Pentagono e Ufo: La Nuova era dell’Ufologia

Sono passati solo pochi giorni, dall’annuncio del Pentagono, ma attraverso tutti i canali, dai social, al web, TV, e carta stampata la notizia è rimbalzata in tutti i continenti raggiungendo milioni di persone, se non miliardi. Notizia incredibile per la massa, ordinaria per gli addetti ai lavori, che però la vedono come una piccola vittoria, da prendere con le pinze invece per gli scettici, che restano però interdetti e ammutoliti, finalmente la verità per i complottisti. Diverse reazioni in diversi ambienti, ma quale è il reale valore di questa notizia? Quale è la reazione più appropriata? Quale è il significato di questa apertura?

Questo evento possiamo dire storico mi ha spinto ad alcune riflessioni un pò diverse da quelle che leggo in giro. Per quanto riguarda noi generazione X Files, ma anche per chi era vicino al tema negli anni 80 e 90, per tutti quelli quindi da sempre con il naso all’insù piuttosto che su uno smartphone, è una luce in fondo ad un tunnel zeppo di depistaggi e menzogne perpetrate per anni. Sia chiaro non è stato detto che a breve faremo parte di Star Wars, ma il lento e graduale rilascio di informazioni non è altro che un acclimatamento ad una situazione prossima all’essere nota. Per capire però il reale valore dell’affermazione bisogna inserirla in un contesto più ampio e più lungo inteso come tempo. Quello che è evidente è che si è passati dalla totale negazione e addirittura avversione in alcuni casi, ad una conferma seppur soft di quello che in molti sostengono da anni. La verità passa per tre gradini: prima viene derisa e ridicolizzata, poi viene ferocemente contrastata, infine viene accettata come palese ovvietà”. Così affermava tempo fa Arthur Schopenhauer. E questo tema ne è la prova provata.

Chi tra gli addetti ai lavori non è stato almeno una volta deriso a riguardo? Battute del tipo a ecco l’ufo abbinato alla propria presenza. Pazienza, purtroppo l’ufologia per molti è solo la lucina in cielo e allora forse si la cosa fa sorridere, ma se si approfondisce e se si “studia” ci si accorge di molte altre cose, che alla fine rendono le lucine  l’ultimo step. Quindi per dovere di cronaca, un budget di 22 milioni di dollari dal 2007 al 2012 da parte del Dipartimento della Difesa, per studiare il fenomeno UFO e prima del 2007? E oggi? Possibile che dal giorno dopo Roswell fino al 2007 a nessuno è importato degli “alieni”? Eppure di programmi a tal proposito ne sono stati fatti molti in questi anni (Project Blu Book, Majestic 12) per citarne alcuni, quindi cosa è successo nel 2007 per avviare questo programma? In realtà nulla, è tutto parte di una partita a scacchi tra il pastore e le sue pecore dove di tanto in tanto viene impartita una nuova regola del gioco cosicchè  arriverà il giorno che la pecora saprà come giocare, ma non necessariamente saprà vincere. Non è un caso che anche la NASA ha iniziato un cambio di rotta, ufficialmente grazie a nuovi strumenti tecnologici, con i quali si è arrivati alla scoperta dapprima di Trappist1 

adesso Kepler 90 un sistema solare simile al nostro, 

e grazie all’intelligenza artificiale di Google si è riusciti a monitorare circa 35000 pianeti inserendoli in diverse fasce che ci consentono di verificare eventuali analogie con il nostro e quindi con esse la possibilità che vi siano forme di vita intelligente. Tutto questo per rendere meno traumatica e meno inaspettata possibile una eventuale notizia di scoperta di forme di vita, che state certi saranno prima sotto forma di microbi, per poi nel tempo arrivare a forme di vita intelligente. La scoperta di una “Ragnatela Cosmica” composta da gas, che collega fra loro le galassie  è stata osservata per la prima volta, grazie alla luce diffusa da un quasar distante che ha illuminato i filamenti, sta spingendo anche grazie a nuovi orizzonti della fisica a interpretare diversamente quello che ci circonda e di conseguenza a “vedere” con occhio nuovo tutto quello che prima era considerato fantascienza o leggende vedi i Nativi Americani e la loro ragnatela cosmica e l’unione con il tutto, che ultimamente sembra essere tornato di moda e studiato con maggiore attenzione. Questo unito a diverse teorie sul suono e su alcune teorie sulle ottave e ad alcuni messaggi che in esse potrebbero essere nascosti, può portare anche a nuove intuizioni sugli spostamenti e sui viaggi interstellari. Parliamo ad esempio della scoperta tutta Italiana di cunicoli che permettono di viaggiare nello spazio e nel tempo, i cosiddetti wormhole, adesso possono essere costruiti in laboratorio: sebbene su una scala piccolissima, dimostrano per la prima volta che attraversare il tempo è possibile e, in attesa di futuri viaggi intergalattici, promettono di rendere più potenti gli attuali dispositivi basati sulle nanotecnologie. Il prototipo, descritto online sul sito ArXiv e in via di pubblicazione sull’International Journal of Modern Physics D, darà luogo ad un esperimento condotto in Italia, presso l’università di Napoli Federico II. “Abbiamo realizzato il prototipo”, ha detto il coordinatore del gruppo internazionale autore della ricerca, il fisico Salvatore Capozziello, dell’Università Federico II di Napoli, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e presidente delle Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav). E’ stato ottenuto collegando due foglietti del materiale più sottile del mondo, il grafene, con legami molecolari e un nanotubo. La struttura ottenuta è neutra e stabile, nel senso che al suo interno non entra nulla e nulla fuoriesce, ma quando si introducono dei difetti vengono generate correnti in entrata e in uscita. “Spostandoci su dimensioni cosmiche, potremmo considerare un osservatore che con la sua navetta si avvicina a un wormhole come un elemento capace di perturbare la struttura: in questo caso  sarebbe possibile passare da una parte all’altra del cunicolo spaziotemporale, così come trasmettere segnali da una parte all’altra”.

 

Sembrerebbero apparentemente notizie una lontana dall’altra, invece a parer mio sono puntate diverse di una sola notizia.

Facciamo un gioco quale era uno dei principali problemi che gli Ufologi dovevano affrontare quando si interfacciavano ai cosiddetti detrattori? La difficoltà tecnologica. SI è partiti nella migliore delle ipotesi dall’asserire che sicuramente c’è vita nell’universo altrimenti sarebbe solo uno spreco di spazio, ma considerate le distanze è impossibile che eventuali civiltà evolute possano raggiungerci dato che per farlo servirebbe una tecnologia al momento inesistente.  La somma di queste scoperte anche se non sono un fisico mi rende consapevole del messaggio che in realtà si vuole lanciare, esistono miliardi di pianeti che potrebbero essere simili al nostro e potrebbero ospitare la vita, prima non lo sapevamo adesso abbiamo la tecnologia per scovarli e miglioreremo sempre più fino a quando non troveremo quello che stiamo cercando. Si ma sono così distanti come raggiungerli sappiamo tutti che i viaggi del tempo sono solo teoria, ma guarda caso forse esiste una scappatoia che certamente và migliorata sperimentata, ma chi ci dice che non sia già stato fatto? D’altronde gli UFO non esistevano giusto?  Poi esistono oggetti strani nella galassia vedi l’asteroide che sembrerebbe una navicella, e dopo aver provato a contattarlo non abbiamo avuto risposta. Si tratta di una semplice pietra, ma prima o poi non lo sarà più.  Da profano una domanda che mi porrei al cospetto di tutto ciò sarebbe ma perchè spendere milioni di dollari vedi il SETI, o il Pentagono, inviare sonde sfruttare nuova tecnologia per cercare qualcosa che non esiste? Perchè sostenere proiezioni cinematografiche orientate se tutto fosse pura fantasia? La risposta in realtà la sappiamo tutti o almeno la sapevamo in pochi, forse ora inizia ad arrivare anche laddove non batte mai il sole. Il meccanismo innescato di disclosure a rilascio graduale ha subito una notevole accelerata, il perchè non è chiaro, certamente non cadremo nella tentazione (per dirla alla Bergoglio) di intravedere in tutto ciò apocalittici tempi o invasioni alla H. Wells. Più semplicemente forse, è giunto il momento di evolversi allo step successivo e magari con dei tempi più maturi alla conoscenza di qualcosa di straordinario. Che sia giunta l’era dello spirito profetizzata da Gioacchino da Fiore, e che l’umanità si stia evolvendo in altro e quindi sia più pronta a interagire con menti superiori? Stando a ciò che mi circonda avrei dei grossi dubbi a riguardo, anzi credo che a tal proposito ci si stia regredendo all’era dell’ignoranza, ma la speranza in qualcosa di nuovo è sempre l’ultima a morire. Che si aspetti il Messia, o il Nirvana, o forme di vita che possano regalarci la conoscenza per risolvere i nostri problemi cambia poco, siamo sempre con le braccia al cielo in cerca di qualcuno che ci dia una mano e risolva i nostri problemi. Ritengo invece che se si vorrà guardare negli occhi questi probabili “nuovi pastori” sarà necessario evolversi dallo status di pecore, altrimenti cambieranno i nomi ma non il risultato, e resteranno sempre in pochi a conoscere la verità. Personalmente non ci vedo nulla di negativo in tutto ciò e da sempre non ho mai capito il motivo di tanta segretezza per il bene della massa. Siamo ormai abituati a vedere giornalmente barconi con bambini che affondano, persone uccise per strada ad ascoltare le notizie più allucinanti, stando seduti a tavola mentre mangiamo un piatto di pasta, alla fine non credo che la famosa frase “non siamo soli” porterebbe tanta devastazione così come in molti temono, semmai saranno altri a doverla temere non certo la massa. Credo per concludere, che sia giunto il momento di guardare con attenzione all’evolversi dei tempi e prepararsi per capire le possibilità che si prospetteranno davanti nuovi mondi, nessuno verrà gratuitamente a fare miracoli, ma se sapremo riconoscere il loro linguaggio non saremo stranieri in una terra sconosciuta come è per noi attualmente l’universo, ma abitanti di quartieri diversi, ma sempre parte di una stessa città.  Se invece resteremo chiusi ancora dietro l’indifferenza, l’emarginazione culturale e mentale, nascosti da drappi di ignoranza e poco propensi al futuro, la verità resterà nelle mani di pochi esattamente come è sempre stato. Ragion per cui prendiamo questa notizia per quella che realmente dovrebbe essere un’apertura dell’elitè. Il pastore ha aperto seppur non completamente il recinto tu che farai?

 

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

 

 

Il Calendario di Adamo: E’ ora di riscrivere la storia.

 

13L’Africa è sempre stata considerata la culla della civiltà. Oggi, questo fatto viene avvalorato da una scoperta che ha dell’incredibile.
A circa 280 km ad ovest del porto di Maputo, la capitale del Mozambico, sono stati rinvenuti i resti di una grande metropoli che misurava, secondo stime prudenti, circa 5.000 km quadrati. Faceva parte di una comunità ancora più ampia, di circa 35.000 chilometri quadrati, risalente ad un periodo che va dal 75000 al 160.000 a.C. Le migliaia di miniere d’oro scoperte nel corso degli ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto scavando l’oro in questa parte del mondo per migliaia d’anni. E se questa regione è in realtà la culla del genere umano, è probabile che stiamo analizzando le attività della più antica civiltà sulla Terra.

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Sono sempre stati lì. Qualcuno li aveva già notati prima, ma nessuno riusciva a ricordare chi li avesse fatti o perché? Fino a poco tempo fa, nessuno sapeva nemmeno quanti fossero. Ora sono dappertutto, a migliaia, anzi no, centinaia di migliaia! E la storia che raccontano è la storia più importante dell’umanità. Ma c’è chi potrebbe non essere pronto ad ascoltare. Quando i primi esploratori incontrarono queste rovine, davano per scontato che fossero recinti per il bestiame realizzati da tribù nomadi, come il popolo Bantu, che si spostò verso sud e si stabilì in questa terra intorno al sec. XIII. Non si conoscevano le testimonianze storiche di nessuna civiltà precedente, più antica, in grado di costituire una comunità così densamente popolata. Poco sforzo fu stato fatto per indagare il sito perché la collocazione storica delle rovine non era per nulla nota.

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La situazione è cambiata quando se ne è occupato il ricercatore Michael Tellinger, in collaborazione con Johan Heine, un vigile del fuoco locale e pilota che aveva osservato queste rovine negli anni, sorvolando la regione. Heine aveva il vantaggio unico di vedere il numero e la portata di queste strane fondazioni di pietra e sapeva che il loro significato non era apprezzato. Negli ultimi anni, queste enigmatiche formazioni di pietre sono state promosse, insieme alle piramidi bosniache, come le più antiche strutture umane del pianeta. Possono solo essere veramente apprezzate dal cielo o attraverso immagini satellitari. Molte di loro sono quasi completamente erose o sono state coperte dai movimenti del suolo fatti per l’agricoltura lungo il tempo. Alcune sono sopravvissute abbastanza bene da rivelare le loro grandi dimensioni, con alcuni muri originali in piedi, sino a quasi 2 metri d’altezza e oltre un metro di larghezza, in alcuni luoghi.

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Guardando la metropoli intera, diventa evidente che si trattava d’una comunità ben progettata, sviluppata da una civiltà evoluta. Il numero di antiche miniere d’oro suggerisce la ragione per cui la comunità si trovava in questa posizione. Alcune strade si estendono per circa 500 chilometri  e collegavano le varie comunità basate sull’agricoltura a terrazzamenti molto simili a quelli trovati negli insediamenti Inca in Perù. Un calcolo approssimativo indica che le strade originali avrebbero richiesto l’utilizzo di più di 500 milioni di pietre tra i 10 e i 50 chilogrammi ciascuna.

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Il fiore all’occhiello della zona è senza dubbio il cosiddetto “Calendario di Adamo”.

L’area in questione è visibile nel quadrato formato dalle seguenti coordinate di Google Earth:

Carolina – 25 55′53,28″S / 30 16′ 13,13″ E
Badplaas – 25 47′33,45″S / 30 40′ 38,76″ E
Waterval – 25 38′07,82″S / 30 21′ 18,79″ E
Machadodorp – 25 39′22,42″S / 30 17′ 03.25″ E

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Il Calendario di Adamo, chiamato anche il Calendario di Enki, è conosciuto come il più antico sistema di menhir al mondo, è di forma circolare, simile al più celebre Stonehenge, ma più antica di molte migliaia di anni, e si trova nei pressi di Mpumalanga (significa “il luogo dove sorge il Sole” in lingua Zulu), situato sulla cima di una scogliera in pendenza verso sud, nota come la scarpata di Transvaal, una zona ricca di quarzite e di giacimenti d’oro. La ragione per cui questa struttura è stata chiamata calendario, è dovuta al fatto che è disposta in modo da seguire l’evoluzione del sole lungo tutto il corso dell’anno: così come il sole si muove durante le stagioni, anche l’ombra che proietta sulle rocce si sposta allo stesso modo.

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Il Calendario di Adamo è costituito da un gran numero di rocce apparentemente sparse a caso, di cui una piccola percentuale è stata posizionata per creare un cerchio, in tutto ci sono una dozzina di pietre che sembrano essere state collocate in posizione verticale, tra cui due alte circa 2 metri e mezzo che si distinguono in mezzo. La forma originale è ancora chiaramente visibile dalle immagini satellitari. Tra le rovine sono presenti le prime forme a piramide e alcuni dettagli scolpiti nelle rocce raffigurano il simbolo Ankh, utilizzato dagli egizi migliaia di anni dopo, come anche alcuni simboli Dogon, una tribù del Mali, dotata di inspiegabili conoscenze astronomiche. Il sito è stato eretto lungo il medesimo meridiano della Grande Piramide di Giza.

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Dalla posizione dei monoliti e dalle misurazioni fatte da Heine la struttura circolare è stata volutamente progettata per allinearsi ai punti cardinali della Terra, e con gli equinozi e i solstizi. Heine ritiene di aver individuato vari allineamenti solari, tra cui uno particolarmente interessante che riguarda tre pietre reclinate che, a suo parere, una volta erano orientate verticalmente verso le 3 stelle della cintura di Orione.

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Fin qui la cosa non susciterebbe sorpresa visto che molti siti preistorici sembrano contenere questo tipo di allineamento. La cosa che fa pensare è che l’allineamento delle pietre riguarderebbe la posizione della cintura di Orione come appariva circa 75 mila anni fa, anche se recenti studi portano la lancetta indietro nel tempo sino a 160000 A.C. . Gli indizi sembrano mostrare che ci troviamo di fronte a quella che forse è stata la più grande e misteriosa civiltà esistita sulla Terra.

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Il ritrovamento di Heine ha aperto un vero e proprio ‘vaso di pandora’ sull’Africa del Sud, permettendo la scoperta di numerosi insediamenti in pietra che rappresentano un nuovo affascinante ed enigmatico capitolo per l’archeologia contemporanea. Si stima la presenza di oltre 20 mila antiche rovine in pietra sparse sulle montagne del Sud Africa. Gli archeologi e gli antropologi speculano sull’origine delle misteriose rovine, spesso etichettandole come ‘materiale di poca importanza’ e boicottandole. Mentre la parte della comunità scientifica più attenta e possibilista intravede un quadro completamente nuovo e sorprendente sulla storia antica delle rovine africane e sulla storia dell’uomo più in generale. Questo ritrovamento è in netta contraddizione con la storiografia tradizionale che si ostina inspiegabilmente ad insegnare che le civiltà più importanti ed imponenti sono apparse in Sumer e in Egitto, e che prima di esse non v’era nulla.

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La verità è che si sa davvero molto poco su questi spettacolari rovine antiche e che purtroppo molte di esse sono andate distrutte per pura ignoranza dalla silvicoltura, dagli agricoltori e dallo sviluppo urbano. E’ chiaro che ciò pone immediatamente un problema enorme per archeologi, antropologi e storici, dato che l’inizio della storia della civiltà umana è comunemente collocata non oltre i 12 mila anni fa, con la nascita dell’agricoltura. E diventa ancora più complessa quando ci si rende conto che non si tratta di semplici strutture isolate lasciate dalla migrazione di orde di cacciatori-raccoglitori ma veri e propri osservatori astronomici e templi di un’antica civiltà perduta che risale a molte migliaia di anni fa.

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Il ricercatore sudafricano Michael Tellinger si spinge decisamente oltre, fino a suggerire che il Calendario di Adamo possa essere stato realizzato addirittura 160.000 anni fa e così esprime la sua emozione nel scoprire questo luogo: “Quando Johan per primo mi ha fatto conoscere le antiche rovine di pietra dell’Africa australe, non avevo idea delle incredibili scoperte che ne sarebbero seguite, in breve tempo. Le fotografie, i manufatti e le prove che abbiamo accumulato puntano senza dubbio ad una civiltà perduta e sconosciuta, visto che precede tutte le altre – non di poche centinaia d’anni, o di qualche migliaio d’anni… ma di molte migliaia d’anni. Queste scoperte sono così impressionanti che non saranno facilmente digerite dall’opinione ufficiale, dagli storici e dagli archeologi, come abbiamo già sperimentato. E’ necessario un completo mutamento di paradigmi nel nostro modo di vedere la nostra storia umana”.

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E riferendosi all’oro continua: “Le migliaia di antiche miniere d’oro scoperte nel corso degli ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto e scavato per l’oro in questa parte del mondo per migliaia d’anni. E se questa è in realtà la culla del genere umano, possiamo star guardando le attività della più antica civiltà sulla Terra. Mi vedo come una persona di mente aperta, ma devo ammettere che mi ci è voluto oltre un anno per digerire la scoperta e per capire che abbiamo realmente a che fare con le strutture più antiche mai costruite dall’uomo. Il motivo principale di ciò è che ci hanno insegnato che nulla di significativo è mai venuto dal Sud Africa. Che le civiltà più potenti sono apparse in Sumer e in Egitto e in altri luoghi”.

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Tellinger rispondendo alle domande incalzanti del giornalista Adriano Forgione, in una intervista per la rivista Fenix, ci fa capire il perché del suo interesse per questo misterioso luogo: “Mi occupo di ricerche sulle origini del genere umano e sulla vera storia del  pianeta. Ho iniziato a mostrare interesse per questo tipo di argomenti nel 1979, durante il mio primo anno di università. Il Calendario di Adamo è il luogo principale dove si esplica il mio studio. Fu progettato per essere allineato ai quattro punti cardinali, N-S-E-O, ma presenta anche una pietra scolpita in forma di falco. Sono dell’idea che sia relazionabile alla divinità egizia Horus. Questa scultura segna il sorgere del sole durante l’equinozio di primavera nell’emisfero sud del pianeta. Sembra che questa sia la più antica scultura in pietra di Horus mai trovata sino ad oggi. È noto che Horus rappresenti sempre il sorgere del sole, quindi questo potrebbe significare che siamo davanti al luogo del sorgere dell’Horus primigenio.”

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“C’è un problema: l’allineamento N-S-E-O è fuori allineamento di 3.1/- 4 gradi in senso antiorario in direzione nord-sud. Questo può significare solo una cosa: il Calendario di Adamo è stato costruito in un momento storico in cui nord e sud  presentavano un diverso angolo. Sto parlando del vero asse nord-sud, non di quello magnetico. Questo supporta la teoria di Charles Hapgood dello scorrimento della crosta terrestre. La pietra “Horus” è in relazione con altri tre megaliti che sono allineati con il sorgere di Orione. Questo allineamento specifico è stato datato ad almeno 160 mila anni fa. So che può sembrare assurdo ma è così. All’interno del cerchio del Calendario di Adamo abbiamo anche misurato un’incredibile quantità di campi elettromagnetici, sia nel vettore verticale che orizzontale del campo stesso. Inoltre, tracce di elevato calore sono riscontrabili sotto la superficie, fatto che suggerisce la presenza di un vulcano sotterraneo. Le frequenze sonore rilevate nel cerchio sono superiori a ogni altra misurazione effettuata in qualunque luogo della Terra, ben oltre i 375 gigaHertz. Tutto ciò è un supporto scientifico incredibile alla presenza in questi luoghi di una civiltà avanzata.  Il Calendario di Adamo è una struttura megalitica ben nota tra i custodi della conoscenza in Africa, sciamani, sangoma e uomini/donne di medicina. È considerato come uno dei due luoghi più sacri della terra, connesso alla creazione della razza umana. Nella cultura Africana di questi luoghi è conosciuto come “La Casa natale del Sole”. ”

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E continua: ” Ci sono oltre 1° milioni di costruzioni di forma circolare, simili ai nuraghi sardi in tutta l’Africa meridionale. Una cosa pazzesca. Essa copriva la maggior parte del sud Africa, tutto lo Zimbabwe, parti del Botswana e  Mozambico. Un’area grande quanto Francia,Germania e Italia messe insieme. Sono convinto che si tratti di generatori di energia per la lavorazione dei metalli e dei minerali, principalmente oro, per mezzo del suono come fonte di energia. Queste strutture sono tutte collegate da migliaia di chilometri di canali di pietra che regolavano e assicuravano la conduzione di energia tra tutti i cerchi. Ci sono anche terrazzamenti agricoli che usavano questo flusso di energia per migliorare la produzione del grano. Ho trovato pietre di forma allungata che suonano come campane. Credo che servissero come “starter” per avviare il sistema di frequenza sonora, in quanto tali pietre emettono un solo tono. Le migliaia di pietre nelle pareti dei cerchi risuonano a diverse frequenze e ciò indica che possono risuonare con molte pietre “starter”, creando una forte e permanente ondata di energia sonora. Ci sono anche delle pietre coniche, come coni gelati, che sembrano essere le punte che concentravano il suono in fasci di energia sonora. Oggi questi strumenti sono chiamati SASER (Sound Amplification by Stimulated Emission of Radiation), potentissimi dispositivi di energia impiegati in applicazioni belliche. Funzionano come la punta di cristallo in un normale laser, che focalizza la luce in un fascio.”

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Poi afferma ancora: “Vi sono pietre circolari forate al centro, perfettamente lisce e convesse, come se fossero state modellate dall’acqua nel corso dei millenni. Questi sono gli strumenti dei primi minatori e costruttori. Sono dei convertitori che generavano il passaggio da una frequenza a un’altra. Le misurazioni dell’energia, ha stabilito che i cerchi generano ancora enormi quantità di energia, lo abbiamo misurato. Onde elettromagnetiche, onde sonore e firme di calore. Abbiamo misurato il suono più in alto, 103 dB (decibel) proveniente dalle mura di alcuni cerchi. Una firma di calore di oltre 80°C (176° Fahrenheit) e 1800 Mega Hz nel Calendario di Adamo. Questi sono luoghi ancora molto attivi ed energetici. Quando le onde sonore raggiungono la superficie interna al cerchio formato dalle rocce, si rilevano dei motivi simili a fiori di ‘geometria sacra’. Inoltre, all’interno del cerchio, i segnali Gps si perdono. Se fate un passo là dentro, il segnale sparisce, se si fa un passo indietro, il Gps funziona di nuovo e tutto questo è dovuto al forte campo elettromagnetico. Chi ha creato quindi questo sistema di pietre? Non importa chi fossero quelle persone: avevano un alto grado di conoscenze di acustica e di astronomia.”

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E conclude: “Molte ricerche restano ancora da fare. Questi cerchi ci fanno tornare al primo popolo della Terra che estraeva oro in Sudafrica quasi 200000 anni fa. Le tavolette sumere lo chiamano Lulu Amelu, ed è il primo uomo Adamu. Ci sono collegamenti diretti con le tavolette sumere degli Annunaki e con la descrizione delle loro attività di estrazione aurifera sulla Terra. Siamo a conoscenza di oltre 75000 miniere d’oro e molte altre sono ancora coperte dal terreno. Questa civiltà è stata distrutta dal diluvio biblico circa 12- 13000 anni fa”.

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Le idee di Tellinger si ispirano agli scritti di Zecharia Sitchin, filologo e studioso della mitologia sumera, il quale in diverse opere ha scritto che gli Anunnaki scavarono buona parte delle miniere d’oro in Sud Africa. Costoro sarebbero giunti dal loro pianeta natale Nibiru in cerca di giacimenti d’oro. Una volta giunti sul nostro pianeta, gli Anunnaki crearono l’Homo Sapiens, modificando geneticamente un ominide (secondo alcuni l’Homo Erectus, secondo altri l’Homo di Neanderthal) e creare un lavoratore che estraesse l’oro per conto loro. La creazione dell’uomo sembra essere descritta come una specie di clonazione o di quella che noi oggi chiamiamo fecondazione in vitro. Questo intervento degli Anunnaki avrebbe dato un colpo di acceleratore all’evoluzione umana, mettendo il turbo ad un processo che naturalmente sarebbe durato migliaia di anni. Le fonti di Sitchin per le sue conclusioni partono da una serie di testi sumeri ed ebraici, tradotti in maniera non convenzionale rispetto all’interpretazione tradizionale. Ci viene detto dalle tavolette che la spedizione è venuta per l’oro, e che grandi quantità sono state estratte e spedite fuori del pianeta. La comunità in Sud Africa era chiamata “Abzu” ed era la posizione privilegiata delle operazioni minerarie.

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Poiché questi eventi sembrano coincidere con la regione delle più ricche miniere d’oro del pianeta (Abzu) e dove gli Homo Sapiens sono “nati”, alcuni ricercatori pensano che le leggende sumere possano, infatti, essere basate su avvenimenti storici. Secondo gli stessi testi, una volta conclusa la spedizione mineraria, fu deciso che la popolazione umana dovrebbe essere lasciata perire in un diluvio che era stato previsto dagli astronomi degli “dèi”. A quanto pare, il passaggio ciclico del pianeta natale degli dèi, Nibiru, stava per portarlo abbastanza vicino all’orbita della Terra e la sua gravità avrebbe provocato una risalita (marea) degli oceani a inondare la terra, mettendo fine alla specie ibrida, Homo sapiens. Secondo la storia, uno degli “dèi” aveva simpatia per un essere umano particolare, Ziusudra, e lo avvertì di costruire una barca per cavalcare l’onda del diluvio. Questo divenne la base per la storia di Noè nel libro della Genesi. Fu un fatto veramente accaduto? L’unica altra spiegazione è immaginare che le leggende sumere, che parlano della vita su altri pianeti e della clonazione umana, fossero straordinarie creazioni di fantascienza. Questo sarebbe di per sé sorprendente. Ma ora abbiamo la prova che la città mineraria, Abzu, è reale e che esisteva nella stessa epoca dell’improvvisa evoluzione degli ominidi a Homo sapiens.

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Ancora Forgione ci illustra come il Sudafrica potrebbe essere la culla dell’umanità: “Le teorie di Tellinger sull’origine sudafricana dell’uomo moderno hanno trovato inaspettata conferma qualche anno fa. L’ 8 marzo 2011, l’Università di Stanford in California, ha diramato i risultati di uno studio genetico sulle popolazioni africane. Attraverso la più grande analisi sulla diversità genetica delle popolazioni del Continente Nero mai svolta sinora, si è appurato che gli esseri umani moderni probabilmente ebbero origine in Africa meridionale più che in Africa orientale, come generalmente si supponeva. Lo studio pubblicato su “Proceeding of the National Academy of Sciences” è stato realizzato dai genetisti Brenna Henn e Marcus Feldman. Brenna Henn ha detto che lo studio ha raggiunto due conclusioni principali:  ”Una è che c’è una enorme diversità nelle popolazioni africane di cacciatori-raccoglitori. Questi gruppi di cacciatori-raccoglitori sono altamente strutturati e sono piuttosto isolati gli una dagli altri e, quindi, conservano una grande quantità di variazioni genetiche”. Henn ha aggiunto: “La seconda importante conclusione è che abbiamo preso in considerazione i modelli di diversità genetica tra le 27 diverse popolazioni africane, e abbiamo visto un calo di diversità che inizia proprio in Africa meridionale e progredisce man mano che ci si sposta verso il nord Africa. Le popolazioni dell’Africa meridionale, i Khomani Boscimani, presentano la più alta diversità genetica di qualsiasi altra popolazione. Questo suggerisce che l’Africa meridionale potrebbe essere il luogo migliore per individuare l’origine degli esseri umani moderni”. Gli scienziati non riescono ancora a capire perché questo nuovo tipo umano denominato Homo Sapiens apparve improvvisamente, o come avvenne il cambiamento, ma sono in grado di rintracciare i nostri geni sino ad una sola donna, che è nota come “Eva mitocondriale”.

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Eva mitocondriale (mt-MRCA) è il nome dato dai ricercatori alla donna che è definita come l’antenato comune matrilineare più recente (MRCA) per tutti gli esseri umani attualmente viventi. Tramandato da madre a figlio, tutto il DNA mitocondriale (mtDNA) in ogni persona vivente è derivato da questo individuo di sesso femminile. Eva mitocondriale è la controparte femminile di Adamo Y-cromosomico, l’antenato comune patrilineare più recente, pur vivendo in tempi diversi.
Si crede che Eva mitocondriale sia vissuta tra 150.000 a 250.000 anni a.C., probabilmente in Africa orientale, nella regione della Tanzania e delle zone immediatamente a sud e ad ovest (ma il ritrovamento in Sud Africa, sovverte tale certezza). Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di forse 4.000-5.000 femmine, in grado di produrre prole. Se altre femmine avessero avuto prole con cambiamenti evolutivi del loro DNA, non se ne registra ad oggi alcun dato sulla loro sopravvivenza. Sembra quindi che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.

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Eva mitocondriale sarebbe stata pressoché contemporanea di esseri umani i cui fossili sono stati rinvenuti in Etiopia, nei pressi del fiume Omo e di Hertho. Eva mitocondriale visse molto prima dell’emigrazione dall’Africa, che potrebbe essersi verificata tra 60.000 e 95.000 anni fa. La regione dove si può trovare il massimo livello di diversità mitocondriale è quella segnata in arancione, mentre la regione in cui gli antropologi ipotizzano che la divisione più antica della popolazione umana abbia iniziato a verificarsi è quella in rosso scuro.

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L’antica metropoli si trova in quest’ultima regione, che corrisponde anche al periodo stimato in cui le mutazioni genetiche improvvisamente accaddero. Strana coincidenza. Abbastanza da darci da pensare per un po’.  Mentre l’umanità continua a riscoprirsi, e nuove conoscenze emergono, riflettiamo sul fatto che anche i libri di Storia dovranno essere riscritti.

 

 

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Fonti: it.scribd.com , ilnavigatorecurioso.it , liutprand.it , hystoria.info, epochtimes.it

Segnalazione UFO 20/05/2017 – Parte 1

Dal 19 di maggio sono giunte nella nostra redazione innumerevoli segnalazioni di un presunto U.F.O. sorvolare Cosenza seguiti da due aerei militari. Questi ultimi volavano effettivamente troppo bassi per essere un esercitazione; si sa che devono rispettare delle altitudini precise per non creare allarmismo ma soprattutto per evitare situazioni spiacevoli. La comunita` cosentina quel giorno si e` scossa parecchio e tutti pronti con il proprio cellulare hanno immortalato cio` che e` accaduto.
Prima di scendere nei particolari pero`, tengo a fare una piccola precisazione su cosa sia effettivamente un U.F.O..
Il termine deriva dall’inglese: Unidentified Flying Object che letteralmente tradotto significa Oggetto Volante non Identificato (da qui il termine OVNI usato raramente in italia, molto nei paesi ispanofoni) molto spesso associato per condizioni di causa alle navicelle aliene che sembrerebbero manifestarsi per tutto il globo ma che in realta` significa semplicemente qualcosa che non conosciamo. Si prenda ad esempio che 10 anni fa un drone (militare), che oggi sempre piu` persone si stanno procurando per motivi lavorativi e non, era tecnicamente considerato un U.F.O. semplicemente perche` non avendo mai visto nulla di simile, etichettarlo come oggetto volante non identificato e` una prassi comune.

Che questo semplice chiarimento serva a fare piu` chiarezza sul fenomeno U.F.O. per evitare di inflazionare erroneamente il termine.

Ma cosa e` successo Venerdi` 19 maggio 2017 a Cosenza? E` ancora presto per dirlo. Sapete tutti che a noi non piace il sensazionalismo ma al contrario vogliamo darvi notizie quanto piu` accurate possibili. Noi vi diremo al massimo cosa non e`, ma cosa sia lo si scoprira` insieme grazie alla continua ricerca che stiamo facendo. Sul web possiamo trovare qualche video dalla qualita` non eccezionale (la quale rallenta notevolmente la ricerca) ma con le testimonianze vocali (chiaramente non badate all’enfasi ed al modo di parlare dei testimoni, e` comunque un fatto emozionante cio` a cui hanno assistito) che descrivono un terzo veivolo scambiato da alcuni per elicottero, da altri per sfera bianca vista ad occhio nudo.

In questo video ad esempio compare una sfera luminosa dai movimenti apparentemente irregolari ma che in realta` segue la luce del sole e si colloca chiaramente su ogni oggetto la telecamera riprende (e` sempre sopra le nuvole) e scompare quando la telecamera non riprende il sole. Quando la telecamera si avvicina troppo al sole, inizia a crearsi un alone di rifrazione. Con ogni probabilita` credo di poter smentire questo video.

Nei video di seguito e possible intravedere una sfera bianca schizzare a gran velocita`. La letteratura ufologica sostiene che possano essere delle sentinelle inviate dalla nave madre come droni da monitoraggio. Ribadisco che ad oggi, la redazione di Mistery Hunters sta ancora studiando il caso, quindi non possiamo dirvi cosa sia, per adesso. 

Di seguito troverete altri video per darvi un’idea e rimanete connessi perche` presto aggiorneremo questo articolo con maggiori risposte e novita`.

 

Caccia Militari sopra Cosenza …ed anche altro

Sfera bianca sopra Cosenza

Ancora video della sfera bianca che passa tra i caccia a Cosenza

Sui cieli di Rende 19 05 2017

Ringraziamo Cosenza 2.0 e tutti i testimoni che hanno ripreso quanto accaduto.
Se anche tu hai qualche video o foto, contribuisci invandoci i tuoi contenuti a redazione.misteryhunter@gmail.com. Darai anche tu il tuo contributo alla ricerca!

Marco “DOC” Florio

Wormhole Superconduttore

wormhole-warp-lines2Il wormhole non è più fantascienza ma un progetto reale, portato alla vita da un’equipe di studiosi italiani. Il team che ha realizzato il sogno di Albert Einstein nei laboratori dell’Università di Napoli Federico II, è capitanato dal fisico Salvatore Capozziello, docente all’Università Federico II di Napoli e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) nonché presidente delle Società italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav). Lo studio è stato postato online su ArXiv (clicca qui per vedere lo studio) ed è in via di pubblicazione sulla rivista International Journal of Modern Physics D; il progetto è in via di definizione con il gruppo di Francesco Tafuri, del dipartimento di Fisica della Federico II.

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Vengono comunemente definiti cunicoli spazio-temporali in grado di collegare un punto con un altro di uno stesso universo o, ancor più suggestivamente, di stabilire una connessione fra un universo ed un altro presumibilmente parallelo al primo. Sono i wormhole (letteralmente ‘buchi di vermi’), sorta di ‘scorciatoie’ che permetterebbero di passare da un punto all’altro di uno o molteplici universi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale, consentendo al tempo stesso veri e propri viaggi nel tempo. E’ questa la traduzione in pochissime parole di concetti molto complessi propri della fisica più avanzata, sebbene elaborati sulla base di teorie che scienziati come Albert Einstein e Nathan Rosen enunciarono già negli anni ’30 del Novecento ipotizzando l’esistenza di gigantesche strutture cosmiche poi definite appunto ‘ponti di Einstein-Rosen’. A tal proposito la metafora del verme non è affatto casuale: il termine wormhole deriva appunto dall’immaginare che l’universo sia come una specie di mela sulla cui superficie si muova un verme. Ebbene, se questo continuerà a strisciare sulla superficie, la distanza tra due punti opposti della mela sarà pari a metà della sua circonferenza, ma se invece esso scava un foro direttamente attraverso la mela, la distanza da percorrere per giungere a destinazione sarà inferiore. Il cunicolo spazio-temporale di cui gli scienziati ipotizzano l’esistenza in natura, presumibilmente generato da una immane forza gravitazionale che deformerebbe lo spazio-tempo, è idealmente paragonabile proprio a quel buco scavato dal verme nella mela.

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Ha spiegato Capozziello: “Il problema di partenza era spiegare l’esistenza di strutture che, come i buchi neri, assorbono tutta l’energia di un sistema senza restituirla: in pratica ci si trovava di fronte ad una violazione del principio di conservazione dell’energia”. E continua: “La nostra idea era quella di riuscire a simulare gli effetti gravitazionali a energie più basse e dato che è impossibile riprodurre in laboratorio strutture gravitazionali estremamente energetiche e massicce, ci siamo posti la domanda se esistono strutture simili, ma alle dimensioni e alle energie di laboratorio”. Una delle probabili spiegazioni ipotizza che lo spazio-tempo sia bucato.  A questo fine è stato realizzato il minuscolo prototipo ottenuto collegando due foglietti di grafene, una struttura purissima di atomi di carbonio, materiale sottile come uno strato di atomi, resistente come un diamante, flessibile come la plastica e richiestissimo sul mercato delle nanotecnologie, di cui dal giugno del 2014 il più grande centro di produzione europeo è a Como, con legami molecolari e un nanotubo.

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La struttura ottenuta è neutra e stabile, nel senso che al suo interno non entra nulla e nulla fuoriesce, ma quando si introducono dei difetti (perturbazioni) vengono generate delle correnti. “Ci siamo accorti che ‘drogando’ il grafene, cioè mettendo al suo interno degli atomi penta o eptavalenti, cioè con 5 o 7 legami anziché i sei a nido d’ape del grafene puro, succede una cosa interessante: il sistema si ‘attiva’ e si generano correnti entranti e correnti uscenti nel grafene. Nel caso di un legame in meno rispetto al grafene standard otteniamo una corrente elettrica entrante. Con un legame in più la corrente è uscente. Se proiettiamo questo risultato alle scale astrofisiche, allora abbiamo trovato il modo per far passare informazione attraverso il wormhole. In altre parole, controllando i difetti del grafene possiamo controllare il segno dell’informazione: possiamo cioè comunicare con un osservatore che si trova dall’altra parte. Questo passaggio di energia elettrica è importante perché la corrente passa da una parte all’altra del wormhole a resistenza nulla, il passaggio è cioè istantaneo, mentre normalmente all’interno di un materiale si incontrano resistenze e rallentamenti”. Ha quindi aggiunto lo scienziato: “Spostandoci su dimensioni cosmiche, potremmo considerare un osservatore che con la sua navetta si avvicina a un wormhole come un elemento capace di perturbare la struttura: in questo caso sarebbe possibile passare da una parte all’altra del cunicolo spaziotemporale, così come trasmettere segnali da una parte all’altra”.

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Un’ipotesi che senza dubbio fa volare con la fantasia.  Il Principio di Relatività di Einstein stabilisce che non si può viaggiare più veloci della luce, fatto che renderebbe impossibile qualsiasi contatto con altre civiltà extraterrestri, proprio per l’immensa distanza spazio-tempo che ci separa. La produzione del wormhole significa per molti la vittoria sugli scettici di chi crede agli extraterrestri, ora ancor più di prima, in quanto questi cunicoli potrebbero essere delle vere e proprie scorciatoie per spostarsi in poco tempo nell’Universo o addirittura fare viaggi nel tempo.

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Il cinema e la TV sono pieni di esempi in cui si parla dei wormhole:

1) Stargate, scritto e diretto nel 1994 da Roland Emmerich, dove la“porta delle stelle” è costituita da antichi congegni costruiti da una razza aliena e disseminati nelle galassie per favorire viaggi rapidi, anzi istantanei. Primo di una trilogia mai completata generò 3 serie tv: Stargate SG-1, Stargate Atlantis e Stargate Universe.

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2) L’ambientazione della serie tv Star Trek: Deep Space Nine (176 puntate fra il 1993 e il ’99) non è l’astronave ma una stazione spaziale collocata vicino a un wormhole, popolato da misteriose entità extradimensionali venerate dal popolo dei Bajoriani.

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3) Sliders: I viaggiatori (1995-2000) dove si usavano i ponte di Einstein-Rozsen per collegare universi paralleli. Presumendo che la realtà esista come parte di un multiverso, si ci chiede cosa sarebbe successo se grandi o piccoli eventi della storia si fossero svolti in maniera differente (ucronia).

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4) Nel film Sfera di Barry Levinson del 1998, tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton,  i protagonisti scoprono che la presunta nave aliena situata a 300 metri sotto l’Oceano Pacifico non è altro che un’astronave americana di circa metà del XXI secolo che si era addentrata in un wormhole ed era ritornata indietro nel tempo di circa 300 anni, precisamente nel 1709, precipitando nel fondo dell’oceano.

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5) Nel film Contact delle intelligenze aliene inviano sulla terra i piani di costruzione di un artefatto che genera un wormhole per raggiungere la stella Vega.

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6) Nel film Thor (Marvel Studios/Paramount-2011) gli dei asgardiani usano il Ponte Bifröst per spostarsi tra i 9 regni che governano: sulla Terra la scienziata Jane Foster pensa che questo mezzo di trasporto sia un possibile Ponte di Einstein-Rosen.

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7) Se la Terra diventa inabitabile speriamo gli alieni ci regalino un wormhole per cercare una nuova casa come nel film Interstellar di Christopher Nolan, Oscar nel 2015 per gli effetti speciali.

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8) Nel film Jumper – Senza confini, i cosiddetti Jumper usano i wormhole per teletrasportarsi in qualsiasi parte del mondo.

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Con questo primo prototipo, costruito in scala microscopica, per il momento si possono solo ipotizzare viaggi di quel tipo. Alla domanda su quali sono gli obiettivi di questo studio Capozziello risponde: “Sono due. Il primo è creare a Napoli o altrove un centro di eccellenza in cui mettere insieme nanotecnologia e cosmologia, quindi l’infintamente piccolo e l’infinitamente grande. Il secondo è accedere a fondi europei, in modo da strutturare il lavoro e dare occasioni di ricerca a giovani studiosi. Vanno messi a punto anche gli aspetti teorici, ad esempio passando in rassegna tutte le soluzioni di wormhole analoghe alla nostra. Diciamo che c’è una sinergia fra gli aspetti puramente speculativi di fisica fondamentale e l’aspetto tecnologico e applicativo di fisica della materia. Sono ottimista. Si è già fatto avanti un importante centro svedese specializzato nelle nanotecnologie. Siamo solo ai primi passi”.

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Pur rimanendo ad ogni modo con i piedi per terra, le implicazioni tecnologiche di quanto osservato dai ricercatori sono importantissime, perché consentirebbero di trasmettere segnali elettrici in maniera estremamente precisa, rapidissima grazie alla superconduttività e a livello atomico. Le applicazioni di tale tecnologia sarebbero pressoché infinite, e al momento la realizzazione di un primo prototipo su scala industriale è lo scopo più immediato: “Il fatto che abbiamo a che fare con correnti autoindotte, quindi generate dalla geometria del sistema, potrebbe dar luogo a molteplici sviluppi. Intanto possiamo ottenere un sistema superconduttore con trasmissione di corrente a resistenza zero, contrariamente a quanto accade nei sistemi elettronici attuali e si potrebbero ottenere, ad esempio, nanostrutture capaci di trasmettere segnali in modo istantaneo poiché la corrente elettrica passerebbe nel vuoto. Un altro vantaggio è che stiamo usando carbonio, un elemento reperibilissimo in natura”. In altre parole, un wormhole superconduttore. Niente male, in attesa di quello gravitazionale.

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E per concludere, alla domanda se finalmente siamo arrivati a costruire la macchina del tempo il professore chiude: “L’unica certezza è che questo è un wormhole che permette il passaggio di corrente elettrica con estrema precisione, non è una macchina del tempo. Da qui a costruirne una potrebbero passare 100 anni ma la scoperta è comunque di quelle che possono avere ripercussioni tecnologiche significative nella nostra vita. La ricerca scientifica non è mai esercizio vano. Detto questo è bello e umano sognare e continuare a cercare di capire chi, dove siamo e il perché?”.

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Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

Gobekli Tepe. La Culla dell’Umanità

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Göbekli Tepe (traduzione: collina panciuta – ombelico) è un sito archeologico a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria, tra la catena del Tauro e il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città biblica di Harran. Si trova su una collina artificiale alta circa 15m, con un diametro di circa 300m, posizionata sul punto più alto di un’elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante. Da quanto c’è stato insegnato, l’evoluzione umana ha avuto un andamento lineare. I nostri antenati, più o meno 12000 anni fa vivevano da nomadi, sostentandosi con ciò che raccoglievano e cacciavano. Successivamente hanno iniziato a lavorare la terra, diventando da migranti a stanziali e da lì è iniziato il lungo viaggio che ha portato l’umanità a tutte le meraviglie odierne. Di indizi di una possibile fallacia di questa teoria è però letteralmente pieno il mondo. Da tempo sempre più persone ritengono questi “adattamenti temporali” delle vere e proprie forzature, che sfidano non solo la logica, ma a volte la stessa scienza. Ma per gli archeologi gli indizi, le deduzioni, le intuizioni o le vere e proprie anomalie non sono mai state sufficienti ad affrontare una possibile realtà ben diversa da quella da loro costruita. Con Gobekli Tepe, però, da ora e per sempre cambia tutto. Da oggi, infatti, parlare di civilizzazioni umane di 12000 anni fa non sarà più considerata un’eresia. Anzi, saranno gli stessi archeologi (e non solo loro…) a dover cambiare molte “interpretazioni” che, sino a prima della scoperta in Turchia, sono state invece considerate prove scientifiche.

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Nel 1995 un pastore curdo, Savak Yildiz, si imbatte in una strana pietra lavorata che fuoriusce dal terriccio. Incuriosito dal ritrovamento contatta subito le autorità della vicina cittadina di Sanliurfa: è l’inizio di una delle più grandi scoperte archeologiche di sempre.

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Gli scavi, condotti da Klaus Schmidt dell’Istituto Archeologico Germanico, porteranno alla luce una realtà stupefacente: la pietra di Gobekli Tepe è la sommità del tempio più vecchio del mondo risalente a quasi 12.000 anni fa. Perfino le piramidi di Giza o le ziqqurat sumere sono strutture “moderne” al confronto, datate almeno 5000 anni più tardi. E’ così vecchio che precede la vita sedentaria dell’uomo, prima della ceramica, della scrittura, prima di tutto. Gobekli Tepe proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, nel profondo passato dei cacciatori-raccoglitori. Quando Schmidt raggiunse il sito di Gobekli Tepe per iniziare gli scavi affermò: “Non appena vidi le pietre, seppi che, se non me ne andavo immediatamente, sarei rimasto qui per il resto della mia vita.” E  così fu, dato che purtroppo ci ha lasciati nel 2014.

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Gli scavi portarono alla luce un santuario monumentale megalitico, costituito da una collina artificiale delimitata da mura in pietra grezza a secco. Furono inoltre rinvenuti sei recinti circolari comunicanti tra loro, di cui due ancora non dissotterrati, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 15 tonnellate ciascuno, probabilmente cavati con l’utilizzo di strumenti in pietra. Secondo il direttore dello scavo le pietre, drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggerebbero assemblee di uomini, infatti la particolare forma a T allude alla figura umana, come è possibile notare dalla presenza di braccia scolpite distese lungo i lati brevi, e delle teste realizzate tramite l’ampliamento della parte superiore del pilastro. Sono stati scoperti circa 40 grandi lastre di calcare a forma di T, che raggiungono i 5 metri di altezza, che furono portati nel sito da una cava vicina anche se le popolazioni dell’epoca non conoscevano la ruota né avevano ancora addomesticato le bestie da soma. Indagini geomagnetiche hanno indicato la presenza di altre 250 pietre ancora sepolte nel terreno. A circa 1 km dal sito è stata inoltre rinvenuta un’altra pietra a forma di T di circa 9 metri, probabilmente destinata al santuario, ma una rottura costrinse i costruttori ad abbandonare il lavoro. Su di esse sono riprodotte diverse specie di animali, come formiche, scorpioni, serpenti, uccelli, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali. E pare che alcune di queste raffigurazioni vennero volontariamente cancellate forse per preparare la pietra a riceverne di nuove. Sono inoltre presenti elementi decorativi, come insiemi di punti e motivi geometrici e vi sono anche disegni di natura sessuale, con forme falliche.  La sua costruzione, probabilmente, si protrasse per qualche secolo e dovette interessare centinaia di uomini. Göbekli Tepe, ricorda vagamente Stonehenge, costruita 7000 anni dopo, ma non con blocchi di pietra tagliata grossolanamente bensì con pilastri di calcare finemente scolpiti a bassorilievo.

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Ecco una ricostruzione di come doveva essere in passato.

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Il recinto A, la prima struttura circolare ad essere stata scavata, è detta “l’edificio a colonne di serpente”, perché le rappresentazioni del serpente prevalgono nelle sculture sui pilastri a T, infatti oltre alle figure proprie di serpenti, si trova pilastri con una decorazione formata da rombi accostati che richiama molto da vicino le squame dei rettili. Un altro pilastro, tuttavia, rappresenta una “triade” il toro, la volpe e la gru, posti uno sull’altro.

Il recinto B misura nove metri di diametro e su entrambi i pilastri centrali si trova la figura di una volpe in atto di compiere un balzo. È il solo complesso scavato sino al livello del pavimento che rivela la superficie del terrazzamento. Il complesso è stato chiaramente concepito per ospitare questi pilastri monolitici, il che prova che i nostri antenati si trovavano a loro agio nel lavorare pietre gigantesche, e non soltanto nello scavo di cave ma anche nell’elaborazione e la decorazione.

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Il recinto C è chiamato “il cerchio del cinghiale”, perché descrive alcuni maiali selvatici. Restano nove pilastri intorno il muro, ma alcuni sono stati rimossi ad un certo momento in passato. Un pilastro mostra una rete di uccelli. Il complesso C è interessante perché una pietra a forma di U è stata trovata lì, e si ritiene che essa possa essere stata la pietra d’accesso. Questa pietra ha un passaggio centrale di 70 centimetri di larghezza, ed un lato della U è sormontata da una rappresentazione di un cinghiale; l’altro lato è purtroppo mancante. Caratteristica invece è la figura di un felino realizzata ad altissimo rilievo, quasi a tutto tondo.

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Il recinto D è chiamato “lo zoo dell’Età della Pietra”, è il più grande e si trova inoltre in un migliore stato di conservazione. Ha 2 pilastri principali e 12 alle pareti. Qui le figure più comuni sono quelle della volpe e del serpente, ma è possibile vedere anche arieti, gazzelle, scorpioni, asini e cinghiali, e non mancano i predatori ed i volatili. Qui si trova inoltre il pilastro con il maggior numero di immagini. Altre immagini sono quelle del crescente lunare, di bucrani, di uomini col fallo eretto e donna dai tratti sessuali ben evidenziati, di una croce, di una H normale e di una ruotata di 90°. Il pilastro n° 33 è il protagonista del complesso. Schmidt dichiara che le forme su questo pilastro rappresentano un linguaggio pittografico vicino ai geroglifici egizi e quindi ciò sia la prova che l’origine della scrittura è probabilmente molto più antica di quanto si pensi, il decimo millennio a. C.

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Sempre nel recinto D è molto importante la pietra dei “3 canestri”. Nella cosmologia spirituale, il paniere è il simbolo delle stagioni e le offerte della frutta, della fertilità e della santità. Nel Pentateuco (Torah) i tre canestri sono definiti come “tre giorni” e quindi forse simboleggiano tre giorni specifici dell’anno che potrebbero riguardare i due solstizi e il punto dell’equinozio. Il pilastro con questo simbolo guarda in direzione est ed è inciso anche il sole . Molti invece pensano che sia la rappresentazione stilizzata di una porzione di cielo di 12000 anni fa.

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Da un’altra parte sul sito, sul versante nord della collina, vi è una costruzione rettangolare chiamata “la costruzione con la colonna di leone”. I suoi quattro pilastri hanno delle rappresentazioni di esseri leonini, che potrebbero anche essere delle tigri o dei leopardi. In più un pilastro ha un graffito di 30 centimetri di altezza che rappresenta una donna rannicchiata che sembra partorire.

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Nello scavo Nord-Ovest è stato ritrovato una enorme pietra di 3 metri quadri con due entrate molto particolare e riccamente decorata con tre lunghe sculture quadrupedi (toro, montone e un gatto selvatico), un serpente lungo 1,5 m in altorilievo e una fila di fori a tazza. Purtroppo sembra che la pietra non è nel contesto architettonico originale ma le decorazioni mostrano chiaramente che era parte di un edificio importante.

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Si crede che presto l’area si allargherà ulteriormente: rilievi geomagnetici e sistemi radar hanno identificato altri 16 antichi anelli megalitici nelle vicinanze. Parrebbe così che solo il 5% del tempio sia stato portato alla luce. Oltre alle strutture megalitiche, sono state scoperte figure e sculture raffiguranti animali selvatici, figure umane stilizzate raffiguranti una un busto umano con le due braccia distese, prive di testa e su cui furono scolpiti alcuni particolari umanoidi, una testa e una statuetta che rappresenta una donna accovacciata chiamata la “signora di Gobekli Tepe”. Al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, il Doğuş Group turco ha annunciato che spenderanno 15 milioni di dollari nei prossimi 20 anni sul progetto, in collaborazione con la National Geographic Society. «Göbekli Tepe è il nostro punto zero», ha detto Ferit F. Şahenk, presidente del Doğuş Group, in un comunicato stampa.

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A Göbekli Tepe le coppie centrali di pilastri di ogni recinto presentano generalmente un orientamento in direzione Sud-Est e sembrano costituire un immaginario canale di osservazione verso il cielo. In generale l’orientamento delle colonne centrali dei differenti recinti è: nel recinto D, il più antico, i pilastri centrali sono orientati a circa 7° Est, Sud-Est, mentre quelli dei recinti C, B, A sono orientati rispettivamente a 13°, 20° e 35° est, sud-est. Secondo Robert Schoch, professore di Scienze Naturali presso l’Università di Boston, questa differente angolazione suggerisce che i costruttori realizzarono nuovi circoli orientati progressivamente verso est affinché fosse possibile seguire il movimento degli astri che si spostavano continuamente a causa della “precessione”. Più precisamente quali stelle stavano osservano i costruttori? La mattina dell’equinozio di primavera del 10.000 a.C., prima che il sole sorgesse ad est, un antico sacerdote-astronomo che si apprestasse ad osservare il cielo dal canale immaginario costituito dai due pilastri centrali del recinto D, poteva vedere chiaramente le sette stelle più brillanti caratterizzanti le Pleiadi, o Sette Sorelle, nonché la parte superiore della costellazione di Orione, il cacciatore celeste, la cui cintura era visibile poco sopra l’orizzonte alle prime luci dell’alba. Uno scenario simile si ripresentò anche in relazione alle pietre centrali del recinto C nel 9.500 e del recinto B nel 9.000 a.C. Dal recinto A è possibile osservare il medesimo spettacolo solo all’equinozio di primavera dell’8.500 a.C.  Da questi dati appare del tutto evidente come i nostri antenati osservassero attentamente la porzione di cielo nella quale era visibile Orione e la costellazione delle Pleiadi. Sebbene ad un primo impatto quest’ipotesi possa sembrare assurda, è doveroso evidenziare come da un lato la costellazione di Orione, facilmente riconoscibile in cielo per le sue importanti stelle caratterizzanti la cintura, è raffigurata come un torso umano senza testa. “Sulla base di queste considerazioni mi sembra lecito ipotizzare come i pilastri a T presenti a Göbekli Tepe fossero una rappresentazione terrena del busto di Orione, il cacciatore celeste, che i nostri antenati potevano osservare in quel preciso punto del cielo i determinati momenti dell’anno. Molto probabilmente nella figura di Orione si riconoscevano essi stessi in quanto popolo di cacciatori-raccoglitori ed in questo senso ulteriori conferme sembrano provenire dalle numerose decorazioni e sculture raffiguranti animali di ogni tipo”. In tal senso appare significativo quanto affermato dall’archeologo Schmidt secondo cui: «I pilastri non hanno né occhi né bocca, ma hanno le armi e le mani». Nello specifico del recinto D, sulla superficie di uno dei pilastri centrali sono scolpite le braccia, la cintura – un rimando alle stelle della cintura di Orione – e perizomi di pelle di volpe che possono rappresentare la Nebulosa di Orione in quanto di forma trapezoidale.

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Comprensibili le reazioni degli archeologi che da quasi 15 anni stanno lavorando sul campo e che hanno visto le loro credenze sciogliersi come neve al sole. “Gobekli Tepe cambia tutto”, spiega Ian Hodder, della Stanford University. David Lewis-Williams, docente di archeologia presso l’Università Witwatersrand a Johannesburg, dice: “Gobekli Tepe è il più importante sito archeologico del mondo”. Il professore universitario Steve Mithen dice: “Gobekli Tepe è troppo straordinario per la mia mente”.

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In un’intervista di Sabrina Pieragostini per Panorama, Linda Moulton-Howe, giornalista investigativa e ufologa, afferma: “Quando sei a Göbekli Tepe, è tutto così strano, manca un’umana comprensione di quello che è, del perchè sia così vasto”. E non ha dubbi dicendo che: “Quando ne discuti con gli archeologi, i geologi, gli scienziati che sono stati qui, quello che ne ricavi è l’idea che intelligenze provenienti da altri luoghi nell’Universo siano venute sul nostro pianeta, per migliaia e migliaia di anni, e abbiano costruito mezzi di comunicazione e fonti di energia, realizzando un processo di terraformazione.” Insomma, non saremmo stati noi a dare alla Terra il suo aspetto attuale, ma dei visitatori spaziali. Una teoria ampiamente esposta da vari ricercatori internazionali e nota come la “teoria degli Antichi Astronauti”, fortemente contestata negli ambienti della storiografia ufficiale. E continua: “Se si immagina la Terra come una sorta di giardino o di laboratorio, ci si avvicina ad una grande verità. Il nostro pianeta e probabilmente centinaia di altri pianeti sono stati visitati e trasformati. Le piramidi, i cerchi di pietra, i megaliti forse servivano per produrre energia gratis con una tecnologia che noi ancora non comprendiamo. Questo è il motivo che mi spinge a continuare la mia ricerca, per tentare di capire quale sia la relazione esistita, nel passato, con i non umani, quale sia il rapporto attuale e quale quello futuro.” E conclude: “Come mai i Governi e le strutture di potere, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, hanno deciso di portare avanti una politica di menzogna, per negare qualcosa di fondamentale, ovvero la conoscenza che noi umani non siamo soli in questo universo e che altre intelligenze sono andate e venute per milioni di anni? La nostra archeologia, quella che compie scavi in Turchia e ovunque nel mondo, trova testimonianze straordinarie che non possono essere spiegate come opera di una civiltà di contadini ed allevatori di migliaia di anni fa”.

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Gobekli Tepe proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso?  “La risposta è già a nostra disposizione, e la conosciamo da tempo se non fossimo ancora legati agli antichi pregiudizi a noi spesso tramandati come certezze scientifiche e cioe’ che non erano certo uomini delle caverne quelli che avevano simili conoscenze di ingegneria, matematica e lavorazione della pietra, o che potevano conoscere la scrittura, inventata millenni dopo” dice Schmidt e tutto ciò viene descritto nel suo libro “Sie bauten di ersten  Tempel”, edito in Germania da Beck e tradotto in italiano per “Oltre Edizioni” da Umberto Tecchiati, col titolo “Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle Piramidi”. Molto si è favoleggiato su questo complesso archeologico. Alcuni hanno addirittura scomodato gli scritti biblici, rivedendo in Gobekli Tepe la paradisiaca valle dell’Eden di cui si parla nel libro della Genesi. A detta di Klaus Schmidt: “Gobekli Tepe è un tempio dell’Eden e quanto ritrovato in questo sito rivoluzionerebbe l’archeologia moderna e rivaluterebbe le conoscenze sulle società del mesolitico. Un’ipotesi recente è che il sito fosse un luogo di raccoglimento religioso. Si trova in cima a una vetta, con una vista dominante sulle montagne circostanti e sulle pianure a sud. «All’epoca le persone si sarebbero incontrate regolarmente per tenere fresco il pool genico e scambiare informazioni», dice Jens Notroff, archeologo presso l’Istituto Archeologico Germanico che lavora sul sito. «È un punto di riferimento. Non si incontravano qua per caso». Ma come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso? Schmidt pensa che bande di cacciatori si riunissero sporadicamente nel sito, durante i decenni di costruzione, vivessero in tende di pelle di animali e uccidessero la selvaggina locale per nutrirsi e le molte frecce di selce trovate giocano a sostegno di questa tesi e sostengono anche la datazione del sito. Tutto ciò mostra che la vita degli antichi cacciatori-raccoglitori, in questa regione della Turchia, era di gran lunga più progredita e incredibilmente sofisticata di quanto si sia mai concepito. La storia dell’Eden, nella Genesi, parla di un’umanità innocente e di un passato di uomini semplici che potevano nutrirsi con la raccolta delle frutta dagli alberi, la caccia e la pesca nei fiumi, e trascorrere il resto del tempo in attività di piacere. Poi l’uomo “precipitò” in una vita più dura, con la produzione agricola, con la fatica incessante e quotidiana. Quando avvenne la transizione dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura stanziale, gli scheletri mutarono – per un certo tempo crebbero più piccoli e meno sani, perché il corpo umano si doveva adattare a una dieta più povera di proteine e ad uno stile di vita più faticoso. Allo stesso modo, gli animali da poco addomesticati diventano più piccoli di taglia. Ciò solleva la questione: perché l’agricoltura fu adottata da tutti? Molte teorie sono state proposte a partire dalle concorrenze tribali, la pressione della popolazione, l’estinzione di specie animali selvatiche. Ma Schmidt ritiene che il tempio di Gobekli Tepe riveli un’altra possibile causa. “Per costruire un posto come questo, i cacciatori devono essersi riuniti in gran numero. Dopo avere finito l’edificio, probabilmente rimasero riuniti per il culto. Ma poi scoprirono che non potevano alimentare tante persone con una regolare attività di caccia e raccolta. Penso, quindi, che abbiano iniziato la coltivazione di erbe selvatiche sulle colline. La religione spinse la gente ad adottare l’agricoltura.” La ragione per cui tali teorie hanno uno speciale peso è che il passaggio alla produzione agricola è accaduto prima proprio in questa regione. Queste pianure dell’Anatolia sono state la culla dell’agricoltura. Il primo allevamento di suini addomesticati del mondo era a Cayonu, a sole 60 miglia di distanza. Anche ovini, bovini e caprini sono stati addomesticati per la prima volta nella Turchia orientale. Il frumento di tutto il mondo discende da una specie di Farro – prima coltivata sulle colline vicino a Gobekli Tepe. La coltivazione di altri cereali domestici come segale e avena è iniziata qui.

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Hanno anche conosciuto una crisi ecologica. In questi giorni il paesaggio che circonda le misteriose pietre di Gobekli Tepe è arido e brullo, ma non è stato sempre così. Come le incisioni sulle pietre mostrano, e come resti archeologici rivelano, questa era una volta una ricca regione pastorale. C’erano mandrie di selvaggina, fiumi ricchi di pesce, e stormi d’uccelli; verdi prati erano inanellati da boschi e frutteti selvatici. Circa 12000 anni fa, il deserto curdo era un “luogo paradisiaco”, come dice Schmidt. Quindi, che cosa ha distrutto l’ambiente?

La risposta è: l’uomo.
Quando abbiamo iniziato l’agricoltura, abbiamo cambiato il paesaggio e il clima. Quando gli alberi sono stati tagliati, il suolo è stato dilavato via; tutto ciò che l’aratura e la mietitura hanno lasciato era il terreno eroso e nudo. Ciò che era una volta una piacevole oasi è diventata una terra di stress, fatica e rendimenti decrescenti. E così, il paradiso era perduto. Adamo il cacciatore è stato costretto ad allontanarsi dal suo glorioso Eden, come dice la Bibbia. Naturalmente, tali teorie potrebbero essere respinte in quanto speculazioni. Tuttavia, vi è abbondanza di prove storiche per dimostrare che gli scrittori della Bibbia, quando parlavano dell’Eden, descriveva questo angolo di Anatolia abitato dai Curdi. Nel Libro della Genesi, è indicato che l’Eden è a ovest dell’Assiria. Gobekli si trova in tale posizione. La stessa parola ‘Eden’ deriva dal sumerico e significa ‘pianura’; Gobekli si trova nella pianura di Harran Così, quando si mette tutto insieme, la prova è convincente. Gobekli Tepe, infatti, è un ‘tempio nell’Eden’, costruito dai nostri fortunati e felici antenati – persone che avevano il tempo di coltivare l’arte, l’architettura e il complesso rituale, prima che il trauma dell’agricoltura rovinasse il loro stile di vita, e devastasse il loro paradiso. E ‘una splendida e seducente idea. Eppure, ha un sinistro epilogo, dato che la perdita del paradiso sembra aver avuto un effetto strano e abbrutente sulla mente umana. . Intorno al 8000 a.C., i creatori di Gobekli seppellirono la loro realizzazione e il loro glorioso tempio sotto migliaia di tonnellate di terra, creando le colline artificiali sulle quali il pastore curdo camminava nel 1995. Nessuno sa perché Gobekli fu sepolto. Forse fu una sorta di penitenza: un sacrificio alla divinità della collera, che aveva gettato via il paradiso dei cacciatori. Forse fu per la vergogna della violenza e dello spargimento di sangue che il culto della pietra aveva contribuito a provocare. In una zona vicino a Gobekli Tepe infatti è stata ritrovata la prima pietra sacrificale che nascondeva anche teschi umani. Qualunque sia la risposta, i parallelismi con la nostra epoca sono notevoli. Quando contempliamo una nuova era di turbolenza ecologica, pensiamo che forse le silenziose pietre, vecchie di 12000 anni di Tepe Gobekli, stanno cercando di parlare con noi per metterci in guardia, perché stanno proprio dove abbiamo distrutto il primo Eden.

E probabilmente molto altro deve essere ancora raccontato.

Alfonso Morelli Team – Mistery Hunters

 

 

 

 

 

Fast Radio Buster: Naturali o Artificiali?

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Un Fast Radio Buster (FRB), in italiano lampo radio veloce, è un fenomeno astrofisico di alta energia che si manifesta come un impulso radio transitorio, con durata di pochi millisecondi. Si tratta di lampi molto luminosi nella banda radio provenienti da regioni del cielo esterne alla Via Lattea. La denominazione di ciascun lampo radio veloce è composta dalla sigla FRB seguita dalla data di rilevazione nella forma “AnnoMeseGiorno”. L’universo di per sé e i suoi innumerevoli corpi celesti, emettono segnali radio che però costituiscono una sorta di rumore di fondo, da filtrare per cercare di isolare quei segnali ritenuti interessanti e aventi specifiche caratteristiche. Per comprendere l’importanza della scoperta è necessario fare qualche passo indietro. Fino a una decina di anni fa, gli astronomi non sapevano nemmeno che esistessero i fast radio burst. Il primo fu scoperto quasi per caso nel 2007, il fenomeno divenne noto come il “lampo di Lorimer”, durante una revisione di alcuni dati forniti dal Parkes Observatory nel New South Wales in Australia. Da Parkes sono stati rilevati ben 16 dei 18 FRB scoperti tra il 2001 e il 2016.

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L’osservatorio ha come suo strumento principale un radiotelescopio con una parabola di 64 metri di diametro, con una gloriosa storia di oltre 50 anni alle spalle (ebbe per esempio un ruolo centrale per captare le trasmissioni tv in diretta dalla Luna quando ci fu l’allunaggio nel 1969). A differenza dei classici telescopi che osservano la luce visibile, un radiotelescopio rileva le onde radio emesse dai corpi celesti nell’Universo, consentendo quindi di spingersi molto più lontano nelle osservazioni rispetto a un normale telescopio con specchi e lenti. I radiotelescopi più potenti sono costituiti da una serie di antenne paraboliche, che lavorando insieme permettono di captare segnali a seconda del punto dell’Universo verso cui sono puntate. Un radiotelescopio deve essere puntato verso la direzione giusta e al momento giusto per captare un segnale che dura pochissime frazioni di secondo e che, nella maggior parte dei casi, non si ripeterà mai più. Anche se molti radiotelescopi sono costituiti da svariate parabole dal diametro di decine di metri, la porzione di cielo che può essere coperta da un’osservazione è infinitesimale, se comparata con la vastità della volta celeste.

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 La mancanza di una spiegazione convincente sulla loro causa ha portato a numerose ipotesi. Secondo alcuni, i fast radio burst si producono quando le stelle di neutroni (stelle iperdense, ciò che resta di un’esplosione stellare verso la fine del ciclo vitale di una stella) si scontrano tra loro o con altri corpi celesti. Altri ricercatori hanno ipotizzato che a generare i FRB siano alcune sfortunate stelle, pochi istanti prima di essere completamente risucchiate in un buco nero, mentre c’è chi teorizza che i repentini segnali radio siano prodotti dalle magnetar, stelle di neutroni con un campo magnetico gigantesco (miliardi di volte superiore a quello della Terra), che producono grandi emissioni elettromagnetiche. Nel 2010 fu annunciata la scoperta di altri sedici impulsi radio, rilevati sempre dall’osservatorio di Parkes e che presentavano caratteristiche analoghe a FRB 010724, salvo il fatto di essere di chiara origine terrestre. La scoperta dei pèriti (peryton in inglese), come furono chiamati, gettò un’ombra sull’interpretazione extragalattica per il lampo di Lorimer almeno fino al 2015, quando fu identificata la loro causa: i pèriti si manifestavano quando veniva aperto lo sportellino di un forno a microonde ancora in fase di riscaldamento in prossimità del telescopio.

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 I FRB sono molto sfuggenti ed è estremamente difficile localizzare il loro punto di origine in aree remote dell’Universo. La costanza è stata ripagata un paio di anni fa, quando è stato rilevato un fast radio burst  con una caratteristica che lo rende unico, almeno fra quelli conosciuti: si ripete. Sì chiama FRB 121102, dalla data della prima rilevazione, avvenuta il 2 novembre 2012 con l’antenna di Arecibo, nell’isola di Porto Rico. Nel novembre del 2015, l’astronomo Paul Scholz della McGill University di Montreal ha trovato, in dati di archivio di Arecibo, tra maggio e giugno del 2015, dieci ripetizioni non periodiche di un lampo radio veloce che per misura della dispersione e direzione della sorgente erano compatibili proprio con FRB 121102.

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Ciò ha portato innanzitutto ad ipotizzare che la causa dei lampi radio veloci non possano essere dei fenomeni distruttivi, come la collisione di buchi neri o stelle di neutroni, che non sarebbero ripetibili. Nel dicembre del 2016 è stata segnalata la scoperta di altre ripetizioni nella stessa porzione di cielo, date dalle osservazioni svolte dall’antenna di Arecibo e da un gruppo di ricerca guidato da Shami Chatterjee, della Cornell University, che ha utilizzato le 27 parabole dei radiotelescopi del Very Large Array (VLA) nel New Mexico. Le coordinate ottenute sono state poi inserite negli strumenti dell’Osservatorio Gemini, che ha un telescopio ottico nell’emisfero nord (Hawaii) e uno in quello sud (Cile), e finalmente nel gennaio 2017 è stato annunciato che lo studio ha permesso di identificare la sorgente del segnale in una piccola galassia nana (pochi miliardi di stelle a fronte dei 200/400 miliardi della nostra, la Via Lattea) distante oltre 3 miliardi d’anni luce dalla Terra, vicino la costellazione dell’Auriga. La scoperta, che si è guadagnata la copertina di Nature, è stata possibile grazie anche alla collaborazione con le antenne della European VLBI Network (EVN),fra le quali quella da 32 metri di Medicina dell’INAF, in provincia di Bologna, controllati dal JIVE (Joint Institute for VLBI in Europe) in Olanda.

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«La sensibilità combinata dei telescopi della rete EVN, la grande distanza che li separa l’uno dall’altro e le capacità uniche del processore dati centrale di JIVE, permettono di individuare eventi di appena un millesimo di secondo con una precisione di puntamento in cielo di circa 10 milliarcosecondi: equivalenti più o meno alla dimensione apparente che avrebbe, vista dai Paesi Bassi, una palla da tennis situata a New York», dice uno dei coautori dell’articoli, Zsolt Paragi, del JIVE. «I fast radio bursts sono uno fra i più interessanti fenomeni astrofisici scoperti nel corso degli ultimi dieci anni. Dieci anni durante i quali non eravamo ancora riusciti a individuare l’esatta provenienza di queste esplosioni energetiche. La nuova scoperta, realizzata anche grazie alla partecipazione dei radiotelescopi che abbiamo in Italia è motivo di grande eccitazione, perché fornisce un’informazione nuova e cruciale per comprendere la fisica di questo fenomeno: la distanza dell’oggetto d’origine, individuato con precisione in una remota galassia», sottolinea Steven Tingay, responsabile dell’Unità Scientifica per la radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e direttore dell’Istituto di Radioastronomia dell’INAF di Bologna. Sapere che l’origine di FRB 121102 si trova in una galassia nana può essere un indizio cruciale per determinarne la natura. Il gas presente in queste galassie è relativamente primitivo, almeno rispetto a quello che incontriamo nella Via Lattea e offre dunque un ambiente favorevole alla formazione di stelle assai massicce. Osservando ciò gli scienziati suggeriscono che una possibile causa degli FRB sia proprio il collasso di una di queste stelle. «Tuttavia, dobbiamo essere prudenti», raccomanda Tingay riguardo alle congetture sul possibile meccanismo d’origine. «La storia decennale dello studio degli FRB è una storia di false partenze e di vicoli ciechi, tre passi avanti e due indietro. Non dimentichiamo, poi, che questo particolare FRB è molto speciale: della ventina che conosciamo, è l’unico che si ripete. Pertanto, è anche possibile che a produrlo non sia lo stesso tipo di processo alla base degli altri. In ogni caso, è un risultato che segna un importante progresso in quest’affascinante ambito di ricerca». Spiega Daniele Malesani, astronomo italiano presso l’Università di Copenhagen, che ha partecipato alla campagna osservativa successiva alla scoperta del FRB 121102 «Dai calcoli si può stimare che in pochi millesimi di secondo quella sorgente ha liberato tanta energia quanta quella che in nostro sole irraggia in un giorno intero».

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Ci sono altri 3 importanti FRB che sono stati studiati in questo decennio e sono quello scoperto da Masui, astronomo presso la University of British Columbia e il Canadian Institute for Advanced Research e Jonathan Sievers, dell’Università di KwaZulu-Natal a Durban, in Sud Africa, denominato FRB 110523, l’ FRB 150418 rilevato a Parkes in Australia e studiato anche dal Sardinia Radio Telescope (SRT) dell’INAF e dal telescopio Subaru dell’Osservatorio Nazionale del Giappone (NAOJ), sulle isole Hawaii e quello catturato da da Vikram Ravi del Caltech e Ryan Shannon della Curtin University, rinominato FRB 150807. Il primo è importante perché conteneva dettagli sulla sua polarizzazione che non erano mai stati identificati fino ad allora infatti prima della rivelazione di questo segnale, ai FRB era stata associata solo una polarizzazione circolare ma grazie ad esso è stato possibile individuare sia la polarizzazione circolare che quella lineare. La polarizzazione è una proprietà della radiazione elettromagnetica e indica sostanzialmente l’orientamento dell’onda. Gli occhiali da sole polarizzati sfruttano questa proprietà per bloccare una parte dei raggi solari e i film in 3D la usano per ottenere l’illusione della profondità. I ricercatori hanno utilizzato queste informazioni aggiuntive per determinare che il segnale radio del FRB presentava rotazione di Faraday, una torsione che le onde acquisiscono passando attraverso un intenso campo magnetico. «Sepolto all’interno di un set di dati enorme, abbiamo trovato un segnale molto particolare, che mostrava tutte le caratteristiche note di un Fast Radio Burst, ma anche una componente di polarizzazione in più, mai osservata prima”, ha detto Sievers. Inoltre, le misure di dispersione caratteristiche dei lampi radio, che hanno permesso di scartare altri segnali in una mole di dati di 40 terabyte, possono essere utilizzate per ottenere la regione a cui appartiene la sorgente infatti questo segnale è stato collocato in maniera molto precisa a 6 miliardi di anni luce. In questo caso, la misura esclude i modelli che chiamano in causa le stelle della nostra Galassia e, per la prima volta, dimostra che il FRB deve aver avuto origine in un’altra galassia. «Presi insieme questi dati ci danno più informazioni sui FRB di quante ne abbiamo mai ottenute, e ci forniscono importanti vincoli su questi eventi misteriosi», conclude Masui. «Inoltre, ora abbiamo un nuovo strumento molto interessante che snellisce la ricerca nei dati d’archivio, e questo ci permetterà di scoprire altri FRB e di avvicinarci ad una comprensione migliore della loro natura».

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Il secondo è stato molto studiato perché il segnale radio, pur affievolendosi progressivamente, è stato registrato per circa 6 giorni. Grazie a queste informazioni i ricercatori sono riusciti a individuare la posizione del FRB con una precisione circa 1000 volte migliore rispetto agli eventi precedenti infatti è stata identificata in una remota galassia ellittica, distante circa 6 miliardi di anni luce da noi.  L’osservazione ottica ha permesso anche di misurare il redshift, cioè la velocità alla quale la galassia si allontana da noi a causa dell’espansione accelerata dell’Universo. Oggi i modelli teorici predicono che l’universo sia composto per il 70% di energia oscura, per il 25% di materia oscura e per il 5% di materia ordinaria, quella di cui facciamo esperienza quotidiana. Tuttavia gli astronomi, pur facendo la lista di tutta la materia ordinaria che osserviamo nelle stelle, nelle galassie e nelle vaste regioni permeate di idrogeno diffuso, erano riusciti finora a identificare solo circa la metà della materia ordinaria attesa: il resto non poteva essere visto direttamente, ed è stato dunque denominato come “materia mancante”. “La buona notizia è che le nostre osservazioni sono in accordo col modello teorico: abbiamo trovato la materia mancante” affermò Evan Keane, Project Scientist presso la Square Kilometre Array Organisation, e continuò“ È la prima volta che un lampo radio viene utilizzato per condurre una misura cosmologica”.

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Il terzo è il più luminoso di tutti e Andrea Possenti, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica commentò: «Lo studio aggiunge un esemplare, il più brillante, ad una famiglia finora poco numerosa e che quindi si arricchisce sostanzialmente con l’inserimento di ogni nuovo membro. In più, rispetto alle due decine di FRB noti, questo FRB ha il vantaggio di mostrare una percentuale di polarizzazione lineare elevatissima, dell’ordine dell’80 per cento. Ciò ha permesso una determinazione accurata della cosiddetta “misura di rotazione”, ossia dell’effetto prodotto dal campo magnetico attraversato dal segnale radio sulla direzione della polarizzazione del segnale stesso».

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Ma un nuovo studio, pubblicato su Astrophysical Journal Letters, ipotizza che questi fenomeni misteriosi potrebbero in realtà essere associati ad altre forme di vita nello spazio. Addirittura, potrebbero costituire una prova di tecnologia aliena avanzata: futuristici trasmettitori delle dimensioni di un pianeta, costruiti per alimentare sonde interstellari in galassie distanti. Ad ipotizzare che possano essere segnali artificiali, e quindi provenienti da una ipotetica civiltà aliena, non è l’ennesima e fantasiosa ipotesi di un qualche ufologo, ma di alcuni astrofisici di tutto rispetto dello statunitense Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Dopo dieci anni di ascolto di radiosegnali provenienti dall’universo, il team di esperti, coordinato da Manasvi Lingam e Abraham Loeb, racconta sulla rivista Astrophisical Journal Letters come tali fenomeni, potrebbero essere potenti segnali creati dalla tecnologia molto avanzata di una lontana popolazione aliena. Uno scenario fantascientifico? Non così tanto, secondo Loeb: “I segnali radio veloci sono estremamente luminosi, considerando la loro breve durata e il fatto che le loro sorgenti sono molto distanti. Non abbiamo ancora trovato una fonte naturale plausibile, quindi vale la pena contemplare l’ipotesi che possa esistere una fonte artificiale”. Loeb e Lingam hanno esaminato la fattibilità di creare un trasmettitore radio abbastanza forte da essere rilevabile a distanze così immense. Hanno scoperto che, se il trasmettitore è alimentato da luce solare, la luce concentrata su un’area pari a un pianeta di dimensioni due volte quelle della Terra potrebbe essere sufficiente a generare l’energia richiesta. Un progetto costruttivo di questo genere è ben al di là della nostra tecnologia, ma non è in contrasto con le leggi della fisica. Inoltre hanno preso in considerazione il fatto che un simile trasmettitore possa essere sostenibile da un punto di vista ingegneristico o se le immense energie coinvolte potessero fondere ogni struttura sottostante. Nuovamente hanno scoperto che un dispositivo raffreddato ad acqua potrebbe far fronte al calore. Hanno calcolato anche quale potrebbe essere la dimensione di una “sonda” spinta da un’energia simile a quelle dei FRB, giungendo alla conclusione che potrebbe pesare anche un milione di tonnellate, ossia oltre 20 volte le nostre più grandi navi da crociera. «Si potrebbe immaginare una nave interstellare, o intergalattica, in grado di trasportare un gran numero di persone per generazioni intere: una nave generazionale», commenta Loeb.“Sarebbero, quindi, abbastanza grande per il trasporto di persone tra le distanze interstellari o anche intergalattiche” spiega Lingam. Dalla Terra quello specifico impulso radio potrebbe essere osservato solo per un breve instante, perché l’ipotetica astronave, il pianeta di partenza così come la stella e la galassia sono in movimento.

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“Questo straordinario risultato indica un fenomeno astronomico ancora sconosciuto o inusuale, o potrebbe indicare che si tratta di una vasta rete di comunicazione aliena, e che l’universo pullula di forme di vita intelligenti”, afferma Nigel Watson, autore del famoso libro “Manuale sulle indagini sugli UFO”. E continua: “Ogni segnale insolito dallo spazio ci incoraggia a chiederci se questo provenga da una civiltà aliena. Questo segnale sembra così sfuggente e difficile da interpretare e dovrebbe essere un candidato per ulteriori analisi. Sarebbe fantastico se si trattasse di un segnale alieno, come la consapevolezza che non siamo soli in questo vasto universo avrebbe un impatto drammatico sulla nostra percezione del nostro posto nello schema delle cose.” Loeb  comunque ha sottolineato che tutto ciò è una pura ipotesi speculativa, ma alla domanda se crede davvero che gli FRB possano essere emissioni artificiali ha risposto: «La scienza non è una materia di fede ma di prove. Decidere cosa è probabile, prima di una ricerca, limita la ricerca stessa. Vale sempre la pena avanzare nuove idee e ipotesi, e lasciare che siano poi i dati a parlare».

Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

RELATORI FANTASTICI E DOVE TROVARLI: TERRA OPERA ALIENA CON MAURO BIGLINO, ROBERTO PINOTTI, PIETRO BUFFA, MARIO CALIGIURI

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Sono Passate due settimane dal simposio terra opera aliena, e probabilmente scrivere di quella giornata adesso, non ha molto senso, soprattutto considerando che gli articoli a riguardo sono stati pubblicati nei giorni successivi. Che il video della conferenza viaggia a oltre 100 visite al giorno, che l’intervista agli ospiti stà rilanciando la web radio, e soprattutto si è affievolita l’onda di interesse nei giorni immediatamente successivi.
Ma come tutti i traguardi bramati e alla fine, con sacrificio raggiunti, non si riesce ad assaporarli se non quando il frastuono di ciò che si è fatto è ormai un bisbiglio lontano. Vi è un momento dove bisogna assaporare e ascoltare e un momento dove con tutta calma si possono tirare le somme.

Trovarsi davanti oltre 300 persone in una sala strapiena che è quasi rimasta tale per oltre 9 ore, andare a parlare di noi e dell’evento sulla TV Nazionale, assistere a delle relazioni di primissimo piano con un filo conduttore, non segnato, ma che ha toccato tutti gli aspetti possibili riguardanti l’Ufologia e non solo, di avere relatori come Mauro Biglino, Roberto Pinotti, Pietro Buffa, Mario Caligiuri, incuriosire decine di persone che decidono di seguirti, vedere i volti dei presenti che dopo 9 ore hanno ancora voglia di fare domande, che significa obbiettivo raggiunto, creare interesse. Può sembrare poco per chi fa questo come mestiere, ma può diventare straordinario se guardi indietro e rivedi un portatile su una lavatrice nel tentativo di creare un blog. La maggior parte dei non addetti ai lavori in tema di presentazione di ciò che riguarda l’associazione Mistery Hunters, mi rivolge costantemente la stesse domande credi agli UFO? A ma quindi gli UFO esistono? Mistery Hunters? Quindi andate a caccia di fantasmi, alieni?

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Purtroppo non sono una persona molto diplomatica, ma con il tempo ho imparato che c’è sempre una risposta giusta, e devi solo trovare quella che calza perfettamente al tuo interlocutore. E alla fine non rispondo mai anzi faccio io le domande. 1) In oltre settanta anni di Ufologia di migliaia di avvistamenti, di decine di testimoni, foto video, documenti top secret, credi sia possibile che tutto sia riconducibile ad una stronzata? 2) E’ possibile che le evidenze presenti in siti archeologici di tutto il mondo, non solo di civiltà antecedenti alle datazioni accademiche, ma di tecnologie non possibili se si pensa al livello di conoscenza dell’uomo in quel dato periodo possano essere tutte dei falsi? 3) Le moderne ricerche nel campo medico e genetico trovano spesso interazioni con quello che è scritto negli antichi testi, e stanno dimostrando come l’evoluzione “forse” ha dei lati oscuri da chiarire. Vi pare possibile che abbiamo ancora la concezione su alcune teorie del 1858? E’ possibile rimanere ancorati a questo senza provare a spingersi oltre? Alla fine degli anni ’70 non si sapeva dell’esistenza dell’ HCV o epatite C, oggi quasi 40 anni dopo esiste una cura, e così dunque assurdo provare a pensare una evoluzione alternativa dopo quasi 160 anni? Ecco sono tantissime altre le domande che mi capita di fare, ma credo che già solo queste mi fanno capire e ricevere sempre la stessa risposta. No effettivamente sono cose che andrebbero studiate, poi sai spesso sono argomenti tabù che però hanno sempre un fondo di verità, e poi i governi nascondono tutto chissà qual’ è la verità. Comunque prossima volta che vi riunite fammi sapere.
Ma come? Non erano tutte stronzate?

E allora capisci di aver fatto Bingo, nessuno ha la verità in tasca, tanto meno noi, ma è così difficile provare a guardare oltre, a sperimentare, a non essere solo una percentuale da audience televisiva? Noi siamo questo. La lente di Diogene che si guarda intorno, a partire dei luoghi a noi vicini ricchi di storia e di misteri. Siamo quelli che davanti alla foto di un presunto avvistamento riteniamo come prima ipotesi sia un moscone davanti ad uno smart phone, perché solo così si può creare interesse ed eventualmente fare ricerca in modo obbiettivo ed oggettivo. Il convegno Terra: Opera Aliena, in realtà ha cercato indirettamente di dare delle risposte alle domande che molti come me si pongono, una visuale da una diversa prospettiva, vi ricordate il film l’attimo fuggente, quando Robin Williams salì sulla cattedra consigliando di guardare le cose sempre da angolazioni diverse? E’ esattamente quello che è stato fatto, i relatori con le loro intuizioni ci hanno fatto salire sulla cattedra e la fila diventerà sempre più lunga statene certi. Carpe Diem

Giuseppe Oliva – Team Mistery HUnters