulcorata abbracciando la verità evangelica.


Un brano del libro, narrato dal maestro spirituale al nobile, racconta d’un uomo che, alla vista d’un unicorno imbizzarrito, fugge via a gambe levate ma finisce sul ciglio d’un burrone. Si aggrappa a un fuscello e pensa che da quel momento in poi può stare tranquillo. Ma, guardando bene, vede due sorci che stanno rosicchiando le radici dell’arbusto al quale è sospeso. Anzi, sono proprio sul punto di troncarle di netto. Allora scruta in fondo al burrone e scorge un mostro orribile, che spira fuoco dalle narici. Ha un aspetto torvo e minaccioso, spalanca ferocemente le fauci e non vede l’ora di divorarlo. A quel punto aguzza lo sguardo per esaminare la base d’appoggio su cui tiene puntellati i piedi. Nota quattro teste d’aspidi che si protendono fuori dalla parete rocciosa cui si tiene avvinghiato. Levando però gli occhi in alto, scopre che dai ramoscelli della pianta stilla qualche goccia di nettare. Allora cessa di preoccuparsi dei pericoli che lo circondano e si gusta in santa pace la zuccherata ghiottoneria. Orbene, l’aristocratico al quale la vicenda viene riportata non è altri che Siddharta. In sostanza, si è al cospetto della trasposizione in chiave cristiana della religione buddista.

Giuseppe Oliva – team Mistery Hunters

Alfonso Morelli – team Mistery Hunters

fonti: wikipedia, calabriaonline, figlidicalabria

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Le 10 città fantasma più famose della Calabria

 

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Città fantasma è un termine derivato dalla locuzione in lingua inglese “Ghost Town” che definisce una città abbandonata. Le cause possono essere sociali, come il fallimento dell’economia locale e/o l’esodo della popolazione verso zone economicamente più favorevoli, o conseguenti a guerre o calamità naturali. Le città fantasma possono essere turistiche, con notevoli entrate economiche grazie al turismo, come Oatman, in Arizona, o numerosi siti in Egitto, ma che non possono sopravvivere senza il turismo stesso; oppure una vera città fantasma totalmente abbandonata, come Bodie, in California, e Craco, in Basilicata, spesso meta di turisti o, nel caso di Craco, set cinematografici; una città fantasma può essere inoltre un sito archeologico dove rimane poco o niente sopra la superficie, come Babilonia. Alcune città fantasma rinascono sotto forma di città viventi, come Alessandria d’Egitto. Spesso una città fantasma ha un importante valore artistico e architettonico, come Vijayanagara in India o Changan in Cina. Le città fantasma sono posti allo stesso tempo un po’ tristi e macabri, dato l’abbandono, ma che ancora attirano, oltre che per le bellezze rudimentali, soprattutto per le storie affascinanti nascoste tra le macerie. Provate a camminare per le stradine di quella che un tempo era una comunità viva, con i suoi riti, e i suoi abitanti, proverete un senso di straniamento misto a nostalgia. Esistono città fantasma pressoché in tutti gli stati e le regioni importanti. In Italia sono molti i paesi fantasma. Molti si trovano nelle zone più sperdute lungo l’arco dell’Appennino. E ciascuno di questi paesi fantasma ha una propria storia. Le città fantasma costituiscono anche una parte consistente del tesoro contenuto in quello scrigno chiamato Calabria. Qui ne conosciamo alcune, le più famose e meglio documentate.

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PENTEDATTILO

Considerato  il paese fantasma più suggestivo e famoso della Calabria, il borgo di Pentedattilo fu abbandonato dai suoi abitanti per effetto di fenomeni migratori oltre che per le continue minacce naturali, terremoti e alluvioni. Pentedattilo (Pentadattilo in greco-calabro) è una frazione del Comune di Melito Porto Salvo, in Provincia di Reggio Calabria. Fino al 1811 fu comune autonomo. Posto a 250 metri s.l.m. Pentedattilo sorge arroccato sulla rupe del Monte Calvario, dalla caratteristica forma che ricorda quella di una ciclopica mano con cinque dita, e da cui deriva il nome: penta + daktylos = cinque dita. Sfortunatamente alcune parti della montagna sono crollate ed essa non presenta più tutte e cinque le “dita”, ma rimane comunque un posto affascinante e pieno di mistero, uno dei centri più caratteristici dell’Area Grecanica. Quello che era l’antico paese è risultato, fino a pochi anni or sono, quasi del tutto abbandonato: la popolazione era infatti migrata leggermente più a valle formando un nuovo piccolo centro dal quale si poteva ammirare il vecchio paese fantasma. Il suo fascino è raccontato direttamente dalle parole scritte dall’inglese Edward Learche, nel 1847, viaggiò per la provincia reggina. Scriveva nel suo ‘Diario di un viaggio a piedi’: “ La visione è così magica che compensa di ogni fatica sopportata per raggiungerla: selvagge e aride guglie di pietra lanciate nell’aria, nettamente delineate in forma di una gigantesca mano contro il cielo, mentre l’oscurità e il terrore gravano su tutto l’abisso circostante”. Ma oggi, le casette in pietra autocostruite e adornate dai fichi d’india bruciati dal sole sono diventati alloggi di ospitalità diffusa, il tutto grazie a una rete messa insieme per salvare questo splendido gioiello dell’area grecanica, dal definitivo abbandono. È così che grazie all’Associazione Pro Pentedattilo, all’Agenzia dei Borghi solidali con il sostegno di Fondazione con il Sud, alla Comunità europea e a centinaia di ragazzi che arrivano ogni anno attraverso i Campi della legalità Arci e Libera, il borgo è stato riportato in vita. Ogni estate Pentedattilo è tappa fissa del festival itinerante Paleariza, importante evento della cultura grecanica nel panorama internazionale. Inoltre ospita tra agosto e settembre il Pentedattilo Film Festival, festival internazionale di cortometraggi. Colonia calcidese nel 640 a.C., fu per tutto il periodo greco-romano un fiorente centro economico della zona; durante il dominio romano divenne inoltre un importante centro militare per la sua strategica posizione di controllo sulla fiumara Sant’Elia, via privilegiata per raggiungere l’Aspromonte. Con la dominazione bizantina iniziò un lungo periodo di declino, causato dai continui saccheggi che il paese subì prima da parte dei Saraceni ed in seguito anche da parte del Duca di Calabria. Nel XII secolo Pentedattilo fu conquistato da Normanni e fu trasformato in una baronia affidata alla famiglia Abenavoli Del Franco dal re Ruggero d’Altavilla. Nel 1589, a causa di debiti e questioni di illegittimità, il feudo fu confiscato e venduto all’asta dal Sacro Regio Consiglio per 15.180 ducati alla famiglia degli Alberti insieme al titolo di marchesi. E qui la storia si fa leggenda. La leggenda di Pentedattilo ruota tutta intorno al castello, oggi quasi completamente distrutto da terremoti, alluvioni ma anche, dalla mano dell’uomo (in tempi di carestia gli abitanti utilizzarono alcune parti per autocostruirsi le case) e alla strage degli Alberti. Protagonisti due nobili famiglie: gli Alberti appunto, marchesi del borgo e gli Abenavoli, baroni di Montebello Ionico, altro paesino vicino.
Si narra che la notte di Pasqua del 1686 le due famiglie furono protagoniste di una strage sanguinaria. Il barone Bernardino Abenavoli voleva prendere in moglie Antonietta Alberti. La donna però fu chiesta in sposa e concessa da Lorenzo Alberti a Don Petrillo Cortes, figlio del viceré di Napoli. Questa notizia indusse l’ira passionale del barone che la notte di Pasqua, grazie al tradimento di Giuseppe Scrufari, servo infedele degli Alberti, si introdusse all’interno del castello di Pentedattilo con un gruppo di uomini armati. Giunto nella camera da letto di Lorenzo, lo sorprese durante il sonno sparandogli due colpi di archibugio e finendolo con 14 pugnalate e costrinse Antonietta a sposarlo. Ma il vicerè Cortez, inviò una sua spedizione per vendicarsi e fece uccidere tutti gli uomini di Bernardino. Il barone però riuscì a fuggire portando con sé Antonietta, a Vienna. In seguito l’uomo entrò nell’esercito e la donna in convento di clausura. La strage porta con sé altre leggende come quella che, nelle notti di vento, tra le gole della mano del Diavolo si possono udire le urla di dolore di Lorenzo Alberti. Nel 2007 Robert Englund, famoso attore statunitense, noto al grande pubblico per aver interpretato il ruolo del mostruoso serial killer Freddy Krueger della saga horror Nightmare,  ha visitato (per le location del film The Vij) Pentedattilo dichiarando: “Personalmente ho tratto grandissima ispirazione da due paesini della provincia di Reggio Calabria: Pentedattilo e Bova. Quando li ho scoperti ho pensato che fossero set da milioni di dollari preparati per noi da Peter Jackson!”.

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ROGHUDI VECCHIO

Altra famosa città fantasma calabrese, Roghudi (Richùdi o Rigùdi in greco-calabro) è un comune di 1.137 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria. La caratteristica principale del comune di Roghudi è quella di essere suddiviso in due differenti porzioni non confinanti poste a grande distanza l’una dall’altra (circa 40 km). La prima di esse è posta nelle vicinanze di Melito di Porto Salvo, del cui territorio comunale costituisce un’enclave, contenente l’attuale sede comunale e l’abitato di Roghudi Nuovo; la seconda è posta all’interno, sulle pendici meridionali dell’Aspromonte, nella quale si trova l’abitato, ora abbandonato, di Roghudi Vecchio. La parte di Roghudi Vecchio, abitata sin dal 1050 e facente parte di un’area grecanica, ha le abitazioni posizionate sull’orlo di un precipizio e fu dichiarata totalmente inagibile a seguito delle due fortissime alluvioni avvenute nell’ottobre 1971 e nel gennaio 1973. La popolazione di Roghudi fu distribuita nei paesi limitrofi. Le leggende di Roghudi sono davvero tante e a tramandarle sono gli anziani che vi hanno trascorso la loro infanzia. Secondo una leggenda a Roghudi esistevano le Naràde, o Anaràde, che erano delle donne dalle sembianze metà umane con zoccoli di asina che vivevano nella contrada di Ghalipò, prospiciente Roghudi. Di giorno, rimanevano nascoste tra le rupi; di notte, cercavano di attirare con ogni stratagemma, come la trasformazione della voce, le donne del luogo con l’intento di ucciderle, al fine di sedurre gli uomini del paese. Per proteggersi dalle loro irruzioni vennero costruiti tre cancelli, collocati in tre differenti entrate del paese: uno a “Plachi”, uno a “Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea”. Non molto distante da Roghudi, sorge la frazione di Ghorio di Roghudi, anche questa completamente abbandonata. La caratteristica di questa frazione è rappresentata da un particolare masso da una forma particolare , nota come a Rocca tu Dracu, il cui significato risale al termine ellenistico Draku che vuol dire occhio. Secondo le leggende di Roghudi, infatti, si tratterebbe della testa di un drago che sul colle custodiva un tesoro inestimabile. Vicino la pietra della testa del drago è presente un’altra roccia particolare a forma di groppe. Secondo le credenze popolari si trattava delle sette caldaie o caddareddhi che permettevano al drago di nutrirsi. Il tesoro custodito dal drago, secondo le leggende, veniva assegnato soltanto a un combattente coraggioso, capace di superare una prova. Il cavaliere per poter ottenere il tesoro del drago doveva sacrificare tre esseri viventi maschio: un neonato, un capretto e un gatto nero. Nessuno ebbe mai il coraggio di sfidare il furioso drago fin quando un giorno venne alla luce un bambino con delle malformazioni, che venne affidato a due uomini affinché se ne sbarazzassero. Cosi i due uomini, pensando alla vecchia leggenda, decisero di prepararsi alla prova di coraggio per il sacrificio e ottenere il tesoro del drago. L’altare era pronto e il gatto e il capretto erano già stati sacrificati. Nel momento in cui stavano per uccidere il bambino, una violenta e improvvisa tormenta di vento scaraventò i due uomini contro le caldaie del drago, uccidendo uno dei due. In seguito nessuno osò sfidare il drago mentre l’uomo sopravvissuto visse in tormenta del diavolo fino alla fine dei suoi giorni. Stando a quanto dichiarato dallo studioso Tommaso Besozzi, intorno alla metà del Novecento nel borgo di Roghudi erano presenti dei grossi chiodi conficcati nei muri delle abitazioni, dove venivano fissate delle corde legate alle gambe o alle caviglie dei bambini. Si trattava di sistemi di sicurezza, per impedire ai bambini distratti di precipitare nel burrone che circonda il borgo fantasma.

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ACHERENTIA (Cerenzia Vecchia)

Acerenthia (più correttamente Akerentia o Acheronthia, chiamata ora Cerenzia vecchia) è un borgo abbandonato posto sul territorio di Cerenzia (KR). La città sorgeva, circondata da mura alte, sulla vallata del fiume Lese che un tempo era noto come Acheronte (da qui il nome del borgo). Il borgo venne abbandonato definitivamente nel 1844 a causa delle difficili condizioni igieniche che il paese stava vivendo. Per via delle epidemie la popolazione si ridusse con il passare del tempo, fino a raggiungere il numero di poche centinaia di persone tra il 500 e la prima metà del 600. Dopo il terremoto del 1738 che distrusse diverse zone della Calabria tra cui lo stesso borgo di Acerenthia, gli abitanti decisero di trasferirsi e costruire un nuovo borgo, su un colle posto sopra l’ormai vecchio comune. Venne realizzato il nuovo centro urbano di Cerenzia e il vecchio borgo di Acerenthia venne ufficialmente abbandonato. Il borgo è stato abbandonato per diversi decenni con zone spesso utilizzate per il pascolo. Solo nel corso degli ultimi anni sono stati lanciati dei programmi di valorizzazione e recupero del territorio, con la realizzazione di un Parco Archeologico, grazie all’intervento dell’Amministrazione Comunale. Il borgo fantasma di Acerenthia dista appena 10 chilometri a est rispetto a San Giovanni in Fiore. Sede di un importante vescovato per ben 9 secoli, tanto da essere considerata la diocesi suffraganea nel meridione, Cerenzia Vecchia si mostra ora come una vasta città diruta e abbandonata dove è possibile percorrere le antiche strade e visitare le antiche abitazioni e palazzotti, tra cui i resti dell’antico palazzo del Vescovado, simbolo e monumento di Acerenthia. Altra struttura importante del borgo era la chiesa, dedicata a San Leone e al martire San Teodoro di Amasea. Nonostante la chiesa sia in rovina, è visibile l’architettura originaria a 3 navate. Sono presenti anche le Grotte Basiliane, nella zona Giancola a 2 chilometri di distanza. Era proprio in queste grotte che si tenevano i riti della tradizione greco bizantina.

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CIRELLA VECCHIA

Cirella è l’unica frazione di Diamante, in provincia di Cosenza. Il promotorio che la sovrasta e che propende verso il mare, naturalmente difeso, ospita sulla sua sommità i resti dell’antica “Cerillae”. È un antico borgo medievale, con struttura arroccata tipica dei centri bizantino-normanni dell’alto Tirreno calabrese. Il luogo risulta abitato da tempi antichissimi infatti ci sono evidenze della presenza di tribù primitive e gli stessi luoghi erano fiorenti in età Romana. Nel 649 al Sinodo di Papa Martino I prese parte un Romanus Episcopus Cerellitanus, e ciò consente di affermare che Cirella costituiva un importante punto di riferimento nell’organizzazione della Calabria in quanto sede diocesana. Ceriallae fu una fiorente colonia della Magna Grecia. L’abitato sul monte ebbe origini in epoca successiva, intorno al IX secolo, quando le incursioni saracene sulla costa spinsero gli abitanti a stabilirsi in una posizione più sicura e facilmente difendibile come il promontorio del monte Carpinoso. Un’incursione saracena del 950 d.C., guidata dall’emiro Al Hasan avrebbe addirittura raso al suolo l’abitato costiero. Nel 1556 la famiglia Stocchi di Scigliano cedette la proprietà alla famiglia Scaglione. Nel 1576 venne saccheggiata da sette galee barbaresche, capitanate da Kair ‘el Din, detto Barbarossa. Secondo la leggenda, i pirati sarebbero arrivati a saccheggiare il paese su indicazione di un mercante romano, che aveva ricevuto dei torti dai cirellesi. La memoria di un’incursione turca avvenuta nel 1576 comunque è confermata dalle fonti sopravvissute all’abbandono del paese antico. Fu oggetto di altre scorribande da parte dei pirati ottomani Sinam Cicala Pascià, Dragut Rays e Uccialì. Successivamente con la pestilenza del 1656 e i terremoti del 1638 e 1738 che colpirono la Calabria, il feudo cadde in rovina e la sua proprietà passò dalla famiglia Sanseverino ai Catalano Gonzaga. Nel 1806-1807 un contingente di truppe napoleoniche assediò e occupò il borgo medievale, stabilendosi nella residenza dei duchi Catalano-Gonzaga. Dall’evento nacque la leggenda che il borgo venisse assalito da formiche giganti, le quali divorarono gli abitanti del paese. Nel 1808, la marina britannica, dal mare, effettuò un pesante bombardamento dell’avamposto francese, compresa la torre presente sull’isola di Cirella. L’ultimo uomo a lasciare l’abitato fu il parroco Francesco de Patto che decise di lasciare il borgo alla sua sorte portando con se gli arredi sacri della chiesa. L’abitato sul monte venne cancellato definitivamente e gli abitanti superstiti quindi decisero di ricostruire il centro sulla costa. Le strutture rimanenti vennero poi usate come cava di pietre e vandalicamente spogliate dei manufatti presenti. Attualmente la vegetazione spontanea ha invaso i vicoli e le costruzioni, rendendo, in alcuni punti, difficile il passaggio. Da visitare tra i ruderi ci sono sicuramente il castello, costruito e ampliato nei secoli con vari stili dalle famiglie che lo hanno abitato, la chiesa di San Nicola Magno che conteneva affreschi bellissimi di cui oggi rimangono poche tracce, la chiesa dell’Annunziata dove oggi rimangono solo un altare, i muri perimetrali e dei banchi per i fedeli. Tra il monastero dei minimi di San Francesco da Paola del XVI secolo (lato monti) e i ruderi della Cirella medievale (lato mare) sorge il teatro dei ruderi. La struttura, in stile greco, venne costruita tra il 1994 e il 1997, ed è attualmente utilizzata per spettacoli e concerti. Il panorama rende il teatro un posto molto suggestivo.

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AFRICO VECCHIO

Fondato nel IX° secolo col nome latino di “aprìcus” che significa “soleggiato”, Africo Vecchio è ciò che rimane di un tranquillo paese, tutto costruito in pietra, che nel 1951 si spopolò a causa di una di terribile alluvione che provocò morti ed ingenti danni materiali. Stessa sorte è toccata alla frazione Casalnuovo, ormai anch’essa fantasma. La realtà di Africo è quella di una vita dura e aspra quasi ai confini della realtà. Una storia di uomini, donne, anziani e bambini, casolari e ricoveri per le bestie, vette innevate e dirupi profondissimi. È stata avanzata l’ipotesi che nel luogo siano esistiti insediamenti in epoca precedente o contemporanea alla colonizzazione magnogreca; esistono comunque reperti archeologici di epoca bizantina. Probabilmente già nel decimo secolo vi erano presenti dei monaci basiliani. In epoca normanna, fra i secoli XI e XII, visse San Leo, il patrono del paese; secondo la tradizione, egli nacque a Bova e prima di diventare monaco studiò nel convento basiliano della SS. Annunziata di Africo. Nel 1571 Gabriele Barrio scrive che ad Africo i riti sacri sono celebrati in greco e che la popolazione adopera il greco anche nei rapporti familiari, assieme al latino. In epoca napoleonica si ebbe ad Africo uno scontro tra francesi e borbonici, in cui gli abitanti parteggiarono per questi ultimi. Nell’Ottocento fu attivo nel territorio di Africo il brigante Antonio Zemma. Le condizioni sociali ed igieniche di Africo nel periodo interbellico erano disastrose. Il meridionalista Umberto Zanotti Bianco, coadiuvato dal giovane Manlio Rossi Doria, eseguì un’inchiesta su Africo nella quale riferiva come il paese fosse annidato su case dirute per il pregresso terremoto, isolato geograficamente, afflitto da tasse indiscriminate e da malattie, fosse privo di medico, di aule scolastiche (le lezioni si svolgevano nelle stanza da letto della maestra); gli abitanti si nutrivano di un immangiabile pane fatto con lenticchie e cicerchie considerandolo il paese « più povero,  più triste, e più infelice della Calabria». Il 20 gennaio 1945 la popolazione di Africo assaltò con armi da fuoco e distrusse con bombe a mano la locale caserma dei carabinieri, costringendo i tre o quattro militi presenti a rifugiarsi negli scantinati e liberandoli solo dopo averli disarmati. In questo periodo si costituirono nel paese la sezione del Partito socialista, quella del Partito comunista e la Camera del lavoro. Nel marzo 1948 il settimanale “L’Europeo” pubblicò un reportage da Africo a firma del giornalista Tommaso Besozzi, corredato da alcune fotografie di Tino Petrelli; tale reportage (che faceva parte di un’ampia inchiesta sulle condizioni del Mezzogiono promossa da Arrigo Benedetti) mostrava come le condizioni del paese non fossero sostanzialmente migliorate rispetto a quelle descritte vent’anni prima da Zanotti Bianco. Fra il 14 e il 18 ottobre del 1951 una violenta alluvione devastò Africo e Casalnuovo, causando tre vittime ad Africo e sei a Casalnuovo nonché ingenti danni materiali. Su ordine delle autorità i due paesi semidistrutti furono evacuati e la popolazione dopo essere stata costretta a lungo a vivere in campi profughi, scese dai monti per fondare, con il nome di Africo, un nuovo paese situato a breve distanza sul mar Jonio tra i comuni di Bianco e Brancaleone, nel malcontento più totale da parte della politica locale e nazionale tanto che nel 1958 Antonio Marando poté scrivere che con la fondazione di Africo Nuovo era sorto «il primo paese italiano senza territorio». Di fatto, il comune di Africo Nuovo rimase fino al 1980 privo di delimitazione territoriale, mentre i suoi abitanti avevano perso la loro antica condizione sociale (di contadini poveri) senza però averne acquistata una migliore dovuta per lo più ai sussidi dati durante quegli anni prima come profughi e poi come disoccupati. Quello che porta dal borgo di Africo Vecchio a Casalnuovo (meglio conservato rispetto al primo) è un itinerario affascinante non solo per gli amanti del trekking e della natura ma anche per chi volesse comprendere l’intimo legame che ancora oggi lega la gente di Africo a questa terra.

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FANTINO E CARELLO (San Giovanni In Fiore)

Fantino e Carello sono due frazioni del comune di San Giovanni in Fiore, in Provincia di Cosenza, oramai abbandonate dai propri abitanti. Fantino è stata la più grande frazione della cittadina silana, ed è sita nelle vicinanze di Caccuri. Il borgo di Fantino sovrasta la vallata di Carello e l’omonimo borgo. L’origine di Fantino, o anche Infantino in forma dialettale, ha origini ancora poco chiare: molti pensano che sia riferito al fatto che i monaci basiliani, che hanno vissuto in questo paesino, abbiano portato in loco una statua di San Giovanni proveniente da una chiesa dedicata a San Fantino. La statua fu riposta dapprima nella vecchia chiesa, una chiesetta di piccole dimensioni (6 × 4 m), e in seguito al decadimento e al successivo diroccamento della stessa negli anni avvenire dopo l’abbandono, fu sistemata nella nuova chiesetta fatta erigere dal parroco dell’abitato negli anni ’70, una chiesetta dalle dimensioni simili e di forma ottagonale. Il borgo medievale di Fantino, è la frazione più antica di San Giovanni in Fiore. Un tempo è stata certamente la frazione più popolosa e grande. Il borgo nonostante la buona accessibilità, garantita dalla Sp 180, nel dopoguerra non è riuscito a garantirsi uno sviluppo economico che sostentasse la popolazione.Negli anni ’60 contava oltre 800 abitanti che costituivano così, un vero e proprio paesino. Il borgo risale al 1600 e si è sviluppato alle pendici del monte Gimmella (Jimmella in dialetto). Si narra che il primo fondatore del villaggio fu un pastorello di Pedace.  Il borgo si è poi sviluppato in una zona fortemente scoscesa e ripida, dalla quale si può ammirare la vallata di Iannia. Dopo il periodo di maggiore crescita, culminato negli anni ’60, il paese cominciò a subire un lento ed inesorabile declino, che lo portò al completo abbandono nella seconda metà del 2000. Il villaggio si è sviluppato in un luogo certamente ameno ma ricco di vegetazione e dal clima mite e favorevole a molte coltivazioni quali la vite e l’ulivo, e nel quale era molto diffusa la pratica della pastorizia ovina. Posto fra il paese di San Giovanni in Fiore e di Caccuri, lungo la vecchia strada interpoderale che collega i due paesi, sino al 2001 vi abitavano 29 persone e tutte anziane, mentre oggi (conta 4 abitanti) il vecchio borgo si anima solo per un giorno all’anno, in occasione della festa patronale di San Giuvanniellu, ovvero San Giovanni Battista Infante, quando i vecchi proprietari, e soprattutto i nipoti dei vecchi proprietari, riaprono le case facendo rivivere il paese. La festa che dura dalla mattina alla sera, è seguita da centinaia di persone, che assistono alla celebrazione della processione della statua del Santo, portato in spalla lungo i vicoli del borgo. La festa termina con un concerto e con i fuochi pirotecnici ed è diventato oramai un appuntamento fisso per i paesini della zona. Nei pressi dell’antico abitato, a qualche chilometro di distanza, si trova la discarica comunale del Vetrano, oggetto negli ultimi anni di feroci critiche dopo la scelta di un ampliamento della stessa. Per questo motivo la strada provinciale che attraversa l’antico borgo negli ultimi anni è piuttosto trafficata specie dai mezzi pesanti che l’attraversano per poter raggiungere la discarica. Questo ha comportato la progettazione dell’ampliamento della stessa strada provinciale. Carello visto le difficili condizioni orografiche sulle quali insisteva, ebbe un rapido processo di abbandono, nonostante sul suo territorio si stessero progettando alcune opere importanti, di recupero e riqualificazione. Di antica origine (probabilmente 1700, anche se non esistono dati certi), il borgo fino agli anni cinquanta, insieme alla frazione di Jannia contava quasi 100 abitanti. Per raggiungere il borgo si deve affrontare una ripidissima discesa, un tempo mulattiera, rifatta e migliorata dall’Opera Sila negli anni ’50, ma ancora insicura e pericolosa. Per risalire poi, o si procede nell’affrontare l’impervia risalita per San Giovanni o dall’altro versante, affrontare un’altrettanta ripida salita che poi porta al paese di Caccuri. Carello è posizionato nella parte terminale di una preziosissima vallata, da cui prende il nome la frazione, che ospita poche centinaia di piante di ulivo, e che grazie al microclima che la valle riproduce, secondo studi universitari fatti sulle olive prodotte, queste regalerebbero un olio dalle caratteristiche e proprietà che non ha eguali in tutt’Italia. La maggior parte degli abitanti di Carello, presa dimora nella vicina Acquafredda, continuano l’attività agricola e della pastorizia che già praticavano. Una curiosità del luogo è che negli anni ’60 l’ente Opera Sila, aveva in programma la realizzazione della linea elettrica che avrebbe dovuto raggiungere il borgo. Ciò nonostante in concomitanza della programmazione dei lavori, il borgo venne abbandonato dai suoi abitanti. La progettazione quindi, non fu portata poi a compimento. Il piccolo borgo, ancora abbastanza integro, si sviluppa in due file di case, esempi di architettura rurale calabrese, con materiali reperiti nelle zone circostanti. Oggi la maggior parte delle case sono “abitate” da alberi di ulivo, di fico e fichi d’india che sa da una parte li rende i custodi di questo borgo fantasma dall’altra recano gravi danni strutturali. Ancora camminando nel borgo si possono notare i recinti degli orti che hanno al loro interno molti alberi da frutto. Nella zona delle due frazioni sorge un monastero dedicato alla “Madre di Dio”, oggi chiesa di Santa Maria dei 3 fanciulli, chiamata così perché questa “Madonna” aveva salvato tre fanciulli che si erano persi nel bosco appiccando un incendio e dando così un punto di riferimento per tornare a casa, che oggi è localizzata nella zona denominata Patia (dal greco paios – paidea: fanciullo).

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PAPAGLIONTI

Papaglionti è un’antica località fantasma, situato a 460 m sul livello del mare, posta sul declivio che a nord delimita l’altopiano del monte Poro, nelle immediate vicinanze del comune di Zungri, in provincia di Vibo Valentia. Questo nome si suppone abbia origine greco – bizantina e deriverebbe da Paleontos, corruzione di Papas Leontios, persona ecclesiastica probabile proprietario di un casale dal quale ebbe origine il villaggio nato nel primo medioevo. Alcuni studi dimostrano che termini come Papaglionti, Papasidero, Papaleo sono tutti cognomi appartenuti a sacerdoti greci vissuti in Calabria e che si sposavano lasciando il loro nome agli eredi o, come nel caso di Papaglionti, alle loro proprietà.In seguito a una violenta alluvione avvenuta nel 1952, gli abitanti, già scossi dal terremoto del 1905, furono costretti a migrare in un territorio vicino, più adatto alla vita e alla sicurezza. Per questo motivo nacque Papaglionti nuova e morì Papaglionti vecchia. Oggi il borgo antico di Papaglionti è preda di rovi, erbacce e il degrado del tempo. Sebbene sia un borgo abbandonato quasi a se stesso rappresenta un patrimonio prezioso, di rilevanza storica e culturale che attira la curiosità e l’interesse dei turisti in vacanza in Calabria. Girando per il piccolo villaggio è possibile notare le strutture povere, semplici ma allo stesso tempo attente all’estetica architettonica. Tra le strutture che saltano all’occhio, le più importanti sono i resti della chiesa di San Pantaleone, i resti del Castello Francese, 2 Calvari, uno datato 1700 che delimitavano l’ingresso nel centro abitato. La chiesa di Papaglionti all’esterno si presenta strutturata in mattone rosso a due navate collegate tra di loro da due arcate. Sotto la navata si nota un vuoto destinato alla sepoltura. Il Palazzo della Famiglia di Francia è l’esempio di Casa Signorile di Papaglionti. La struttura risale al 1700, ha una forma rettangolare e molto grande, circa 13 metri in larghezza. Anche questo si presenta in muratura di pietra granitica con saette e scaglie di laterizio. Il pian terreno era adibito come deposito prodotti agricoli, il primo piano invece per la residenza dei proprietari. Il Calvario di Papaglionti è situato lungo la strada che conduce al vecchio borgo. Si tratta di un Calvario rettangolare, in muratura di pietra granitica locale, regolarizzata con scaglie di laterizio e mattoni. Questo Calvario è stato realizzato alla fine del 600 ed è una delle poche strutture rimaste in ottime condizioni. Al centro si nota una nicchia, all’interno della quale era ospitato un dipinto raffigurante la crocifissione. Una tappa da non perdere se siete in visita all’insediamento rupestre di Zungri o nella vicina Grotta Trisulina, siti molto famosi della zona.

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LAINO CASTELLO
Laino Castello (Castièddru in calabrese) è un comune situato nel Parco Nazionale del Pollino, nella provincia di Cosenza, e noto soprattutto per il suo centro storico abbandonato. Sorge su un’altura rocciosa a 270 metri slm, denominata colle San Teodoro, ed è circondata dal fiume Lao. Non è facile stabilire l’esatta origine di Laino Castello ma ciò che è certo è che nel 1811 Laino Castello era scissa da Laino Borgo. Una separazione che era durata fino al 1928 quando i due comuni si erano riuniti sotto il nome di ‘Laino Bruzio’. Un’annessione che si conclude nell’anno 1947 con una divisione definitiva.  Nel 1958 un muro venne giù, seppellendo la Fiat 600 del medico condotto, e i maggiorenti del paese enfatizzarono l’episodio della “frana” fino ad assumerlo quale sintomo dell’instabilità dell’intero centro abitato. Negli anni a seguire l’idea di ricostruire l’intero abitato altrove, in un luogo in piano e più al sicuro da frane e terremoti, si fece sempre più strada, via via mobilitando esperti, tecnici e progettisti, anche senza l’approvazione di tutti i cittadini (che rimasero volontariamente ad abitare nella Laino “vecchia”) e, realizzando a singhiozzo ora una casa, ora una strada, ora un edificio pubblico, si arrivò al 1982, quando, grazie ai finanziamenti del post-sisma lucano ottenuti per la ricostruzione delle due Laino, andò definitivamente in porto il progetto della nuova Laino Borgo secondo un impianto urbanistico moderno ed arioso. E, allora, quando fu interrotta d’autorità l’erogazione di luce e acqua, dovettero arrendersi anche gli irriducibili, che si consolarono solo tornando sporadicamente alle loro vecchie case per rassettarle, per zappettare l’orto, adacquare le “graste” del basilico e dei garofani sui davanzali. Non si è ancora certi se fu colonia della Magna Grecia, fondata dai superstiti della distruzione di Sybaris, o invece  come molti studiosi pensano, sia stata fondata da alcuni sopravvissuti di Lavinium, una città romana dell’area di Orsomarso, i cui abitanti erano scampati alla malaria, e da alcune persone provenienti dalla bassa e media valle del Lao che erano riuscite a sfuggire alle incursioni dei Barbari. Grazie alla sua posizione strategica e all’aumento degli scambi commerciali con altre popolazioni la città aveva incrementato talmente tanto la sua potenza che, come dimostrano alcuni reperti archeologici custoditi in alcuni musei italiani ed europei, la città aveva iniziato a coniare monete chiamate ‘Lainos’ (i cui simboli erano il vitello, la colomba e l’aquila). Nel 1812, in località Umari, si rinvennero numerosi sepolcri disposti in ordine, all’interno dei quali si trovarono 53 vasi figurati molto grandi. La costruzione con grossi blocchi di tufo intonacati all’esterno e pitturati per lo più di rosso fa pensare fossero sepolcri tipicamente greci. Sempre nella stessa zona vennero alla luce negli anni successivi resti di sepolcri e edifici di vario tipo e numerosi oggetti quali monete, statuette, busti, vasi e utensili vari, non solo di epoca greca ma anche romana. Dopo un periodo di splendore durato circa due secoli, dalla fine del IV secolo a.C., iniziò una lenta e inesorabile decadenza segnata anche dall’incedere dei Lucani e dei Bruzi animati da pressanti mire espansionistiche. La città si riduce ad un villaggio e resta tale per tutto il periodo aureo romano. Laino inizia a risollevarsi con l’arrivo dei Bizantini. Proprio i monaci basiliani iniziarono a impiantare nel territorio una serie di laure, cappelle, chiese e monasteri che fecero accrescere l’importanza religiosa e culturale di Laino e di tutta l’area circostante. Segni evidenti della presenza dei monaci basiliani si trovano nella chiesa madre di San Teodoro e nell’uso della liturgia greca durata fino al 1562, nonché nella toponomastica di varie località. Nella guerra per il predominio tra Bizantini e Longobardi, questi ultimi costruirono sul colle San Teodoro un castello (Castrum Layni). La posizione strategica del castello, con tre lati a picco e una ampia vista sulla valle sottostante, hanno consentito che il potere e l’importanza di Laino crescessero fino a farlo diventare uno dei sette gastaldati più importanti dell’Italia meridionale.Dal 851 in poi il gastaldato di Laino fu capoluogo di un vasto territorio compreso nel Principato di Salerno. L’arrivo dei Normanni segnò per il centro l’inizio di una successione di feudatari che ne riducono e smembrano il territorio. La conquista della rocca di Laino fu oggetto di varie battaglie tra Angioini e Aragonesi. Tra il XVIII e il XIX secolo si diffonde anche a Laino il fenomeno del brigantaggio. Nel 1812 sorsero a Laino delle società segrete che parteciparono alla cospirazione carbonara con le vendite “Filantropi di Tebe” a Laino Borgo e “S. Teobaldo” a Laino Castello. Il 21 ottobre 1860 viene accettata con un plebiscito l’annessione al Regno di Sardegna. Con decreto del Ministro dei LL.PP. emesso in data 3 giugno 1960, a seguito a dei problemi di natura idrogeologica, l’abitato di Laino Castello venne dichiarato da trasferire in altro luogo per problemi di natura idrogeologica e fenomeni sismici. Viene così scelto il sito dove edificare il nuovo centro abitato ed inizia la costruzione delle prime infrastrutture. Solo nel 1981, poi, a seguito di un ennesimo sisma ed in virtù delle stesse motivazioni di circa vent’anni prima, la popolazione ha dovuto abbandonare le proprie case e l’abitato fu definitivamente abbandonato.  Della fortezza e della relativa cinta muraria resta ben poco, ma il nucleo abitativo, abbandonato all’inizio degli anni ’80 è ancora in piedi. Il borgo presenta ancora stradine ripide, resti di porte, torri e fortificazioni tipiche dell’impianto medievale. Oltre ai ruderi restano, sul fianco del colle, a riprova dell’antichità del borgo, tutta una serie di grotte naturali utilizzate nel periodo bizantino dai monaci e più tardi adibite ad abitazioni civili (il dato emerge dal catasto onciario del 1755). Il nucleo di questo splendido e storico comune è caratterizzato da vicoli, gradinate, edifici e palazzi nobiliari. Uno scenario arricchito da portali in pietra scolpiti a mano e che espongono il blasone delle famiglie originarie. La Chiesa madre di San Teodoro di origine bizantina sfoggia una meravigliosa torre medievale ed è sicuramente un monumento che gode di un alta valenza architettonica e custodisce al suo interno pregiate opere artistiche come le pale dell’altare maggiore, il fonte battesimale del 1500 e il trittico in legno che raffigura la Madonna col Bambino restaurato e conservato nel Museo diocesano di Cassano allo Jonio. Come narra un’antica leggenda questo luogo di culto è stato dedicato a San Teodoro, un soldato romano che mentre era intento a difendere il territorio, dove oggi sorge il nuovo centro di Laino, e non essendo in grado di rispondere agli attacchi del nemico, aveva rivolto suppliche e preghiere a Dio che trasformò gli alberi che gremivano il territorio in soldati e in questo modo riuscì a sconfiggere l’avversario. Anche la Chiesa delle Vergini è del 1500 e la Cappella di Santa Maria degli Scolari custodisce un affresco rinascimentale della Madonna seduta sul trono. I ruderi del Castello giacciono su uno sperone di roccia, precisamente sul punto più alto del colle e un tempo il luogo ha ospitato il cimitero comunale. Ogni anno Laino Castello ripropone il ‘Presepe Vivente’ che viene allestito nel centro storico abbandonato. Un ambiente dove la natura ricrea quei luoghi che ricordano la Natività e le grotte naturali scavate nella roccia sono la base più appropriata per tale rappresentazione. Un evento e un ambiente che ogni anno attrae un folto pubblico. Dopo anni di completo abbandono, l’amministrazione comunale ha avviato un progetto per il recupero e il riutilizzo del vecchio borgo come “Borgo–Albergo”. A tale scopo, sono stati eseguiti e sono tuttora in corso diversi lavori di recupero e restauro.

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PANDURI

Panduri è una cittadina collinare nel comune di Careri (Reggio Calabria). Per la sua posizione dominava tutta la valle del torrente Bonamico, da Capo Bruzzano fino a Roccella, e da lì si potevano vedere vari paesi incastonati alle pareti dell’Aspromonte: da Platì a Ciminà, da Gerace a San Luca, da Natile a Casignana e poi in alto il monte Varraro con le sue balze, i suoi querceti fittissimi e le rare spianate messe lì come sentinelle per il paese sottostante. Questa zona con i suoi boschi inestricabili aveva un legame simbiotico con la natura, con una fatica di vivere quotidiana ed era abitata da essere umani che, anche se sofferenti, non erano ancora corrotti dalla povertà e dai mali che attanagliavano i grandi centri urbani. C’era un connubio tra i monaci e la popolazione locale che approfittarono della loro esperienza per imparare nuove tecniche di coltivazione della terra e di allevamento del bestiame. Nel 1507 venne distrutta da un tremendo terremoto, a cui sopravvisse solo un terzo della popolazione. Il sisma risparmiò praticamente solo le antiche mura di un convento. I morti non vennero seppelliti. Dalla sua distruzione, su una collina vicina, sorse il nuovo paese, Careri. Anche oggi, ogni estate, nel paese ci si riunisce a pregare per le vittime del terremoto avvenuto nel XVI secolo: si porta in processione la Madonna di Panduri, il cui quadro sembra fosse stato ritrovato nell’antico monastero grazie ad un bue che non voleva più spostarsi da quel luogo, spingendo gli abitanti a scavare, trovando appunto il dipinto. Si trattava di un’opera raffigurante una madonna, La Madonna delle Grazie di Panduri.  Dopo il terremoto, esso venne conservato fino agli Anni Ottanta del Novecento nella parrocchia di Careri e poi trafugato: l’immagine usata nel corteo, è una sua copia. Molto probabilmente rivenduto presso collezionisti. Si narra che nelle viscere della collina di Panduri si trovi una caverna alla quale si accede attraverso una piccola fessura nascosta chi sa dove, ma conosciuta dagli abitanti del posto. Questa caverna presenta, secondo il racconto di molti abitanti, misteriosi fenomeni di magnetismo.

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CAVALLERIZZO DI CERZETO

Cavallerizzo di Cerzeto (Kajverici in arbëresh) è una frazione del comune di Cerzeto nella provincia di Cosenza che ha una chiarissima origine albanese. È situata alle falde di un monte degli Appennini chiamata Colle S. Elia (Rahji i Shën Lliut), o semplicemente Rahji, che si erge a circa 1000 metri di altezza dall’abitato. Circondato da castagni, e da numerosa fauna, l’abitato antico è diviso in tre borghi. Fu fondata, come anche le altre città della medesima origine, dai profughi albanesi in fuga verso il sud Italia intorno al XV, cioè quando l’Albania subì l’invasione Ottomana. Fu chiamata inizialmente San Giorgio in San Marco che poi si trasformò prima in Cavalcato e infine in Cavallerizzo; la sua appartenenza al comune di Cerzeto gli fece poi guadagnare quell’ultimo epiteto “di Cerzeto. Nel “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli” di Lorenzo Giustiniani per Vincenzo Manfredi, Napoli 1797, alla voce Cavallerizzo si legge: “Questa terra è abitata da albanesi. Le sole donne però vestono alla “greca”. […] Si vuole che il suo nome fosse derivato da un cavallerizzo del Principe di Bisignano, che cedette quel luogo agli albanesi, quando i medesimi trasmigrarono dall’Albania epirica. È sempre detto Sangiorgio di Sanmarco”. In realtà la popolazione albanese rifondò una città già esistente e in declino e la trasformò portando la cultura arbëresh in questa zona costruendo anche una cappella e poi una chiesa in onore di San Giorgio Martire. Nel XIX secolo una delegazione di questo paese si recò presso la piana dei Greci, oggi piana degli Albanesi (Palermo) per acquistare proprio una statua di San Giorgio, patrono anche di quel luogo, statua ancora presente nel paese. A Cavallerizzo, come in tutti i paesi albanesi in Italia, era praticata la liturgia secondo il rito bizantino, sostituita nel XVIII secolo dal rito latino. Nel “Dizionario dei luoghi della Calabria” di Gustavo Valente del 1973, riporta le seguenti notizie su Cavallerizzo: La Parrocchiale, di rito greco, è intitolata a San Giorgio. Vi era una Confraternita laicale dedicata al nome del Rosario. Il Valente riporta così che a Cavallerizzo ancora nel 1973 persiste il rito greco-bizantino, estirpato già da circa due secoli. I santi più conosciuti a Cavallerizzo sono orientali: San Giorgio Megalomartire e Sant’Antonio il Grande. La Chiesa di San Giorgio Martire in Cavallerizzo risale al 1729, molto venerata è l’icona, stranamente dai canoni latini, del santo. Nel periodo della festa di San Giorgio, il 23 aprile, molti erano i giochi e le manifestazioni culturali per bambini e per adulti. Per esempio un gioco, che è particolarmente crudele, era gjelli në shkak (il gallo come bersaglio): si interrava un gallo dentro una fossa, lasciandoli fuori solo la testa, e i giocatori bendati dovevano cercare di colpirlo, chi riusciva ad ucciderlo riceveva in premio lo stesso sfortunato animale. Questa tradizione fu abbandonata negli anni settanta del secolo scorso, ma è rimasta molto conosciuta l’espressione të bëshin si gjelli në shakë. Gli abitanti di Cavallerizzo parlano in lingua albanese, l’arbëresh. Molti sono i proverbi e i modi di dire in albanese. Numerose i Vjersh, canti popolari tipici albanesi, e i canti nuziali (kënga e martesës). Latrunera o Kusar sono l’epiteto usato correntemente, in contrapposizione ai cerzitani che sono tradhitur ed i sangiacomesi çotara. Il borgo nel corso dei secoli ha sempre dovuto fare i conti con le frane infatti già nel XVII secolo ci sono documenti che attestano di movimenti franosi avvenuti nel tempo e di danni, seppur di lieve entità, occorsi alle strutture. La tipologia di frana che colpisce questi territori è di tipo molto lento, tanto da non aver mai provocato morti, poiché il loro scorrere lento dà molteplici avvisaglie tali da permettere di mettersi in salvo con larghissimo anticipo. Questa lentezza non ha mai convinto gli abitanti di Cavallerizzo a spostare il centro abitato, piuttosto li ha spinti a ricostruire le strutture danneggiate e cercare interventi sul movimento franoso stesso, sempre in maniera sterile. Nel 1952 fu proposta dal sindaco di allora la delocalizzazione del comune proprio a causa di questi eventi franosi, ma la proposta fu mal vista dalla popolazione e quindi fu immediatamente accantonata. Ma il 7 marzo del 2005 una forte frana colpì di nuovo il borgo e poiché i danni iniziarono a farsi seri e iniziarono ad esserci anche pericoli seri per la popolazione, ci fu la delocalizzazione forzata effettuata dalla Protezione Civile, la quale impose l’evacuazione del centro abitato e la costruzione di un nuovo centro più a valle chiamato “Nuova Cavallerizzo” al quale gli abitanti si sono opposti anche con la forza. La città entra a pieno regime nell’elenco delle città fantasma. Purtroppo il nuovo paese, oltre a trovarsi a valle del terreno in movimento, è stato costruito con criteri gelidi e distaccati, con casermoni di cemento suddivisi in cinque quartieri. In molti, a distanza di anni, aspettano ancora di poter rientrare nelle proprie case e nel proprio paese antico, ma non sono stati fatti i lavori di assestamento dell’area franosa. Dal 2007, con la nascita dell’Associazione “Cavallerizzo Vive / Kajverici Rron”, è partito un progetto per ottenere dagli enti preposti un piano di recupero ambientale, edilizio, culturale e religioso di tutto il centro storico di Cavallerizzo.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

La Grotta del Romito: Usi e Costumi del Calabrese Preistorico.

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La Grotta del Romito è una delle testimonianze di arte preistorica più importante non solo d’Italia ma di tutta Europa. Si trova a 296 metri s.l.m., ubicata ai piedi del monte Ciagola o Ciavola, parte di un ambiente naturalistico di grande fascino e pregio, con le caratteristiche geologicamente tipiche del paesaggio carsico come grotte ripari e inghiottitoi, in località Nuppolara nel comune di Papasidero, nella Valle del fiume Lao, in provincia di Cosenza e deve il suo nome alla frequentazione dei monaci del vicino monastero di Sant’Elia che la utilizzarono come eremo. L’attuale toponimo dell’abitato di Papasidero deriverebbe da un Papas Isídoros, capo di una comunità basiliana del Mercurion, uno dei maggiori luoghi del misticismo dell’Italia meridionale in cui fiorì a partire dal VI° secolo il monachesimo greco-orientale, in corrispondenza di un territorio che si estendeva lungo il confine occidentale delle attuali Calabria e Basilicata. A quota m. 210 s.l.m, con i suoi 854 abitanti attuali, il piccolo paese medievale di Papasidero si sviluppa a partire da una rocca longobarda ampliata a Castello nei secoli successivi, sotto le denominazioni Normanno-Sveva, Angioina e Aragonese.

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La Grotta consta di due parti: la Grotta vera e propria lunga circa 20 metri e un tempo senz’altro ben illuminata dalla luce del giorno, ed il Riparo che si estende per circa 34 metri. I depositi della grotta e del riparo costituiscono una sola grande formazione sedimentaria dove si possono ammirare suggestive formazioni di stalagmiti e stalattiti a frange e a cuspidi di colore prevalentemente bianco. All’interno della grotta esiste anche una galleria ancora inesplorata. Sito di fondamentale importanza per la preistoria calabrese insieme alla Grotta della Madonna nella vicina località costiera di Praia a Mare, esso costituisce uno dei più importanti giacimenti italiani del Paleolitico superiore (30.000-10.000 anni fa) e attesta frequentazioni più recenti risalenti al Neolitico europeo (7.000 – 4.000 anni fa). Ed è proprio in questa cavità che visse “l’uomo del Romito”, probabilmente un uomo di Cro-Magnon, il quale non sapeva allevare gli animali e non conosceva l’agricoltura e la lavorazione della ceramica. In seguito fu l’Homo Sapiens ad abitare intensamente la grotta lasciando innumerevoli testimonianze del suo passaggio con i suoi strumenti litici e ossei, con lo stupendo graffito e con i resti dei propri scheletri.

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La Grotta viene scoperta nella proprietà di Agostino Cersosimo, nella primavera del 1961, dall’allora direttore del Museo Comunale di Castrovillari Agostino Miglio su segnalazione di due Papasideresi, Gianni Grisolia e Rocco Oliva durante un censimento agrario. In realtà, già nel 1954 un appassionato di archeologia di Laino Borgo, Luigi Attademo, aveva segnalato al Miglio l’esistenza del Riparo con una non meglio precisata figura di toro. La grande scoperta fu quindi affidata ad un archeologo di fama internazionale, Paolo Graziosi, dell’Università di Firenze, che diresse i lavori fino al 1968. Nell’ultimo decennio, a partire dal 2000, la cura del sito è stata affidata ad un suo discepolo, Fabio Martini, che insegna nella stessa Università.

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Le molteplici evidenze archeologiche restituite dal sito offrono agli studiosi numerosi elementi utili alla ricostruzione storica delle attività delle comunità di cacciatori-raccoglitori che abitarono il sito, le condizioni di vita dei gruppi umani preistorici, la loro interazione con l’ambiente e il paesaggio circostanti. Indicazioni sulla microfauna, la macrofauna e sui condizionamenti subiti dalle comunità dalle dinamiche climatiche avvenute dalla fine del Paleolitoco al Neolitico: la presenza nella grotta di un torrente, antecedente a 24.000 anni fa e avente fasi di ingrossamento alterne nei secoli , ha consentito la frequentazione umana in seguito ai prosciugamenti ed interventi di bonifica.

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Inoltre, dalla setacciatura del terreno di scavo nello strato risalente a 11.000 anni anni fa sono emersi, come per altri siti del Paleolitico superiore, dodici semi di “vitaceae” che per le loro dimensioni sono riferibili alla “Vitis silvestris”; importante anche il ritrovamento di palchi di Cervo palmato, Cervus elaphus palmidactyloides, rinvenuti sepolti in una piccola fossa e riferibili a significati simbolico-rituali e di gasteropodi bivalvi e scafopodi ovvero conchiglie marine della specie Columbella rustica e Cyclope neritea, lavorate e usate come ornamento che testimoniano altresì i contatti con il litorale tirrenico.

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Riferibile al periodo Neolitico è invece il ritrovamento di ossidiana che lascia ipotizzare “l’area del Romito” come centro di scambio e transito, tra l’area tirrenica e quella jonica, del vetro vulcanico proveniente dalle Isole Eolie, utilizzato per produrre punte di frecce, raschiatoi e altro, confermando l’importanza delle popolazioni neolitiche della Calabria nel commercio e il controllo di questo materiale. Al Neolitico Recente risale invece il deposito ceramico dello stile della necropoli di Masseria Bellavista di Taranto. È probabile che la frequentazione della grotta sia continuata nell’Età dei Metalli, nonostante non vi sia traccia documentaria. Nel cunicolo della grotta è stato rinvenuto un bel punteruolo di osso lavorato portante inciso un motivo geometrico costituito da un rettangolo inscritto in un altro, da fasci di linee parallele, rette e zig-zag e da segni a dente di lupo ai margini dello strumento. Essi ricordano analoghi motivi geometrici dell’ “arte mobiliare”, forme artistiche relative agli oggetti “Mobili” cioè di oggetti di uso sia rituale sia quotidiano risalenti al periodo preistorico, della grotta Polesini presso Tivoli e di quella spagnola del Parpallò presso Valencia.

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Nei livelli più alti del terreno sono stati rinvenute tre sepolture datate a 9.200 anni fa, contenenti ciascuna una coppia di individui disposti secondo un procedimento ben definito e giacenti in strati epipaleolitici. Una di queste sepolture si trova nella Grotta e due nel Riparo, poco distanti dal masso con la figura taurina. Gli scheletri ed il loro posto della sepoltura all’interno della Grotta del Romito, sono differenti dagli altri resti trovati in Europa perché i ricercatori precedentemente avevano trovato resti scheletrici sepolti individualmente, mentre in questo insediamento hanno trovato per lo più coppie di scheletri. Le sepolture hanno suggerito agli studiosi che probabilmente la Grotta era un posto “sacro” dove veniva effettuato il cosiddetto “Matrimonio-Sati” (la sepoltura di una coppia), conferma della supremazia delle associazioni filiali fra gli uomini e le donne dagli inizi stessi della storia umana.

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Dapprima sono venuti alla luce i depositi del Riparo: un uomo e una donna sdraiati in una piccola fossa ovale l’uno sull’altro. La donna copriva in parte la spalla sinistra dell’uomo e la sua nuca poggiava sulla guancia del compagno. L’uomo le circondava le spalle col braccio sinistro, mentre il destro era disteso lungo il corpo. Il corredo funebre era costituito da un grosso frammento di corno di bos primigenius appoggiato sul femore sinistro dell’uomo, mentre un altro corno era appoggiato sulla spalla destra. Intorno agli scheletri erano deposte delle selci lavorate. I due individui, di 15/20 anni di età, sono ambedue di statura molto piccola: 1,40 metri il maschio, 85 centimetri la femmina, che presenta il femore e l’omero affetti da un forte dismorfismo e da osteoporosi.

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Due scheletri umani disposti l’uno sull’altro e di sesso diverso costituivano l’altra duplice sepoltura contenuta in una fossa ovale. Si tratta di individui di circa 30 anni, alti 1,46 e 1,55 metri, entrambi sepolti con le gambe flesse. Alcune ossa del secondo individuo non erano al loro giusto posto (l’uomo a destra figurava, infatti senza femore e con l’epifisi nella fossa del bacino), probabilmente perché dopo la morte del primo individuo, alla riapertura della fossa per seppellirvi il secondo, sarebbero state involontariamente mosse le ossa è asportato il femore del primo.

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La terza sepoltura si trovava nel deposito della grotta circa allo stesso livello di quelle del riparo. Erano due individui sdraiati sul dorso e affiancati. Con le braccia distese, l’una appoggiata sul bacino e la sinistra entro il bacino. Si tratta di due individui maschili, di età al di sotto dei venti anni, di statura di 1,59\1,60 metri circa. Dello scheletro di sinistra rimanevano solo il bacino, gli arti inferiore e le ossa di un braccio. Parte della scatola cranica e meta della faccia furono ritrovate in seguito, in quanto il deposito era stato sconvolto in epoca imprecisata da lavori di scavi forse per rendere pianeggiante il terreno. L’individuo di destra era, invece, completo.

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Escluso la donna patologica della prima sepoltura che ha un cranio corto, tutti gli altri sono mesocefali, con cranio allungato, volta cranica piuttosto bassa, faccia stretta, mascelle robuste, triangolari e prominenti. Le orbite sono basse e il naso non molto lungo e neanche largo. Di questi scheletri una coppia è esposta al Museo di Preistoria di Firenze, insieme alle schegge litiche ritrovate (circa 280); un’altra è esposta al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria e una terza è ancora oggetto di studio da parte dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze nei loro laboratori.

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Durante gli scavi sono state rinvenute anche un paio di sepolture singole. Un anziano di 35 anni (corrispondenti agli odierni 100) che, dagli accertamenti del caso, è risultato essere stato reso handicappato da molte malattie, ferimenti da caccia e cadute. La domanda fu, come fece a raggiungere l’età avanzata, a procurarsi il cibo necessario alla sopravvivenza; dalla dentatura molto abrasa, si è concluso che, probabilmente, si rendeva utile alla comunità lavorando le pelli con l’uso dei denti, in cambio della sussistenza. L’altro ritrovamento umano di grande interesse, si è rivelato essere quello di un giovane cacciatore che, nonostante la giovane età, fu sepolto con un corredo di oggetti degni di un capo. Altra caratteristica interessante di quest’uomo paleolitico, è l’altezza notevole per l’epoca e per la zona meridionale infatti, lo scheletro ritrovato appartenevano ad un individuo alto 1,74 metri.

 

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Un team di ricerca composto da italiani e americani ha fatto rinascere in 3D il cervello di un altro degli scheletri, chiamato “Romito 9”, delle Grotte del Romito e proprio Martini spiega che:” è lo scheletro di un ragazzino morto tra le aspre colline di quella che oggi è la Calabria. La causa della sua morte non è nota. Ma la presenza di decorazioni con conchiglie e ocra rossa trovate attorno al suo corpo deposto delicatamente fa pensare che il piccolo fu amato e pianto. Le ossa del cranio a quell’età sono ancora plastiche, in sviluppo, tanto da lasciare, seppure in maniera invisibile all’occhio umano, l’impronta del cervello, rilevabile con le tecnologie sofisticate di oggi. Un ritrovamento dunque eccezionale. Oggi possiamo sapere e toccare con mano un cervello di un nostro antenato di 17mila anni fa, grazie alla ricostruzione in 3D che un team ha realizzato negli Usa partendo dalla scatola cranica di un ragazzo ritrovato nella grotta del Romito a Papasidero in Calabria. Naturalmente non possiamo dire come quel cervello “funzionava”, come pensava, come interagiva col mondo esterno, ma sicuramente questo risultato raggiunto è destinato a fornirci importanti informazioni nuove e finora impensabili.  È la prima volta che la tecnologia ci permette di toccare con mano un cervello antico. Possiamo vedere chiaramente che l’area del linguaggio, è quasi uguale, nella morfologia, ad oggi. È lo studio più completo su un individuo così antico. Insieme alla ricostruzione 3D del cervello si prevede anche la ricostruzione del Dna dell’antico preadolescente”.

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A “leggere” queste “tracce” invisibili ci ha pensato il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste, il quale ha realizzato il modello informatico, che poi ha permesso di stampare in 3D, negli Usa, il cervello di 17mila anni fa. Tuniz ha fatto la ricostruzione teorica, grazie alle tecnologie avanzate del suo laboratorio realizzando circa 4mila radiografie, più o meno 10 per ogni grado della rotazione completa. La mappa ha permesso la stampa del cervello in California, dove sono disponibili le strutture necessarie e dove opera un altro specialista italiano, Fabio Macciardi, studioso di neuroscienze dell’università della California e docente di genetica medica all’università di Milano. Per raggiugere l’altro grande obiettivo ambizioso, l’estrazione del Dna dallo scheletro “Romito 9” è intervenuta la professoressa Olga Rickards, ordinario di antropologia molecolare all’università di Tor Vergata di Roma, che è riuscita a sequenziarlo.

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“Oggi molti ricercatori lavorano per trovare i geni legati alle patologie del linguaggio. Ma si tratta di una competenza molto complessa e si rischia di perdersi in un mare di informazioni genetiche. Serve scegliere solo quelle importanti che sono, probabilmente, sia quelle conservate nei millenni, sia quelle sviluppate nell’evoluzione. Sui dati ottenuti abbiamo realizzato molti confronti con quelli contemporanei. E il nostro obiettivo è realizzare lo stesso lavoro su 70 scheletri molto più antichi. Potremmo così ottenere una vera e propria mappa dell’evoluzione del cervello e del linguaggio degli ultimi 200mila anni. Sapere con precisione quali sono i geni del linguaggio” interviene Macciardi. Ma anche ‘datarli’, e continua: “Alcuni antropologi pensano che il linguaggio sia nato insieme all’arte, al pensiero simbolico (50 – 60mila anni fa). Altri addirittura pensano a 500mila anni fa. Due estremi su cui potremmo essere più chiari incrociando i dati morfologici e genetici delle diverse fasi evolutive. Ma si tratta di studi costosi che hanno bisogno di finanziamenti che bisognerà trovare”.

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Ma, oltre agli importanti resti umani che vanno sicuramente ad incrementare gli studi riguardo quel periodo della preistoria europea, ciò che caratterizza questo sito archeologico sono le celebri incisioni rupestri, che interessano due grandi pietre di crollo alle estremità opposte del riparo, analizzate dal Graziosi. La prima è quella dei cosiddetti “Segni Lineari”, un masso di circa 3,50 metri , con semplici tratti rettilinei o leggermente curvilinei, più o meno profondamente incisi, disposti in tutte le direzioni e variamente intersecantisi, senza alcun significato apparente. La sovrapposizione del deposito epipaleolitico consente di datarli verso la fine della serie (11.000 a.C. circa).

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La seconda è quella del “Masso dei Tori” che si trova presso l’imboccatura della grotta e reca incisi su diversi livelli tre profili di Bos Primigenius, un bovide selvatico antenato dei bovini domestici. Rappresenta una delle più importanti raffigurazioni dell’arte rupestre del Paleolitico Superiore: è così perfetto nel disegno e nella prospettiva, quanto nella scelta della superficie rupestre che gli dona un senso di 3D, da far affermare al professor Graziosi, di essere di fronte a “la più maestosa e felice espressione del verismo paleolitico mediterraneo, dovuto ad un Michelangelo dell’epoca”. L’attenzione ai dettagli anatomici e le proporzioni realiste rendono l’incisione dell’uro paragonabile, per lo stile della figurazione, al linguaggio espressivo dell’arte parietale rupestre franco-cantabrica, elementi che per importanza proiettano il sito archeologico del Romito nel più ampio contesto europeo.

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La figura di toro, lunga circa 1,20 metri è incisa su un masso di circa 2,30 metri di lunghezza e inclinato di 45° nella zona antistante l’ingresso della grotta. Il disegno, di proporzioni perfette, è eseguita con tratto sicuro così come è caratteristico dell’arte paleolitica. Le corna, viste ambedue di lato, sono proiettate in avanti ed hanno il profilo chiuso. Sono rappresentati con cura alcuni particolari, come le narici, la bocca, l’occhio e, appena accennato, l’orecchio. In grande evidenza le pieghe cutanee del collo e assai accuratamente descritti i piedi fessurati. Un segmento attraversa la figura dell’animale in corrispondenza dei reni. Secondo Graziosi:” Si ha l’impressione che almeno parte di questi segni preesistessero alla esecuzione del toro e che qualcuno sia stato addirittura utilizzato per la realizzazione delle grandi pieghe”.

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Tra le zampe posteriori dell’uro vi è incisa, molto più sottilmente, un’altra immagine di bovino di cui è eseguita soltanto la testa, il petto e una parte della schiena. Anche esso presenta le corna proiettate in avanti, ma a profilo aperto e solo nella seconda metà divise in due, mentre nella prima parte appare un solo corno, ripetendo un modulo tipico dell’arte paleolitica mediterranea. Sull’estremità inferiore dello stesso masso è incisa una terza piccola testa di toro. A fianco del masso col toro si trova una stalagmite a forma di equide senza testa. Secondo Graziosi:” Il rinvenimento delle sepolture nell’area intorno e tra i due grandi massi incisi farebbe pensare a due stele o una stele (quella col toro) delimitanti un’area funebre”. Infatti La ricorrenza di resti di uro insieme agli scheletri rimanda a funzioni di offerte funerarie, elementi che forniscono informazioni sull’universo simbolico, le pratiche rituali e funerarie paleolitiche.

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La disposizione delle inumazioni in prossimità del graffito del Bos Primigenius, “assegnano a questa immagine una valenza totemica di grande suggestione e conferisce all’ambiente un indiscutibile legame con il sacro” afferma Martini. E continua:” La consistenza e la continuità della serie stratigrafica, la rilevanza dei reperti, la presenza di un alto numero di inumazioni e dei due massi con incisioni fanno di questo sito archeologico calabrese uno dei giacimenti guida per la conoscenza delle culture preistoriche dell’Italia meridionale nell’ultima parte del Paleolitico. Effettivamente l’importanza del sito di Papasidero, a livello europeo, è legata all’abbondanza di reperti paleolitici, che coprono un arco temporale compreso tra 23.000 e 10.000 anni fa, che hanno consentito la ricostruzione delle abitudini alimentari, della vita sociale e dell’ambiente dell’Homo Sapiens”. Una storia spettacolare che spinge a dire a Maria Lombardo, Consigliere Commissione Cultura “Comitati Due Sicilie”, che: “Conoscere le nostre ricchezze è di vitale importanza per proiettare la Calabria verso un sano sviluppo del settore Turistico in chiave responsabile e sostenibile”. “Le risorse di eccellenza di Papasidero meritano di essere promosse, riconfermate e proiettate fuori dal contesto nazionale” ha affermato invece Enrico Marchianò, presidente del Club per l’ Unesco di Cosenza.

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Il sito attualmente è visitabile grazie all’intervento dell’Istituto Italiano di Archeologia Sperimentale, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Calabria ed il Comune di Papasidero, grazie ai quali sono stati realizzati interventi atti a garantire l’accesso alla grotta (passerelle, impianti di illuminazione) e la fruizione integrata del sito archeologico (guide e materiali didattici). Le illustrazioni all’interno della caverna, così come le opere d’arte geomorfologiche, sono aperte agli ospiti insieme alle repliche delle figure scheletriche (come precedentemente detto quelle reali sono state spostate a Firenze e a Reggio Calabria).

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Il professor Martini conclude una sua intervista dicendo:” Sono state avviate diverse iniziative di valorizzazione miranti ad inserire il Romito nei circuiti culturali e turistici. La grotta è stata musealizzata ed è in funzione un percorso attrezzato con servizio di visite guidate. L’Amministrazione comunale di Papasidero prevede anche l’ampliamento del locale Antiquarium nei pressi dell’antro”. Infatti, parte degli altri numerosi reperti risalenti sino alle prime frequentazioni della Grotta, attestate a oltre 23000 anni fa, unitamente al calco di sepoltura di una coppia e alla ricostruzione facciale di uno degli individui seppelliti nella grotta, sono esposti nel piccolo Antiquarium annesso al complesso, un piccolo museo didattico dove è possibile reperire tutte le informazioni indispensabili per un tuffo nel passato, alla scoperta dei nostri antenati Calabresi.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

CALIFORNIA: BEVE SANGUE UMANO, VAMPIRISMO O FOLLIA?

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Come tutti sanno, i vampiri fanno parte del mito, del folklore europeo. Creature immaginarie figlie degli incubi partoriti dalla superstizione imperante in epoca medievale, un periodo buio in cui le autorità ecclesiastiche hanno utilizzato la paura del Demonio (e delle sue emanazioni sulla Terra, come ad esempio i vampiri) per mantenere ben saldo un potere assoluto fondato sulla paura. Il timore dell’inferno e dei mostri che lo abitano, spaventosi esseri pronti a mostrarsi anche nella realtà.
Ma siamo proprio certi che sia tutto cosi semplice?

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In realtà le cose sono molto diverse da ciò che abbiamo detto precedentemente, si affacciano anche idee differenti dalla teoria ufficiale che bolla tutta la casistica e le dissertazioni sul vampirismo come retaggio culturale del passato.
Se si trattasse solo di questo come potremmo allora spiegare le continue segnalazioni che giungono da tutte le parti del mondo che parlano di attacchi di vampiri? Testimonianze agghiaccianti che provengono dalle zone più remote del nostro pianeta ed anche da quei territori considerati maggiormente evoluti. L’ultimissimo caso è storia recentissima.
California: la storia di una ragazza americana, che è finita addirittura sulle pagine del dailymail, di nome Michelle, una ventinovenne tatuatrice californiana che possiede l’insana mania di bere sangue. Proprio cosi, la giovane donna beve sangue degli animali ma , come ovvio che sia, predilige di gran lunga quello degli esseri umani di cui si ciba ogni volta che ne ha possibilità. La donna, nell’intervista al quotidiano britannico, ammette di consumare notevoli quantità di sangue a qualunque ora del giorno.

“Preferisco quello di maiale, è più saporito rispetto al manzo. Il sapore del sangue varia da essere vivente a essere vivente, da umano a umano. Non solo. Dipende anche da che parte del corpo viene estratto […] Non mi piace il sangue estratto dal collo, è un cliché, e non deve essere troppo caldo, altrimenti diventa gelatinoso.”

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Quella di Michelle è una vera e propria ossessione, un continuo bisogno impellente di nutrirsi del sangue, umano o animale che sia.
Che si tratti di una ragazza con evidenti problemi di identità (tesi assolutamente probabile) o di una vampira che necessita del sangue degli esseri viventi per sostenersi in vita, l’unica cosa che possiamo affermare con certezza è questa: il fascino e la sottile inquietudine che la figura del vampiro riesce a creare sembra non avere mai fine.
Tutti noi siamo più che certi che il vampiro, il nosferatu, sia solo una parte di una struttura complessa di tradizioni popolari che riflettevano, in tempi passati, le paure più profonde degli esseri umani, ma la cosa interessante è che nonostante chiunque ammetta candidamente di non credere all’esistenza dei vampiri le segnalazioni sulla presenza di questi esseri infernali continuano a giungere da ogni zona del mondo.
Il caso della californiana Michelle raccontato dal dailymail rimane un caso che certamente verrà spiegato con la diagnosi di una ragazza con una personalità deviata e con un’identità non ben definita. Ma le versioni ufficiali ci raccontano sempre la verità?

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Vincenzo Abate

LA LEGGENDA DELLE FORMICHE

 

Secondo un’antica leggenda il villaggio di Bisaccia sarebbe stato distrutto dalle formiche. A far scappare gli abitanti del borgo, in sostanza, sarebbero stati gli insetti, talvolta descritti come “giganti”, tanto era il loro potere distruttivo.Da Bisaccia deriva Montenero. Infatti, secoli fa vi fu una trasmigrazione dalla valle situata accanto al santuario della Madonna verso la vicina collina, chiamata “monte nero” per la fitta e scura boscaglia che la ricopriva.
In realtà il “monte” (alto 273 metri) era già abitato da alcune famiglie. Quando a queste
si aggiunsero quelle scampate da Bisaccia si formò la comunità dalla quale discende l’attuale popolazione Montenerese.
Cosa fece abbandonare il villaggio? Davvero perché infestato e distrutto dalle formiche?
Questa leggenda non è raccontata solo qui. Basta spostarsi di dieci chilometri per scoprire che anche Mafalda, a sua volta derivante da un villaggio abbandonato e posto a poca distanza, deve la sua attuale ubicazione alle incursioni delle formiche.
A Cercepiccola, invece, gli abitanti sarebbero stati costretti a traslocare poco dopo essersi stabiliti sulla collina scelta per fuggire all’assedio di Annibale. Scampati al celebre condottiero cartaginese, in pratica, sarebbero stati “assediati da una quantità straordinaria di formiche“; e per questo avrebbero edificato il paese sull’altra sponda del torrente, attuale posizione di Cercepiccola. Ma non finisce qui. Passando il Trigno ed entrando in Abruzzo, si scopre di racconti simili. “L’antica Tufillo era ubicata su Monte Farano e, secondo una leggenda, un’invasione di grosse formiche avrebbe costretto i suoi abitanti ad abbandonare le abitazioni originarie e a riedificarle più in basso

Se queste leggende siano vere o meno non possiamo saperlo,ma forse possiamo dare una risposta ad alcune domande.1)Perché le formiche e perché dappertutto si racconta una favola del genere?
Lo storico montenerese Emilio Paterno dedica al tema un paragrafo nel suo libro più celebre: Storia di Montenero di Bisaccia. Ecco la sua tesi.

Sembrerà ridicola la vecchia tradizione popolare, onde ancor oggi si sente dire da qualche nostro popolano la distruzione di Bisaccia essere stata opera delle formiche. Ma il fatto è che simile tradizione si trova quasi in ogni paese dove di luoghi abitati non altro resta che gli avanzi che si rinvengono o il nome. 
Un significato siffatta tradizione deve pure averlo, un qualche avvenimento racchiudere. 
Qual è il perchè della tradizione che le formiche avrebbero distrutto Bisaccia? Formiche, formicaio viene dal greco <<Myrmidones>>. Come si sa, i Mirmidoni erano antichi popoli della Tessaglia, ed i Tessali in generale anche Mirmidoni si chiamavano: razza fiera, forte, guerresca, violenta e selvaggia, che dove arrivavano tutto distruggevano e sovvertivano. E il volgo confondendo i Mirmidoni con le formiche finì col credere che le formiche fossero distruggitrici di villaggi e città antiche: quando non erano che invasori stranieri che ne avevano fatto strage e rovina da renderli disabitati e deserti. 
Così di Bisaccia. Barbari stranieri dovettero rovinarla, e rimasta abbandonata anche per altre cause, come sconvolgimenti tellurici, terremoti e frane, i superstiti, scampati, si raccolsero sulla prossima collina e, come in sito più adatto e difendibile, vi edificarono un nuovo paese, a cui si dette poi, per la posizione elevata e per la boscaglia che folta lo circondava, il nome di Montenero. Ma quando ciò sia avvenuto non si sa con certezza”.

Sembrerebbe davvero risolto il caso, ma se invece fossero state davvero le formiche?

Giuseppe Oliva

IL VAMPIRO DI VENEZIA

IL VAMPIRO DI VENEZIA

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Revenant, Strigoi, Nosferatu, Vurdalak…Vampiro. Tanti sono i nomi con cui gli esseri umani di ogni tempo e di ogni cultura hanno chiamato queste creature sanguinarie. Il vampiro è per definizione un individuo che resuscita dalla morte e che si nutre del sangue degli esseri viventi.

Attraverso la letteratura ed il cinema abbiamo conosciuto vari aspetti di questa mitologica creatura, il romanzo “Dracula” di Bram Stoker è stato forse il più grande romanzo gotico di sempre e da cui sono stati tratti centinaia di film con il protagonista principale, il malefico Conte, interpretato anche da grandi nomi del cinema come Bela Lugosi, Christopher Lee, Klaus Kinski e Gary Oldman. Ancora oggi i vampiri hanno su di noi un fascino irresistibile, ne è la prova il clamoroso successo della serie di Twilight.

Ma questo mito moderno affonda le sue radici in un oscuro passato: dall’antica Grecia alla Cina, dall’Impero Romano all’Europa Medievale molte sono state le leggende su questa sinistra figura che si aggira di notte alla ricerca di sangue. La maggior parte delle persone del XVII° secolo (il secolo dei lumi) credeva che queste creature fossero reali, migliaia infatti sono le testimonianze storiche sulla figura del vampiro, famose sono quelle dell’abate don Augustin Calmet che fu testimone di centinaia di dissotterramenti di tombe di persone defunte che erano sospettate di essersi trasformate in Vurdalak.

Straordinaria quindi risulta il ritrovamento che è stato fatto in Italia durante alcuni scavi nel 2008 a Venezia, precisamente nel camposanto dell’isola del Lazaretto Nuovo. Lo scheletro di una donna che era morta di epidemia ed era stata sotterrata con un mattone infilato nelle mascelle. Questo aspetto mette in luce cosa pensavano i veneziani del ‘600 nei confronti della donna: essi credevano si trattasse di una vampira.

In epoca medievale la peste nera provocò migliaia di morti in tutta Europa, e la credenza di molti era che fossero proprio i vampiri a portare il terribile morbo. La donna sotterrata a Venezia morì di peste per poi ritornare in vita durante la notte per nutrirsi del sangue dei vivi. La gente del luogo pensò bene di infilarle quel mattone in bocca per impedirle di rialzarsi dalla tomba e bloccarla per sempre nel suo sepolcro avvolta nel suo sudario. Ovviamente per far questo vennero riconosciuti nel cadavere della donna i segni della possessione demoniaca che l’aveva trasformata in un fantasma della notte. L’antropologo Matteo Borrini affermò in una intervista a Focus che «Secondo le testimonianze dell’epoca, e che si riferiscono anche alle conoscenze dei secoli precedenti, una prova di aver intercettato la sepoltura di un vampiro era il cadavere intatto e il sudario masticato e consunto a livello della sua bocca». Il vampiro nella sua tomba, secondo le leggende, morde e divora lentamente il sudario emettendo dei grugniti. Il dottor Borrini disse ancora sulla modalità di distruzione e seppellimento del cadavere sospettato di vampirismo «Disseppellire il corpo del non-morto, togliergli dalla bocca il sudario che stava masticando e sostituirlo con una manciata di terra, con una pietra o con un mattone», spiega Borrini. «È la stessa situazione deposizionale dell’individuo nel nostro scavo, che per adesso chiamiamo “ID 6”. Insieme all’associazione tra vampiri e peste, è questo rituale l’elemento più rilevante che collega la sepoltura ai vampiri».

Questo caso è una straordinaria testimonianza sulle credenze dei nostri avi che realmente pensavano che simili esseri esistessero veramente.

Ovviamente al giorno d’oggi, nel 2012, certe leggende hanno un odore stantio, sono credenze che supponiamo siano superate attraverso le nostre conquiste in campo tecnologico che aprono la porta ad altri interessi e alla creazione di altri miti.

Ma la figura del vampiro rimane immortale come la natura stessa di questi demoni, terribili ma affascinanti al tempo stesso. Si hanno testimonianze recenti (l’ultima nel 2007) dello smembramento di un cadavere in un villaggio dei Carpazi. I contadini del posto sostengono che il defunto, morto per malattia, era stato rivisto di notte aggirarsi nel villaggio, e da quel momento un epidemia di uno strano virus si era diffusa in tutto il sobborgo. Dopo aver strappato il cuore dal petto del presunto vampiro e averlo arso, l’epidemia sembrò svanire in pochissimo tempo.

In certi posti, laddove lo sviluppo economico e sociale è lontano dagli standard del mondo che conosciamo, la credenza sui vampiri è viva più che mai. Si tratta di persone che affondano le loro paure nella più cieca superstizione data dall’ignoranza, oppure si tratta di individui più semplici di noi, non sporcati dagli aspetti negativi della modernità, non soffocati dal materialismo imperante… che consentono loro di vedere la realtà per quello che è veramente?

Vincenzo Abate

IL CUCCIOLO DI DRAGO

Il drago è una creatura mitica presente nelle culture di tutto il mondo antico. Ad ognuno di noi è familiare la corporatura tipica di questa bestia enorme, mangiatrice di uomini e sputa fuoco. Il termine drago deriva dal latino draco (nominativo), draconem (accusativo), a sua volta proveniente dal greco δράϰων (drakon), con l’omologo significato di serpente. Se nella nostra società occidentale il drago è quasi sempre utilizzato come simbolo del Male (a volte esso rappresenta addirittura Satana stesso) nella civiltà orientale (prevalentemente in Cina) il drago  raffigura il concetto stesso di saggezza. Vi sono delle differenze anche strutturali nei due grandi blocchi che dividono il mondo: se in occidente il drago è sempre tratteggiato con un corpo di rettile accompagnato da grandi ali, il drago della tradizione orientale assume maggiormente le caratteristiche di un enorme serpente.

I draghi fanno parte dell’immaginario collettivo, rientrano in quello che è una mitologia globale che però non tutti sono concordi nel sottoscrivere. Se ufficialmente i draghi non sono in realtà mai esistiti, molte sono a parer contrario le testimonianze del mondo antico che parlano degli avvistamenti di questi mostri e delle distruzioni di cui si sono resi responsabili.

A suffragare queste tesi che vogliono i draghi un elemento reale del mondo almeno in un epoca passata, dobbiamo segnalare lo straordinario ritrovamento avvenuto il 23 gennaio 2004 di un cucciolo di drago chiuso in un barattolo.

Leggenda vuole che il signor Allistair Mitchell raccontò su un giornale di Oxford l’incredibile storia di David Hart, che avrebbe scoperto questo barattolo con la mitologica creatura nel garage del nonno, che aveva prestato servizio per molti anni come facchino del Museo di Storia Naturale di Londra. Secondo Hart il barattolo era stato spedito a Londra nel 1890 da un gruppo di scienziati tedeschi. Il cucciolo di drago era alto all’incirca 30 centimetri ed era deposto, in uno stato di perfetta conservazione, in un barattolo colmo di formaldeide.

Nel 2004 la notizia fece il giro del mondo. Il ritrovamento di un essere ufficialmente mai esistito poneva in dubbio molte teorie su tanti aspetti delle conoscenze scientifiche dell’uomo. Ma in molti gridarono subito al falso.

Nella continua ricerca di fatti apparentemente misteriosi ci si ritrova molte volte coinvolti in truffe organizzate da cialtroni alla ricerca di pubblicità e fama. Se una percentuale esigua rimane ben definita con eventi realmente strani e difficili da interpretare, una vasta fetta di un eventuale insieme di fenomeni bizzarri ricadono nelle bufale di cui sopra. Certo però non bisogna nemmeno farsi abbagliare dalle scintillanti e dotte risposte dei vari esperti di turno pronti a screditare qualunque cosa; molte volte potrebbe essere uno specchio per le allodole il catalogare come falsa una notizia solo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e poter cosi studiare l’eventuale strano soggetto, o questo è almeno il summa delle teorie complottistiche.

Ufficialmente il caso del drago di Oxford (come è stato più volte ribattezzato) è un clamoroso falso.

Secondo gli studi operati da alcuni gruppi di ricerca il tutto sarebbe una colossale bufala, un operazione dello stesso Allistair Mitchell per fare pubblicità ad un suo romanzo uscito subito dopo lo strano ritrovamento. Il piccolo drago non sarebbe altro che una statua di cera. Ma alcune cose non convincono e lasciano dei dubbi almeno in coloro che sentono odore di complotto o di depistaggio in certe smentite cosi sintetiche e sbrigative. Si è detto anche dell’impossibilità di aprire il contenitore del drago per un qualche motivo che per molti rimane oscuro. Alcune persone restano perciò in attesa di i risultati di una eventuale biopsia sulla strana cosa presente in quel barattolo, per stabilire finalmente se si tratti realmente di una statua di cera oppure di un elemento organico.

Persistono le due teorie: da una parte appare chiaro il tentativo di Mitchell di farsi pubblicità per lanciare il suo libro attraverso uno scherzo comunque ottimamente ingegnato, mentre alcuni sostengono che il caso del cucciolo di drago nasconda delle verità che sono state messe a tacere per qualche oscuro motivo. In attesa di qualche novità o sviluppo dell’intera faccenda (che comunque è stata già ufficialmente bollata come un falso per ammissione anche dello stesso Mitchell) ognuno di noi può interpretare il fatto liberamente, cercando di razionalizzare i vari aspetti.

Ci troviamo di fronte alla clamorosa messa in scena operata da un uomo alla ricerca di fama e soldi, oppure sotto lo strato della “versione ufficiale” si nasconde un segreto che metterebbe in discussione molte (troppe) cose?

Vincenzo Abate