Patagonia: sulle orme dei giganti

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Marzo del 1520, nei pressi di Baia di San Julian, in Patagonia.
Il grande esploratore Italiano Ferdinando Magellano intuì che si sarebbe potuto trovare un passaggio spingendosi ancora più a Sud del continente Americano. Attraverso, il passaggio per la Terra del Fuoco, in quello stretto che ora prende il suo nome, stretto di Magellano appunto fino a sfociare nell’Oceano Pacifico, così denominato per via delle acque calme e limpide, dopo le burrasche sudamericane. Una volta giunto nelle Filippine, per il semplice fatto di aver trovato simpatico il sovrano indigeno che lo aveva accolto, decise di immolarsi e di combattere con il suo equipaggio la tribù nemica del sultano di Cebu. Probabilmente sottovalutando l’abilità bellica dei suoi avversari, si trovò nel bel mezzo di una carneficina inaspettata: morì sotto le lance e le frecce nemiche e il suo corpo non fu mai più recuperato. Una piccola parte del suo equipaggio riuscì a salvarsi, per poi fuggire verso le Molucche e lentamente rientrare in patria. Tutto quello che sappiamo di questo viaggio, è merito di Antonio Pigafetta, fedele braccio destro di Magellano durante la spedizione, di cui scrisse il diario di bordo.
Fu lui a parlare per la prima volta di giganti in Patagonia. Il nome Patagonia si fa risalire all’incontro di Magellano con i primi nativi che incontrò in quella terra inospitale, dopo che aveva deciso di fermarsi a svernare nella baia di San Julian. Erano uomini alti e corpulenti e non sorprende che i marinai, la cui altezza media non superava il metro e sessanta, videro accanto a loro dei veri e propri giganti. Si presume inoltre che Magellano avesse letto la saga di Primaleon, il personaggio buono che combatte contro il mostro Patagon, un’opera cavalleresca uscita qualche anno prima in Europa, e che di fronte al gigante che si muoveva in modo sgraziato e lasciava sulla sabbia impronte spropositate abbia sospirato: “Oh el Patagon!”. Da quell’episodio sulle carte geografiche cominciò forse ad apparire il nome Patagonia.
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Pigafetta scrive in veneto rinascimentale:
«Essendo l’inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l’improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. Questo era tanto grande che li davamo alla cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo delle galte».
Le leggende attorno alla presenza di uomini enormi nascosti in capo al mondo si moltiplicarono e durarono per secoli, alimentando una fitta produzione letteraria e artistica, oltre alla curiosità dei futuri esploratori che raggiunsero quella zona.
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Ora considerando che gli spagnoli del Cinquecento erano alti in media un metro e sessanta, la misura riportata dal marinaio italiano è ovviamente esagerata. Bisogna osservare che all’epoca la Patagonia era una terra sconosciuta che i più pensavano essere l’Antichthon, l’antimondo, dove la neve cadeva dal basso all’alto e gli uomini avevano orecchie così grandi che potevano avvolgersi dentro come fossero coperte, quando cadevano nel sonno, e i marinai, che avevano in mano l’esclusiva dell’informazione, usavano questo potere a modo loro per impressionare il più possibile chi li stava ad ascoltare. Per secoli i naviganti continuarono a toccare le coste atlantiche della Patagonia e trovarono sempre ad attenderli ai loro approdi i famigerati giganti. Fu così per Francis Drake, Cavedish, John Byron e James Cook, per citarne alcuni. Finché qualcuno riuscì ad entrare in quella terra inospitale, viaggiando addirittura a fianco dei suoi abitanti. Siamo nell’Ottocento e il viaggiatori sono G: C: Musters e F. P. Moreno. Gli abitanti della Patagonia erano davvero alti in modo impressionante. Lo si capisce bene da una fotografia, dove l’ing. Imbelloni con il suo metro e ottanta di altezza fatica a emergere tra le teste dei prigionieri patagoni. Non c’è dubbio che il popolo Tehuelche siano stati molto alti, paragonabile a quella dei sudanesi Dinka, gli olandesi e croati, che al giorno d’oggi sono i popoli più alte della Terra. Ned Chace, un americano che ha vissuto in Patagonia tra il 1898 e 1929 aveva sentito da nativi suoi contemporanei di altri” indiani in Patagonia e oltre ai Thuelche, più grandi di loro, e ostili a loro “. Chace era sicuro che fossero giganti perché aveva scavato alcune vecchie tombe e in una di quelle che si trova un grande osso della gamba che appoggiato a terra” misurava due pollici [5 cm] sopra il sua ginocchio.
Chace era alto 1,80 m. Ci sono tuttavia rapporti veri e attendibili sulle antiche storie di terribili battaglie combattute in Southern Santa Cruz, dove le tribù si decimavano a vicenda ;
L’esploratore italiano Giacomo Bove nel 1881 ha scritto che un “gaucho” locale (cowboy argentino) di nome García gli ha detto che durante la guida delle mucche attraverso il sud di Santa Cruz, si è imbattuto in ” una valle piena di ossa “; erano gigantesche, e umane, che appartenevano ad ” una razza estinta una nazione di uomini con scheletri colossali”.
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Dunque mettendo da parte per un attimo leggende e racconti, magari “ingigantiti”, quello che appare quanto meno strano è che nello stesso periodo anche altri popoli come ad esempio i Tiremenen, avversari dei Tehuelche, fossero anch’essi di statura elevata si parlava di una media che superava il metro e 80. Altri dati interessanti possono trovarsi in riferimento ad un’altra popolazione della terra del fuoco i Selk’nam.
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I Selk’nam arrivarono in Argentina già 10.000 anni fa, alla fine dell’ultima era glaciale. Appartenevano probabilmente ad una seconda ondata migratoria, sviluppatasi a oriente della catena andina, ed è possibile fossero imparentati con i Tehuelches della Patagonia e i Guaicurù del Chaco con cui avevano in comune i tipi di maschera e i riti di iniziazione. Ma si ipotizza pure che tutte e tre le popolazioni indigene abitanti la Terra del Fuoco, discendessero da tribù asiatiche, le quali, attraversato lo Stretto di Bering, erano migrate fino all’altro estremo del globo. I colonizzatori europei li scoprirono solo intorno alla metà dell’Ottocento. Tuttavia il primo avvistamento si fa risalire al viaggio di Fernão de Magalhaês (Ferdinando Magellano), che il 21 ottobre del 1520 si avventurò attraverso lo stretto passaggio che metteva in comunicazione l’oceano Atlantico col Pacifico, dapprima chiamato Todos los Santos e poi ribattezzato col suo nome. Si racconta che lungo le rive di quel canale e in mezzo alle sue isole ardessero i fuochi accesi dai Nativi. (Wikipedia) Anche Charles Darwin nel suo diario nella data 22 Gennaio 1833, menziona la tribù dei Selk’nam conosciuti anche come Ona. Un aspetto interessante è la religione di questo popolo. La religione dei Selknam tende ad essere descritta come politeista, principalmente dall’esistenza di vari personaggi che sono considerati divinità. Ma, secondo le credenze del popolo selknam solo Temáukel è riconosciuto come un dio, mentre tutti gli altri personaggi della mitologia sono identificati come antenati mitologici. D’altra parte, è importante indicare che le caratteristiche attribuite a questi antenati mitologiche sono tipiche di quelle esseri che potremmo definire come dei. Per questo, è quindi possibile considerare che la religione dei Selknam era, piuttosto, di carattere enoteistica. Così, abbiamo un essere superiore, simile al Dio delle religioni abramitiche, che corrisponde a Temáukel; dei o antenati mitologiche chiamati howenh, di cui il primo per abitare la Terra era Kenos, un dio creatore, mandato da Temáukel, e infine Xalpen e loro subordinati, i Soorts, che erano gli abitanti del mondo sotterraneo. Probabilmente questa mini indagine non dimostra e difficilmente potrà essere dimostrato che in quelle zone siano esistiti realmente i giganti, fatto sta che rimane quanto meno anomala l’esistenza di diverse popolazioni, provenienti probabilmente tutti da una stessa discendenza, dalla straordinaria forza e statura, in un mondo quello dell’epoca dove l’altezza non era certo una caratteristica peculiare. Dove vi sono tantissime similitudini tra le diverse religioni e credenze, che usavano strani costumi, come riti di iniziazione proprio come gli Anasazi che vivevano tra lo Utah, il Colorado, il Nuovo Messico e l’Arizona con i loro pittogrammi molto simili ai costumi della terra del fuoco.

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Oppure i Wandjina
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anche loro con pittogrammi e costumi simili che vivevano in Australia quindi decisamente lontani per potersi influenzare a vicenda.
Personalmente non credo che un semplice flusso migratorio abbia portato intere culture a spostarsi e colonizzare con usi e costumi, in posti lontani migliaia di chilometri.
Diverse sono le teorie i lettori del nostro blog e chi ascolta la nostra radio li conosce, certo è che se avessero avuto un passaggio sarebbe stato tutto più facile giusto?
Ad ogni modo sono davvero tante le popolazioni che riscontrano similitudini, che farebbero pensare ad un’unica scintilla a dar vita a questo immenso fuoco. Purtroppo in un mondo di pompieri non c’è spazio per i piromani della cultura…

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

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