IL LATO OSCURO DELLA RAGIONE: LO SCIENZIATO PAZZO

reanimator
La scienza sin dagli albori ha sempre rappresentato una chiave di lettura razionale dei fenomeni che circondano l’uomo, essere vivente calato all’interno di un cosmo al giorno d’oggi ancora quasi totalmente sconosciuto. Con lo sviluppo scientifico gli esseri umani hanno cercato di dare un ordine al caos, hanno tentato di unire quei punti immaginari che, una volta messi insieme, ci daranno le risposte che agogniamo da sempre su chi siamo, se siamo soli nell’universo ecc. ecc. Definiamolo un tentativo logico di comprendere la Natura che ci circonda, di carpire quali possano essere i segreti e le leggi che sorreggono il Tutto. Ovviamente sappiamo benissimo che come creature soggette allo scorrere inesorabile del tempo siamo entità destinate al deterioramento, ma tentiamo con coraggio e con orgoglio intellettuale di trovare un ordine che possa chiarirci quei dubbi che ci accompagnano da sempre. Quindi, seguendo tale ragionamento, possiamo definire la scienza come un campo estremamente vasto che viene ricoperta ed avvolta da un notevole alone di credibilità e positività; è merito dello sviluppo scientifico se l’umanità si è col tempo tirata fuori dalle sabbie mobili della superstizione e dal fanatismo religioso medievale. L’evoluzione scientifica ha allargato i confini della mente umana, proiettandola in prospettive assolutamente inimmaginabili fino a qualche secolo fa. Ma essendo l’uomo un rapporto dicotomico tra bene e male, anche il discorso sull’aspetto positivo della scienza deve avere un suo negativo, una faccia oscura della medaglia, un lato tetro e malsano che contrasta l’apparire luminoso del trionfo del raziocinio. Non staremo qui a discutere sui fondamenti scientifici che contrastano con quelli teologici cercando di trovare dei punti in comune o delle discussioni in cui le fratture sono inevitabili, il discorso che oggi vogliamo affrontare è di altra natura.
Il fare affidamento sulle capacità della Ragione di migliorare la qualità della vita è stata sicuramente una decisione storica azzeccata, conquistata in secoli di soprusi e sabotaggi da coloro che tendevano a voler combattere questo atteggiamento positivo in nome di un Credo che richiede al suo gregge una cieca obbedienza, una sottomissione ideologica che causa un intorpidimento delle capacità di ragionamento dell’individuo che si prostra agli insegnamenti della Chiesa che non chiede di meglio che poter comandare su una mandria di stupidi: come ben sappiamo, è molto più semplice mantenere il potere su una popolazione gretta e impaurita piuttosto che su soggetti aventi capacità intellettive di un certo spessore, proprio perché grazie alle capacità di ragionamento si potrebbero mettere in dubbio molti di quegli assiomi che la Religione pretende che vengano accettati in maniera incondizionata per Fede.
Esposte queste necessarie premesse, arriviamo al discorso che vogliamo affrontare: detto che lo sviluppo intellettivo è un qualcosa di positivo e che lo sviluppo scientifico ha portato l’uomo a migliorare il suo stile di vita, è arrivato il momento di indagare sul lato oscuro della medaglia. Ma quale potrebbe essere questa parte negativa? Probabilmente proprio l’abuso delle capacità di raziocinio, maggiormente sviluppato in taluni individui. Questi soggetti, che la comunità riconosce come geni, corrono un serio rischio, ovvero quello di cadere nel baratro della follia più assoluta. Una persona dotata di un notevole intelletto, essendo soggetta a quelle emozioni umane negative che corrispondono alla rabbia, all’orgoglio, all’invidia, all’odio, potrebbe perdere il cosiddetto “lume della ragione” per addentrarsi nei pericolosi territori della pazzia. Se intendiamo come lume della nostra ragione quelle invisibili linee di confine che segnalano i limiti della nostra morale e dei principi etici da perseguire se vogliamo che la società civile esista, allora colui che abusando delle sue enormi potenzialità intellettuali oltrepassa queste demarcazioni diventa un pericolo per l’intera comunità. Stiamo parlando di quella figura che, come stereotipo, viene definito Lo Scienziato Pazzo. Ecco quindi il lato oscuro della medaglia di cui poc’anzi discutevamo: un uomo che possiede un’intelligenza superiore rispetto ai suoi simili, difficilmente accetterà di essere soggiogato ad una serie di regole morali da dover perseguire, ma anzi egli potrebbe tendere in certi casi nel voler abolire questi dettami per lasciar correre la propria immaginazione e i propri progetti a briglia sciolta. Lo scienziato pazzo viene sempre descritto come un individuo geniale ma al tempo stesso folle ed eccentrico, desideroso di realizzare la visione che conserva nella sua mente per elevarsi da creatura a Creatore, sovvertendo per sempre quell’ordine naturale che vuole l’uomo come una semplice emanazione del Divino.
Ma come poter sovvertire le regole su cui si basano i principi stessi della vita se non affidandosi alla disciplina che più di ogni altra è in grado di svelare i segreti dell’ignoto? Seguendo tali argomentazioni, possiamo immaginare il folle scienziato intento a voler creare un qualcosa di immorale e terribile, un desiderio ossessivo di creare un qualcosa che vada al di là delle limitazioni a cui è soggetto l’essere umano. Il quadro diventa ancora più inquietante se pensiamo che questa figura non è come quella dello stregone o dello sciamano, che agiscono con intenti simili ma avvalendosi di ipotetiche forze sovrannaturali. No, lo scienziato pazzo si avvale della scienza, della chimica, della fisica, della biologia, di tutta quella serie di discipline che hanno allontanato l’uomo da un mondo esoterico che la Ragione percepisce come puerile e poco credibile; proprio per questo motivo esso viene percepito come più pericoloso, perché potrebbe realmente creare un qualcosa di aberrante. Una figura di scienziato pazzo famosa nella letteratura può essere quella del dottor Victor Frankenstein sviluppato dalla scrittrice Mary Shelley, che presenta nel suo capolavoro Frankenstein questo giovane scienziato che si immergerà completamente nella sua volontà di creare la vita, portandolo però ad una perdita costante di lucidità, ed il risultato sarà che l’abominio da lui creato agirà come una vera e propria pestilenza in tutta la sua esistenza ed in quella dei suoi familiari. La Shelley, probabilmente, volle porre l’accento proprio sugli effettivi rischi che una ricerca ossessiva dell’ignoto potrebbe causare ad una creatura fondamentalmente debole come è l’essere umano. Qui ci muoviamo in ambito artistico, soprattutto in quella dimensione che sviluppa una fusione tra fantascienza e horror di cui il capolavoro della Shelley rimarrà sempre la più grande espressione.
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Potremmo citare anche il celebre scrittore americano Howard Phillips Lovecraft, geniale romanziere ritenuto uno dei massimi esponenti della letteratura fantastica, fantascientifica e del terrore. Lovecraft, conosciuto soprattutto per il Ciclo di Cthulhu, scrisse nel 1922 un racconto dal titolo Herbert West rianimatore, una delle storie che maggiormente lasciano intuire la grandezza creativa dello scrittore di Providence. E’ la storia di un giovane chirurgo di nome Herbert West, apparentemente un individuo timido ed introverso ma che in realtà custodisce un infernale segreto: egli ha inventato un siero che ridà vita ai morti. Dapprima il giovane West proverà questo siero su animali morti, fin quando però non inizierà a rianimare esseri umani defunti. In questo momento del racconto viene a svilupparsi lo scenario di cui abbiamo parlato in precedenza sui possibili risvolti negativi di una mente geniale: il giovane West inizierà a ridare la vita a morti di ogni genere, perdendosi in una mostruosa escalation di follia creatrice. Gli esseri riportati alla vita dall’avventato scienziato, ormai completamente disperso nei bui meandri della pazzia, ritornano dalla morte come zombie assetati di carne umana, aggressivi e mostruosamente inumani. Una geniale metafora da parte di Lovecraft sui possibili rischi di studi che possono portare la mente umana al di là dei limiti del raziocinio per annegare nell’oscuro mare della follia.
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Dall’inquietante e geniale racconto di Lovecraft venne tratto anche un film diretto dal regista Stuart Gordon, uscito nelle sale cinematografiche nel 1985, dal titolo Re-Animator. La trama si basa interamente sul racconto di Lovecraft, ma il film ha una potenzialità che aiuta a comprendere meglio gli orrori che una mente malata potrebbe portare alla luce: il film infatti mostra con estremo dettaglio i cadaveri riportati alla vita dal protagonista (interpretato nel film da un inquietante Jeffrey Combs) che assalgono e divorano chiunque se li trovi davanti. L’intera pellicola abbonda con scene sanguinarie al limite dello splatter più estremo, quasi a voler sottolineare ancora di più l’altissima potenzialità di rischio che potrebbe portare alla collettività una mente geniale deviata.
Lo scienziato pazzo rimane un archetipo della narrativa popolare, una delle figure più terrorizzanti che si possano immaginare proprio perché il campo di lavoro del folle non è un qualcosa di magico che in questa nostra società iper-tecnologica percepiamo come una dimensione più lontana e discutibile nella sua autenticità, qui stiamo discutendo della scienza, quella fondamentale base su cui si poggia l’intera evoluzione sociale e tecnologica dell’umanità. Una base di un’importanza capitale nel nostro presente dominato da computer e dispositivi che annebbiano le nostre capacità di giudizio e di percezione della realtà. Colui che riesce a smuovere questa base seguendo la propria volontà diventa il padrone del mondo, e per concludere questa discussione possiamo lasciare una citazione presa dal Frankenstein: “Ora so come ci si sente ad essere Dio!” un’esclamazione del giovane Victor che intuisce di aver scoperto uno di quei segreti che la Natura custodisce gelosamente e che egli è riuscito ad estirpare dall’oscurità grazie al suo genio… ma a quale prezzo!

Vincenzo Abate

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