Il Cristo nel Labirinto di Alatri

casanova
La chiesa di San Francesco ad Alatri, insieme all’annesso convento, custodisce tra le sue gemme artistiche un affresco che ha dello straordinario, venuto alla luce quasi per caso nel 1997 ed ancora poco conosciuto. Quello che segue, è il resoconto appassionato dell’incontro ravvicinato con il prezioso dipinto, le cui caratteristiche fuori dal comune, molto enigmatiche, non hanno mancato di suscitare interrogativi e speculazioni sul suo significato e, soprattutto, sui suoi autori.
All’interno del chiostro in u n cunicolo vi è un affresco davvero incredibile,nella stretta intercapedine, la cui unica comunicazione con l’esterno è una piccola finestra munita d’inferriate che dà sul cortile interno del chiostro, ci si trova di fronte ad un immenso labirinto circolare, che misura all’incirca 140 cm di diametro nella sua spira più esterna. Il percorso, articolato su dodici spire concentriche spesse da tre a quattro cm, sembrerebbe seguire un andamento unico, anche se il non buono stato di conservazione non permette di stabilirlo con certezza. Basandosi sull’ipotesi di unicursalità e sugli elementi che è possibile ricavare dalle fotografie, abbiamo ricostruito l’ipotetico andamento del labirinto, che è riportato in scala nella figura sottostante:
labirinto_schema

Nel tondo centrale, di circa 75 cm di diametro, è raffigurato un Cristo barbuto, provvisto di aureola. Egli stringe con la mano destra un’altra mano, che sembra venir fuori dalle spire del labirinto, mentre la sinistra, al cui dito sembra vedersi un anello, regge un libro chiuso su cui si notano alcuni elementi ormai quasi indistinguibili. Osservando i particolari ingranditi delle foto, si nota che l’anello è posto chiaramente sul dito anulare. Il volto, barbuto come abbiamo detto, presenta delle fattezze semplici, orientaleggianti, e quasi ferine; l’aureola che lo circonda sembra essere stata dipinta colorata a settori alternativamente chiari e scuri. Il personaggio indossa una tunica di colore scuro, sulla quale è posato un mantello dorato.
labirinto di alatri

Il labirinto, simbolo antichissimo presente in molte tradizioni, è l’archetipo del viaggio interiore dell’uomo, volto ad un’evoluzione ed illuminazione spirituale. Nella mitologia greca compare forse il più noto dei labirinti, quello di Knosso, a Creta, fatto costruire dal re Minosse per rinchiudervi il Minotauro, terribile creatura per metà uomo e per metà toro, frutto dell’insano accoppiamento della regina Pasifae con un toro sacro, dono del dio Poseidone. Il temibile mostro, cui ogni anno spettava un tributo sacrificale di sette giovani e sette fanciulle, viene affrontato ed ucciso dal giovane eroe Teseo, che in seguito riesce a ritrovare la strada dell’uscita grazie al provvidenziale filo che Arianna, la figlia del re, invaghitasi di lui, gli aveva consegnato. La complessa simbologia che traspare da questo mito, è stata in seguito accolta, per alcuni aspetti, dalla Chiesa cristiana, nella quale la figura del labirinto non è certo una rarità. Sono noti i casi più celebri dei grandi labirinti presenti sui pavimenti di alcune delle maggiori cattedrali gotiche di Francia, come quelle di Chartres e di Amiens, che i fedeli percorrevano in ginocchio o in processione, come allegoria del pellegrinaggio in Terrasanta, “cammini gerosolimitani”. In Italia ne troviamo diversi esemplari in alcune chiese, come decorazione simbolica, pavimentale oppure parietale, come nel caso della Basilica di San Vitale, a Ravenna, e del Duomo di San Martino, a Lucca. Nessuno dei casi noti, però, presenta al centro un tema figurativo, che quindi nel caso di Alatri rappresenta un caso unico nel suo genere. Quello che più incuriosisce, e che fa porre degli interrogativi, è il fatto che il Cristo è anche l’unica presenza figurativa di tutto il ciclo di affreschi, che per il resto è costituito da decorazioni geometriche e simboliche, mancando invece del tutto croci ed altri emblemi tipici di rappresentazioni di carattere ecclesiastico. Un motivo a mezzelune, tipo striscione, percorre il resto della parete, e quella adiacente sulla destra, in tutta la sua lunghezza. Le mezzelune contengono alternativamente una serie di piccoli tondi concentrici, con punto centrale, oppure dei grossi tondi unici, centrali, che raffigurano Fiori della Vita con i caratteristici sei petali, rosette a spirale, stelle curvilinee ad otto punte. La fascia inferiore contiene altri piccoli cerchietti riempiti di punti: essi sono sempre in numero di sette, più uno centrale. Il bordo delle mezzelune è contornato da una fascia, ornata di strisce nere verticali, a volte dritte, altre volte decisamente ondulate (l’acqua? Le energie della terra?). Su alcuni di questi dipinti, spiccano delle firme graffite di passati visitatori del sito: si leggono, sebbene a fatica, persino alcune date.
Le due pareti adiacenti, separate da un archetto la cui facciata inferiore è ugualmente dipinta con vistosi elementi geometrici e Fiori della Vita ben delineati, si trovano sul lato nord di questo vano interno del chiostro, che un tempo doveva essere aperto, come si deduce dall’arco di pietra murato sulla parete opposta. Oggi, su questa superficie, si trovano tubature, scarichi ed una volta vi si trovava persino un serbatoio di autoclave, che avevano reso l’ambiente umido, regno di muffe che rendevano l’atmosfera irrespirabile, a detta di chi ebbe modo di esplorarlo le prime volte. Ora la situazione è abbastanza migliorata, grazie anche all’apertura della già citata finestrella che ha permesso il ricambio d’aria con l’esterno, ma si respira ancora umidità, ed il terreno è coperto di polvere e calcinacci. Non ne guadagna, comunque, l’affresco, che già notevolmente affievolito al tempo della sua (ri)scoperta, nel 1997, richiederebbe un’urgente e meticolosa opera di recupero e di restauro, che avvalorerebbe il suo carattere di unicità ed originalità nel patrimonio artistico non solo della città di Alatri, ma di tutto il Paese.
S_Francesco_croce_patente
È possibile ipotizzare che l’ambiente in cui si trova l’affresco possa essere stato, nel passato, un luogo d’iniziazione, e che la raffigurazione del Cristo sia stata posta in quel punto proprio per illustrarne i principi, unica, per non distogliere l’attenzione degli astanti su altri elementi figurativi. Il numero dodici delle spire del labirinto è per questo molto significativo. Simbolicamente esso richiama il numero degli Apostoli, delle tribù d’Israele e delle porte della città di Gerusalemme, nonché i mesi dell’anno ed i segni dello Zodiaco. Dodici furono pure le fatiche che dovette affrontare Eracle, per espiazione, prima di giungere alla sua purificazione. Il mito dell’eroico semidio, nato da una delle tante scappatelle amorose del sommo Zeus con la mortale Alcmena, è una delle allegorie più comuni per indicare il percorso di iniziazione; la sua primissima impresa, compiuta quando era ancora in fasce, fu quella di stritolare due grossi serpenti mandati alla sua culla dalla gelosa Era. Uccidere dei serpenti significa metaforicamente dominare il potere delle forze occulte, o ctonie, della Madre Terra. Per coloro che realizzarono il labirinto, centro e meta di questo cammino iniziatico è il Cristo, raffigurato nel tondo centrale, senza l’aiuto del quale il cammino non sarebbe possibile (è lui, attraverso la sua mano, che tira fuori l’altra, quella del postulante, fuori dal labirinto). La meta finale è la Conoscenza, rappresentata dal libro che il Cristo tiene nell’altra mano. È una sapienza iniziatica, esoterica, dunque, e non essoterica, giacché il libro è chiuso. Essendo questo libro tenuto all’altezza del cuore, è una sapienza interiore, la Conoscenza di sé stessi, non facilmente raggiungibile, se prima non si è penetrati nelle spire del labirinto (il solito vecchio monito alchemico: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultam Lapidem, V.I.T.R.I.O.L., ovvero, “Visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra nascosta”). L’anello al dito (se veramente di anello si tratta) potrebbe indicare sì delle nozze, ma nel senso iniziatico, lo stesso tipo di quelle a cui Christian Rosencreutz sarà chiamato a presenziare nelle “Nozze Chimiche” di J. V. Andreae (1616), di rosacrociana memoria: la meta ultima del cammino di illuminazione suprema. A tale proposito non è forse una coincidenza che la parete in oggetto, una volta aperta sul chiostro, sia rivolta verso sud, il punto cardinale in cui il sole giunge alla massima altezza, e a perpendicolo sul luogo, nel punto centrale della giornata, le ore dodici.

Team Mistery Hunters

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