I CELTI E L’ASTRONOMIA

templari3_02SEGUENDO UNA STELLA

nel firmamento celtico

Fin dalle epoche più remote i popoli si dedicarono allo studio del cielo, indotti dal fascino che la volta stellata esercita sull’uomo, ma anche dalla necessità di stabilire calendari idonei a programmare le varie attività agricole, secondo il volgere delle stagioni, nonché di orientarsi nei grandi spostamenti, sia per terra che per mare. L’osservazione del firmamento costituisce infatti, ancor oggi, la garanzia di base per una corretta navigazione. In un secondo tempo, sempre per il fascino che le stelle esercitano sull’uomo e per poter in un certo modo collegare la volta celeste con lo svolgersi della propria vita, sono nati lo Zodiaco e la Divinazione. E’ forse per questo motivo che tutte le culture hanno sempre contemplato una forma di predizione del tutto particolare: l’oroscopo. Probabilmente non tutti sanno che questo termine, così usato (ed anche ultimamente inflazionato) nel comune linguaggio quotidiano, possiede una derivazione etimologica ben precisa. Deriva infatti dal lemma greco Oroscòpion, composto dal verbo skopéo(che significa osservo) e dal sostantivo ora (che, in questa accezione, assume il significato più ampio di tempo). Quindi, letteralmente, “l’osservazione del tempo”, cioè della situazione rispettiva dei corpi celesti nel momento in cui avviene la nascita, per poter presagire gli avvenimenti futuri nella vita dell’individuo.

I CELTI attribuivano grande importanza ai corpi celesti, quali le Stelle, il Sole e la Luna: questi ultimi, con i loro movimenti ciclici, si rivelano fondamentali per la suddivisione del tempo. L’anno era essenzialmente basato su due eventi: il sorgere di ALDEBARAN e quello di ANTARES, che segnavano i due periodi fondamentali: quello caldo e quello freddo. Il calendario celtico, basato sulla Luna, era molto complicato, ma ad un tempo talmente preciso (per l’epoca), che poteva addirittura prevedere le eclissi di Luna o di Sole con un errore di soli 3 giorni ! Deputati allo studio ed all’interpretazione della natura e delle leggi del Cosmo erano i DRUIDI(“sapienti delle querce”, dal greco druV = quercia e dall’indo-europeo *wid = sapere), sacerdoti ma anche uomini di scienza e conoscenza; attributi coesistenti in tutte le civiltà antiche, in cui i “saperi” erano collegati fra loro ed unificati nella stessa figura. I Druidi, pertanto, erano al contempo medici, maghi e astronomi, anche se va ricordato che l’uso che questi facevano del cielo (e soprattutto delle dodici costellazioni zodiacali) era diretto solo in minima parte a scopi astrologici; inoltre conoscevano molto bene una grande quantità di essenze vegetali: le piante “sacre” per eccellenza erano la quercia, l’agrifoglio e soprattutto il vischio. Scrive Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia: “Il vischio veniva staccato dalle querce (il vischio è una pianta parassita) con un falcetto d’oro e raccolto in un candido manto, nel corso d’una grande funzione che veniva celebrata il sei d’ogni mese dai Druidi biancovestiti, mistici sacerdoti della religione celtica”. Oltre che per questo solenne rituale, il vischio era così importante per i Druidi, antichissimi “filosofi della natura”, perché ne conoscevano le proprietà terapeutiche. Spremuto da fresco, esso produce infatti un succo contenente colina, acetilcolina e viscotossina, tre sostanze che abbassano temporaneamente la pressione sanguigna. Le foglie di vischio inoltre, ridotte in poltiglia, leniscono i dolori dell’ulcera maligna. E’ probabile che i Druidi avessero intuìto anche le sue proprietà antitumorali: in studi sperimentali di oncoterapia, infatti, si è dimostrato che il vischio possiede la capacità di inibire la crescita delle cellule neoplastiche. Sembra anche che gli estratti di vischio agiscano da stimolanti sul sistema immunitario dell’organismo, specialmente sull’attività del timo. Gli infusi di rami e foglie possiedono proprietà ipotensive, emodepurative e calmanti. Questa pianta è una fonte di composti cardiotonici, che risultano molto utili nella cura delle affezioni a carico del sistema circolatorio. I dosaggi devono essere sempre parsimoniosi, perché le bacche contengono dei principi tossici per il corpo umano.

cielo del 500 a.C. (nel periodo del massimo sviluppo della cultura celtica in Europa) era leggermente diverso da quello cui siamo abituati oggi, a causa del fenomeno della “precessione degli equinozi”, secondo il quale l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre varia ogni 23.500 anni circa. Per tale fenomeno, la stella più vicina al polo nord celeste, nel 500 a.C., non era l’attuale stella Polare, ma Kochab, sempre nella costellazione dell’Orsa minore; ciò rendeva possibile osservare dalla Gallia alcune costellazioni oggi visibili solo dall’emisfero australe.

In corrispondenza del 1° novembre, festa di Samain, era in levata eliaca ( = il sorgere d’un astro quasi contemporaneamente al Sole) Antares, una stella rossa di prima magnitudine, la più luminosa della costellazione dello Scorpione. Ad Imbolc, circa il 1° febbraio, era in levata eliaca Capella, stella gialla della costellazione dell’Auriga, anch’essa di prima magnitudine. A Beltaine, il 1° maggio, sorgeva poco prima del Sole la stella rossa Aldebaran, la più luminosa della costellazione del Toro. Il colore della stella sembrava intonarsi perfettamente col colore del fuoco, associato al dio Belenus. Infine Sirio, la stella più luminosa di tutto l’emisfero boreale, nella costellazione del Cane maggiore, sorgeva eliacamente al 1° agosto, in corrispondenza della festa di Lugnasad. La stella più brillante, dunque, era associata a Lug, la divinità celtica più importante.

Tutte le popolazioni antiche hanno sempre alzato lo sguardo al cielo, con la speranza di ricavarne indicazioni utili per la vita sulla terra. Tuttavia, ribadiamo, l’attenzione che i Druidi (i mitici sciamani celtici) riservavano al cielo ed alle costellazioni non era finalizzata all’uso astrologico: l’astrologia, infatti, si diffonderà solamente più tardi, come “modus vivendi” di provenienza orientale, importata in occidente dai Romani in seguito alle influssi etnici assorbiti nei contatti con i popoli dell’Asia minore. L’astrologia occidentale ha così suddiviso l’eclittica ( = piano dell’orbita terrestre intorno al Sole) nei dodici segni tradizionali, il cui nome anticamente si legava alle costellazioni osservabili lungo la fascia di cielo detta Zodiaco.

Ma culture diverse hanno in passato elaborato concezioni diverse, che ancor oggi mostrano una loro validità: fra tutte emerge in particolar modo l’oroscopo celtico, da cui si evidenzia (se mai ce ne fosse bisogno) il legame indissolubile che i Celti avevano stretto con le forze e gli elementi della Natura. Quella celtica era una popolazione presente fin dagli albori su gran parte del territorio europeo, compreso il nord Italia, corrispondente grosso modo all’odierna pianura padana. Gran parte della giornata e dell’intera vita si svolgeva nelle foreste e le leggende ricamate intorno a questo magico popolo, conservate a stento nel “background” culturale delle nostre tradizioni, sono state tramandate oralmente.

I sacerdoti celti (ad un tempo cosmologi, erboristi ed uomini di scienza in generale) avevano sviluppato una forma di “astrologia” del tutto particolare: il loro sistema era articolato su 22 “segni”, ognuno dei quali corrispondeva ad un ALBERO, le cui virtù avrebbero influito sulle persone nate in quei giorni. Per i Druidi, l’albero rappresentava il ciclo della vita e la correlazione fra le tre parti del cosmo: il sottosuolo (le radici), la terra (il tronco) ed il cielo (la chioma). Inoltre, da profondi conoscitori degli eventi celesti, suddivisero il percorso apparente del sole in vari settori, attribuendo a ciascuno l’albero che, per le sue caratteristiche, più si adattava a quel momento dell’anno. I 22 alberi individuati dalla cultura celtica caratterizzano quindi ciclicamente le persone nate nei diversi periodi dell’anno.

Per questo, è lecito ipotizzare che i Celti tenessero in grande considerazione il concetto “così è in alto, come in basso”, per poter collegare le analogie tra le forze della Natura e quelle umane: ad ogni costellazione venne pertanto assegnato un albero, considerato “simbolo di vita”.

In conclusione, l’impronta lasciata da un popolo si misura dalla sua saggezza e dalla sua spontaneità .

Antonio Gaudio Team Mistery Hunter

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