Le Fate Tessitrici

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La figura della fata la ritroviamo come rappresentazione di un essere femminile spirituale, immerso nella natura, fra boschi e fiumi. La sua visione nell’immaginario collettivo, è quella di una creatura protagonista unicamente di racconti fiabeschi, ma basterà fare qualche semplice ricerca un po’ più approfondita per trovare la vera origine di questa figura mitologica. Questa infatti, sembra ereditare tutte le caratteristiche dalla ninfa, divinità minore della mitologia greca, dall’aspetto di bellissima fanciulla eternamente giovane. Il termine greco νύμφη (nýmphe, “fanciulla”) ha la stessa radice del verbo latino nubere, “prendere marito” (da cui la nostra “nubile”). Sono benefattrici e rendono fertile la natura. Proteggono i fidanzati che vanno a bagnarsi nelle loro sorgenti, ispirano gli esseri umani, sono guaritrici di mali e di ferite ma a volte possono diventare malevole e capricciose. Amanti di dei e di comuni mortali, le ninfe cantano felici nel luogo a loro consacrato. Dalle loro unioni con mortali nacquero molti semidei.
Proprio questa particolare figura leggendaria della fata, la si può ritrovare presente nel folklore calabrese, fra storie di streghe, santi, draghi e tesori, in un misto di elementi medievali, celtici e di mitologia greca.
Una dei primi racconti che presi in considerazione in un mio precedente articolo riguardante le fate, era una leggenda originaria del paese di Jonadi nel vibonese “La Fata dei Campi”; ma di fate non si parla solo a Jonadi ma anche a Cetraro (CS) dove “una fata benevola fa immancabilmente trovare tutti i giorni un tesoro sulla spiaggia”; a Guardia Piemontese (CS); Nel Pollino, dove si parla di “fate invisibili”; ed in alcune leggende che invece riguardano il territorio di Reggio. Ma sorpresa più grande fu per me, quando fra i commenti del mio articolo sulla fata di Jonadi, un mio lettore abitudinale nonché caro amico, mi fece notare che di queste misteriose creature ve ne era traccia anche negli antichi racconti del mio paese: Petilia Policastro (KR).

Questi incontri avvenivano, raccontano i nostri anziani, in un luogo già di per sé avvolto nel mistero: trattasi di un antico ponte “Il Ponte Gallina”.

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Ponte Gallina, Petilia Policastro KR, foto di Francesco Ierardi (2015)

Dunque riscontriamo ancora una volta la caratteristica delle fate: ovvero quella di girovagare presso i corsi di fiume. Ancora dalla stessa fonte, ne riportiamo altre informazioni molto particolari: tanti anni fa quando la gente era più buona e più sincera, sotto il Ponte Gallina c’erano delle fate che tessevano, ed ogni tanto si sentivano gli strumenti usati.

Erano delle donne alate, bionde dai capelli lunghi, che filavano e che si facevano vedere solo dai puri di animo, dalla gente senza malizia, e che alcune volte anche se non le si vedevano, si sentivano i rumori attinenti al lavoro della tessitura.

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Dunque, in questa trascrizione sulle fate del Ponte Gallina si fa un appunto molto importante: nessuno ha mai realmente visto queste creature tessere fisicamente al telaio, ma che nelle loro vicinanze era solito udire un rumore attinente al lavoro di tessitura. Quale potesse essere la
reale natura di questi rumori rimane per noi un totale mistero.

Ma la figura della “fata tessitrice” non è un’esclusiva dei racconti di Petilia Policastro; spostandoci nelle montagne della Sila (Altopiano che si estende in Calabria, tra le province di Cosenza, Crotone e Catanzaro) ritroviamo una curiosa leggenda che recita così:

In cima al “Colle dei fiori” c’è un enorme macigno perfettamente squadrato, dentro cui dimorano fate industriose che dall’alba al tramonto tessono drappi di seta a telai fatti coi rami di un pioppo tutto speciale. Si dirà: è vero che sono fate, ma come riescono a tessere col buio pesto che certamente regna all’interno del macigno? Caratteristica del pioppo in questione è quella d’avere delle foglie giallo-oro che, specie d’estate emanano una luce vivissima e sembrano luminarie: quindi… E nei giorni quieti, senza vento, a poggiare l’orecchio al macigno si può udire al suo interno il fruscio della seta, il tricche-tracche-tra dei telai, ed il bisbiglio delle fate che mentre tessono si raccontano le storie, per loro fantastiche, degli uomini.

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Megaliti di Nardodipace (VV)

Ebbene, anche in questa leggenda della Sila, come abbiamo potuto leggere poco sopra, si realizza questo particolare accostamento della figura fantastica, poi vedremo quanto, delle fate, al rumore del lavoro al telaio.

Ma la mia ricerca per scoprire la natura di questi misteri legati alle fate continuò, così presi in considerazione la possibile lettura di un qualche libro sul mondo celtico, che per primo balzò nel mio interesse come possibile fonte dove attingere altro materiale di approfondimento a riguardo; mai scelta fu più azzeccata! mi feci capitare fra le mie mani il libro: “Il Regno Segreto” di Robert Kirk, ministro di culto presbiteriano del 1600, che si addentrò in una affascinante indagine raccontando di questi misteriosi esseri (Spiriti, Fate, Folletti) e delle facoltà di coloro che possiedono la seconda vista e sono in grado di vederli, basandosi soprattutto su testimonianze di prima mano.

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Sconcertati le analogie tra le trascrizioni di Kirk e i racconti calabresi;
ed altrettanto sconcertanti le altre caratteristiche associate a queste misteriose presenze.

Ma leggiamo ora il testo di nostro interesse:

“Li Chiamano il buon popolo, di natura intermedia fra l’uomo e l’angelo e li si ode, qualche volta, battere materiali a fare altri lavori del genere entro le piccole colline che essi abitano.”

“Le loro case sono grandi e belle, come le nuvole, con illuminazione di lampade e fuochi perpetui senza alcun combustibile per mantenerli.”

“Talvolta nei loro mondi sotterranei, si dice, che le loro donne filano e tessano molto, cose materiali, raffinate simili a strane ragnatele, con strumenti adatti e solidi.”

“Hanno libri misteriosi stile rosacrociano; Hanno armi sovraumane, come di pietra simile alla selce gialla, della natura del folgore e che feriscono anche mortalmente ma senza tagliare la pelle”

Ed ecco che le fate che abitano i boschi calabresi sembrano essere proprio le stesse donne di questo misterioso “buon popolo” di cui ci parla R. Kirk nella sua opera; popolo con armi sovraumane ed altri strani congegni, che ancora una volta ci riportano a pensare a delle reali capacità di matrice tecnologica di esseri evoluti venuti a visitare il nostro pianeta in tempi remoti.

E se qualcuno ancora non fosse contento di queste sorprendenti e inesplicabili analogie, provando magari a spiegare il tutto come un semplice retaggio tratto dalle antiche popolazioni indoeuropee, possiamo menzionare alcune fondamentali righe del testo della leggenda: “La Donna Ragno” leggenda originaria della tribù dei nativi americani “Navajo”:

“Poiché la Donna Ragno aiutava le persone, i Dine (altro modo di chiamare la tribù dei Navajo) la considerarono tra i più importanti ed onorati Dei. Essa scelse la Roccia del Ragno come dimora e fu lei stessa che insegnò agli avi dei Navajo l’arte di tessere con il telaio.”

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Spider Rock, dimora della Donna Ragno

di Francesco Ierardi – Team Mistery Hunters

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