KAULON: DAL MITO ALL’ABBANDONO

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Caulonia, o Kaulon (in greco antico: Καυλών /kaʊ̯’lɔ:n/), fu una colonia della Magna Grecia, i cui resti sorgono nei pressi di Punta Stilo, nel comune di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria. Il Parco Archeologico si estende su una fascia parallela alla linea di costa, a pochi chilometri dalla spiaggia ed è accessibile attraverso un sottopasso della SS Jonica 106 in prossimità del Museo. L’area ingloba i resti delle zone sacre, delle mura di cinta e delle abitazioni della polis. La leggenda più affascinante sulle origini di Caulonia risale a fonti del IV sec. a.C. che narrano della remota presenza sul posto dell’amazzone Clete, la nutrice di Pentesilea, regina delle Amazzoni. La donna-guerriero sarebbe qui approdata dopo la guerra di Troia quando, morta in battaglia la sua regina e deciso il rientro in patria, finì con la sua nave alla deriva sulle coste dell’Italia Meridionale a causa di una tempesta. Qui Clete sarebbe vissuta tranquillamente allorché il mito vuole che gli Achei guidati da Tifone di Aegium sbarcarono sulle coste della Calabria e, con l’aiuto dei Crotoniati, distrussero il suo regno. Solo suo figlio Claulon si sarebbe salvato e avrebbe ricostruito la città che la chiamò con il proprio nome, Caulonia, diventandone così l’eroe eponimo. Secondo Strabone, invece, il nome della città deriverebbe da aulonia, vallonia, cioè valle profonda. Francesco De Sanctis lo farebbe derivare piuttosto dalla parola kaulos, ovvero fusto, tronco. Circa le ipotesi riguardanti la sua origine, le fonti riportano due principali interpretazioni. La prima, sostenuta da Strabone (Geografia, VI, 1, 10) e Pausania il Periegeta (VI, 3, 12), attribuisce agli Achei il ruolo di fondatori, nella persona di Tifone di Aegium e poi dopo finita nell’area di influenza di Crotone. La seconda ipotesi, propria di autori più moderni, propende invece per l’origine come colonia di Kroton (l’attuale Crotone). In realtà, non c’è una vera e propria dicotomia tra le due ipotesi infatti la ricerca archeologica è concorde nell’individuare nell’VIII secolo a.C. il periodo di fondazione di Kaulon. La città era limitata a sud dal fiume Sagra, sulle cui rive nel VI secolo a.C. si svolse la famosa Battaglia del Sagra, in cui Caulonia alleata con Crotone fu sconfitta da Locri Epizefiri e Rhegion (Reggio), grazie al miracoloso intervento dei Dioscuri, i due gemelli Castore e Polluce, figli di Zeus e di Leda, conosciuti sia per essere due degli Argonauti, gli eroi che parteciparono alla ricerca del Vello d’oro, sia perché secondo la mitologia, visto il loro profondo legame, Zeus gli concesse di vivere per sempre nel cielo, sotto forma della Costellazione dei Gemelli. Nel IV secolo a.C. Kaulon fu poi sconfitta dalle forze congiunte dei Lucani e di Dionisio I di Siracusa, sconfitta che costò nel 389 a.C. la deportazione dei suoi abitanti a Siracusa e a Pietraperzia e la cessione del territorio a Locri, alleata del tiranno. Ricostruita da Dionisio il Giovane, Kaulon fu in seguito preda di Annibale durante la seconda guerra punica, finendo poi definitivamente nell’orbita di Roma per opera di Quinto Fabio Massimo nel 205 a.C. Nonostante la città sorgesse in un’area fornita di numerose risorse naturali quali il legname e i giacimenti minerari di rame, argento e piombo, nonché di un buon punto di approdo e di locali cave di pietra da costruzione, il suo rapporto con Crotone l’avrebbe resa col tempo una sua appendice. Caulonia fu tuttavia fra le prime città della Magna Grecia a coniare monete d’argento: sono infatti numerose quelle ritrovate che risultano realizzate con il metallo estratto nella vallata dello Stilaro. Le più antiche (del VI° sec. a.C.) sono gli “stateri incusi”, con figure e iscrizione incavate sul rovescio e rilevate sul diritto, con una figura maschile nuda e dai lunghi capelli ed un’altra più piccola, con accanto un cervo dalla testa rivolta all’indietro e la scritta in greco Kaul.

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Alle campagne di scavo di Paolo Orsi, condotte dal 1911 al 1916 e incentrate essenzialmente nell’esplorazione del tempio dorico e della cinta muraria, seguì un lungo periodo di silenzio rotto negli anni ’50 del secolo scorso dagli studi topografici e urbanistici di Schmiedt e Chevallier e poi successivamente da Alfonso De Franciscis, Bruno Chiartano e da Elena Tomasello. Solo negli anni ’80 del secolo scorso però le indagini archeologiche riprendevano in modo programmatico, grazie all’impegno e alla costanza di Maria Teresa Iannelli, che si avvalse della collaborazione di scuole e istituzioni straniere tra cui l’Università e la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’Università degli Studi di Firenze e la Soprintendenza Archeologica della Calabria con il contributo dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dell’Università della Calabria.

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Gli scavi hanno permesso di identificare la struttura della città che prevedeva un centro urbano principale, a pianta ippodamea, dal nome dell’architetto, Ippodamo di Mileto, cinto da mura e posto al livello del mare, all’interno del quale era presente un tempio dorico, forse dedicato ad Apollo o a Zeus, ancora oggi visibile nelle sue fondamenta (ritrovato anche l’altare in arenaria, la gradinata e altre strutture tra cui un rocchio ed un capitello). Eretto su una terrazza artificiale e sopraelevato su un crepidoma (piattaforma a gradini rialzata in pietra) di 3 o 4 gradini, la cella vera e propria, preceduta dal pronao (spazio davanti alla cella), e conclusa da un vano retrostante, era circondata da un colonnato, di 6 colonne sui lati brevi e 14 o 13 sui lunghi che dovevano essere alte oltre 5 metri.

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Oltre le zone destinate al culto, l’area archeologica comprende anche un ampio settore dell’abitato dell’antica Kaulonia con molte case a livello delle fondazioni dei muri dove tra esse spicca la cosiddetta “Casa del Drago”, che si estende per una superficie di 17 metri per 35, in genere occupato da due abitazioni, il cui nome deriva dal bellissimo mosaico d’epoca ellenistica, di due metri per uno, raffigurante un drago marino col dorso crestato e la coda di pesce, rinvenuto sulla soglia di una stanza completamente pavimentata a mosaico decorato con onde marine stilizzate. Datato III sec.a.C. è il mosaico più antico della Calabria. La stanza, identificata dagli archeologi come una camera da pranzo in cui si svolgevano banchetti e symposia, era il vano di rappresentanza dell’abitazione. Alla fine degli anni Sessanta, fu staccato ed esposto a lungo al Museo Nazionale di Reggio Calabria ma di recente è rientrato a Monasterace dove lo si può ammirare nel locale Museo Archeologico. Nel 2012 il “drago di Kaulonia” ha avuto il suo primo lancio internazionale grazie all’artista Luigi Gallo che su una grande parete del porto di Bahia Blanca, in Argentina, ha realizzato un murale con lo stesso tema del mosaico.

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Altre strutture sono emerse nel settore rinominato San Marco, frequentato sin dalla metà dell’VIII sec. a.C. e chiamata così per il ritrovamento di ruderi di una chiesa, detta proprio di S. Marco dalla tradizione locale: si tratterebbe di una delle più antiche chiese bizantine in Calabria per la sua datazione tra V e VI sec. d.C.. Qui sono state individuate strutture arcaiche, alle quali si sovrappongono la “Casa del personaggio grottesco” di epoca classica che deve il suo nome al rinvenimento di una matrice per la realizzazione di statuette fittili caricaturali forse di Eracle, ed una successiva abitazione di età ellenistica oltre ad alcune tombe che fanno pensare ad una necropoli nell’abitato. Qui è stata ritrovata una tabella in bronzo che contiene il testo piu’ lungo in alfabeto acheo della Magna Grecia. Dopo il restauro eseguito nel 2013, la tavoletta ha rivelato un testo greco del V sec. a.C., su 18 linee, con le lettere ordinate regolarmente secondo il sistema di scrittura detto stoichedon. Si tratta di una lunga dedica votiva, in gran parte metrica, che menziona tra l’altro l’agorà (la piazza pubblica di ogni citta’ greca, cuore della vita politica e commerciale), una statua e un elenco di divinità di grande interesse per la conoscenza dei culti.

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Importante anche il patrimonio sommerso e restituito dal mare tra cui gli imponenti resti di un tempio Ionico esposti al Museo di Monasterace, ricchezza che ha giustificato il vincolo apposto anche allo specchio di mare antistante il parco. Da quest’area sono emersi anche due contenitori in terracotta ancora pieni di pece, uno dei prodotti che resero famosa la Calabria nell’antichità. Tecnicamente definiti kadoi, sono esemplari molto rari paragonabili solo ad alcuni altri rinvenuti in Puglia.

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Altra zona di interesse è quella della “Casamatta” e delle terme di Nannon chiamate così dal nome dell’architetto che le ha costruite. L’impianto originario risale alla seconda metà del IV secolo a.C., periodo caratterizzato anche dalla presenza della popolazione dei Brettii. La peculiarità sta nel fatto proprio di essere un edificio termale di età ellenistica, complesso molto raro di cui sono noti solo altri quattro esempi in tutta Italia: tre in Sicilia, a Morgantina, Gela e Siracusa, ed uno in provincia di Salerno, a Velia. Ai 2 bagni delle terme di Nannon, rispettivamente con le vasche da bagno in terracotta per il bagno individuale, e nella sala dei mosaici con i draghi e i delfini con una vasca rettangolare per i bagni caldi collettivi, si poteva accedere dallo spogliatoio, dotato di un pavimento rialzato per permette la circolazione al di sotto dell’aria calda e di una panca addossata alle pareti per appoggiare gli effetti personali. Il cuore delle terme di Nannon è la sala dei mosaici con i draghi e i delfini, risalente all’età di Agatocle, tiranno di Siracusa, 316- 289 a. C, che con una pavimentazione mosaicata straordinaria (circa 30 mq) è la più grande della Magna Grecia.

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Presso gli antichi i draghi avevano un valore apotropaico perchè ad essi era affidato il compito di tenere lontano il male, mentre i delfini, considerati dai greci animali sacri ad Apollo ed amici dell’uomo, simboleggiavano la capacità di affrontare le avversità e di vincerle. Ma se draghi e delfini proteggono noi, chi protegge loro? Oggi tutto questo rischia di finire nel dimenticatoio, o peggio ancora distrutto, per la cronica mancanza di fondi o, più paradossalmente, per la mancata assegnazione di fondi già stanziati ma fermi alla fonte per le solite pastoie burocratiche o per la mancanza di solerzia da parte delle istituzioni. Senza calcolare il grave rischio a cui l’area archeologica di Caulonia, mosaici compresi, è esposta da quando le mareggiate hanno distrutto il fronte sabbioso che faceva da barriera protettiva, lasciando così cadere sulla battigia anche alcuni pezzi delle strutture messe in luce dagli scavi. E’ drammatica la relazione stilata in tal proposito da Maria Pia Bernasconi, geologa dell’Università della Calabria, la quale scrive: “Devo segnalare l’estrema gravità riscontrata nel settore meridionale del parco archeologico, in corrispondenza dell’area sacra relativa al tempio dorico: l’erosione, che qui si è manifestata con il distacco di una parte del deposito terrazzato, ha lasciato solo un sottile diaframma di terreno tra i resti archeologici ed il mare (…) Ritengo assolutamente indispensabile un primo ed immediato intervento di salvaguardia dell’area da realizzare con la collocazione di grossi massi a ridosso del deposito terrazzato, analogamente a quanto è stato fatto a sud del sito archeologico. Un’ulteriore fase erosiva potrebbe comportare la perdita dell’area termale dell’antica Kaulon, ivi compreso il mosaico che rende unico il sito di Monasterace nell’Italia meridionale continentale”. In alcune aree l’erba è alta più di un metro. Poi ci sono le zone off limit, dove la vegetazione è talmente fitta da essere impenetrabile. La caccia ai tesori archeologici di Kaulon, “patria dei draghi e dei delfini”, è solo per autentici Indiana Jones, appassionati che non si fermano di fronte alla vegetazione che avvolge i monumenti e al totale stato di abbandono. Un sito straordinario, ma anche una risorsa turistica e occupazionale, puntualmente sprecata, perché abbandonata al proprio destino, in una regione in cui l’incuria ha condannato alla distruzione quello che è sopravvissuto a migliaia di anni di storia. Ecco il volto quotidiano di Kaulonia, come appare un giorno qualsiasi a un anonimo visitatore.

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Una realtà che cancella l’aurea ufficialità dei mille progetti locali, regionali e ministeriali annunciati negli anni, delle ricche sponsorizzazioni promesse e mai viste. Mercoledi 5 agosto 2013, sul quotidiano la Repubblica, il giornalista Francesco Merlo, con una nota avevamo fatto presente che, per mancanza di fondi, era stato attuato lo stop alla campagna scavi effettuata, per 16 anni, dall’Università e dalla Normale di Pisa, dall’Università di Firenze, dall’Università Mediterranea e dalla Soprintendenza Archeologica di Reggio Calabria, campagna scavi che ha riscritto la storia di Kaulonia. Adesso gli scavi non vengono più effettuati e l’area è abbandonata a se stessa, in preda anche ai tombaroli, senza che i turisti, che sono ancora tanti, abbiano la possibilità di ammirare il pavimento mosaicato in quanto per mancanza di mezzi economici, per potersi spingere oltre nello scavo e nel restauro dell’opera ritrovata, hanno costretto l’equipe di esperti a re-interrare il tutto per preservarlo dagli agenti atmosferici. Come ha dichiarato l’archeologo Francesco Cuteri impegnato sul sito dal 1998: “La furia delle onde ha portato via integralmente i resti della cinta muraria, dell’antica porta a tenaglia e quello che non ha portato via il mare probabilmente continuerà a franare per via del cedimento strutturale della duna. Sono immagini drammatiche, che documentano un punto a cui non si doveva giungere. Purtroppo è così, testimonianze drammatiche di una distruzione, distruzione totale. Solo l’antico altare è rimasto in piedi. Sono scomparse in un istante testimonianze di secoli e secoli di storia, una pagina importante della nostra storia. Resti del tempio, blocchi e pietre nel mare”. Forse, piuttosto che una fiction romanzata sulla ‘ndrangheta, questa regione avrebbe bisogno di una serie di documentari che dimostrino e spieghino a tutti cosa accade quando gli interessi dei singoli sono più importanti degli interessi di un’intera popolazione, che potrebbe fare del turismo la principale e più fruttuosa voce della proprio economia. Eppure almeno alla Regione i soldi non sembrano mai essere mancati. Quel che invece sembra non esserci è un interesse reale nei confronti di una pagina della nostra storia. Senza dubbio la più illustre. Forse proprio per questo la più “ingombrante”.

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La gente è disgustata, ma soprattutto infuriata, per le proclamazioni sensazionalistiche di quelle persone che con la loro faccia si sono presentati sul Tempio di Kaulon con belle Parole, con dei bellissimi progetti, ma senza compiere nessun tipo di intervento. Eppure lo sdegno viene da ogni parte politica  per un pezzo di storia che si sta sbriciolando. Daniele Morabito, candidato al consiglio regionale per il movimento Cinque Stelle, dopo un sopralluogo effettuato presso il parco archeologico, insieme al deputato pentastellato Luigi Di Maio dichiarò: “Due milioni di euro destinati al restauro e alla preservazione del sito rimangono inutilizzati perché non si è stati in grado neanche di bandire una gara per l’assegnazione dei lavori nel sito, centinaia di milioni di euro di fondi europei in Calabria rimangono inutilizzati o destinati ad iniziative spot e prive di prospettiva”. Sebastiano Barbanti, esponente del Partito Democratico denunciò:” Monasterace, una testimonianza del nostro glorioso passato storico-culturale lasciato in balìa degli elementi e dei pochi turisti che passeggiando sulla spiaggia si portano via il “ricordino” della vacanza, saccheggiando l’enorme patrimonio abbandonato”. L’unico segno di concretezza che aveva smosso qualcosa era stato dato dall’ex Assessore alla Cultura, Mario Caligiuri, con la collaborazione di 44 studenti della scuola media Vespucci di Vibo Valentia Marina, che tramite il suo progetto “Calabria Jones” aveva avviato una insolita raccolta fondi (oltre tremila euro finali). I soldi delle “paghette” dei giovanissimi “archeologi”, hanno consentito di contribuire alle spese di vitto e alloggio dei 25 studenti volontari impegnati negli scavi e ad “adottare” il mosaico con i draghi e i delfini, sottoscrivendo un accordo con la Soprintendenza ai beni archeologici della Calabria, il Museo e il Comune di Monasterace. Ha dichiarato Cuteri, parlando dei ragazzi del Vespucci: “Da molte parti si fanno chiacchiere. Questi ragazzi, invece, hanno dimostrato. Hanno dato uno schiaffo alla politica che non ha mostrato la stessa sensibilità nei confronti della necessità di finanziare queste ricerche. E 44 piccoli schiaffi sono diventati, così, un unico, sonoro ceffone”.

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Oggi il museo e il parco sono gestiti dalla cooperativa sociale ViviKaulon che è risultata vincitrice del POR CALABRIA FESR 2007/2013 con l’obiettivo specifico di valorizzare i beni e le attività culturali del Museo e del Parco Archeologico dell’antica Kaulon. Antonella, la ragazza che ci ha accolto nel museo, mi ha raccontato, con un sorriso amaro ma con la forza di chi crede in un progetto, come ormai tutti si siano dimenticati di questo luogo ma che per il bene della storia di tutti noi calabresi cercheranno di salvaguardare e sponsorizzare il più possibile la zona. Andranno avanti, anche se purtroppo i mezzi economici sono davvero pochi, come dimostrano per esempio le infiltrazioni d’acqua nel museo, le quali stanno facendo marcire il soffitto della zona dove sono esposti i reperti e la mancanza di controlli nell’area degli scavi, ma chiudere il museo significherebbe la morte definitiva dell’antica città di Kaulon.

Alfonso Morelli – Team Mistery Hunters

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4 thoughts on “KAULON: DAL MITO ALL’ABBANDONO

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